venerdì 5 maggio 2017

DOPPIO STRATO


[una soluzione non definitiva]

Nell’immaginario cinematografico e della letteratura di genere, c’è sempre stata una sorta di cesura fra il bene e il male, una netta separazione fra galantuomini e criminali.
Questa separazione si è poi riversata nel sentire comune della società contemporanea desiderosa di rassicurazione; per tale ragione era stato eretto un muro ideale che dividesse i buoni dai cattivi, un po’ come una volta si chiudevano in manicomio i malati di mente (o presunti tali) per separarli dai sani; affinché fosse alimentata la percezione di sicurezza era necessario che i rappresentanti del potere fossero considerati e visti come facenti parte della comunità al di qua del muro, i buoni e gli onesti, all’interno del circolo chiuso del quale facevano parte anche i grandi imprenditori, gli uomini di legge, i politici.
Tale modo schematico di concepire gli individui e i loro comportamenti è stato messo violentemente in discussione dalle vicende di Tangentopoli fino a quelle di Roma Capitale: da quel momento in poi, la relegazione del crimine in una penombra maleodorante popolata da individui impresentabili braccati dalla legge non è stato più un concetto attuale e valido.
Esiste, come spiegato di recente da uno dei magistrati che si occupano dell’inchiesta su mafia Capitale, una Terra di Mezzo nella quale si muovono personaggi-cerniera, che svolgono il compito di mantenere i collegamenti fra criminalità e politica, un legame scellerato finalizzato alla conquista del potere e dell’economia: questi attori hanno il compito di alterare le regole con lo scopo di creare le condizioni essenziali a questa conquista.
Tutto ciò grazie a una fragilità normativa e, soprattutto, a una fragilità etica di grandi porzioni della popolazione, il cui sistema di valori va progressivamente degradandosi.
Doppio Strato è un romanzo noir che narra una vicenda ambientata negli anni 50, quando ancora i due strati della popolazione, quella legale e quella criminale, sembravano nettamente separati; un'epoca, tuttavia nella quale i valori tradizionali stavano per cedere il passo a una serie di modelli deformati dalla sete di denaro e di potere.
Nell’agosto 1954, la città è in balia della mala, mentre una classe imprenditoriale emergente, avida e priva di scrupoli, individua nella ricostruzione del secondo dopoguerra un'enorme opportunità di arricchimento esponenziale. Nel volgere di poche ore i cadaveri di uno sconosciuto e del braccio destro del sottosegretario alla Difesa sono ritrovati in punti diversi della città. Il Commissario Stefano Turati, col cuore e la mente persi dietro a una donna sbagliata, muovendosi in una città che si regge in fragile equilibrio fra un passato che non vuole uscire di scena e un futuro radioso che sembra a portata di mano, si ritrova a esplorare i molteplici livelli di degrado che l'individuo può raggiungere: chi fatalmente attratto dal profitto tanto da perdere di vista lo spirito etico, chi ancora travolto dalla solitudine e dalla mancanza di orizzonti, chi infine preda della libido procurata dal potere e dal suo utilizzo a scopo personale. Sullo sfondo la musica del tango, metafora languida della condizione umana, risuona nelle milonghe di periferia e nella testa del Commissario, eroe scorbutico e malinconico.
Un doppio strato della popolazione, quello legale e quello criminale, così intimamente fusi al punto da generare un doppio Stato, per fare un gioco di parole: ossia quello ufficiale con il proprio apparato di leggi e di procedure, e quello sommerso, non meno potente e sicuramente influente sulla politica, sull'economia e sulla società del nostro Paese.
Una metafora di ciò che é poi realmente accaduto in Italia nei decenni successivi.

Doppio strato, edito da Panda Edizioni, si può acquistare ordinandolo in qualsiasi libreria, oppure on-line direttamente sul sito di Panda [alla sezione "Il nostro catalogo - Narrativa], su IBS.it, su Amazon, o su Mondadoristore.

mercoledì 26 aprile 2017

NESSUN AUTODAFE' *



Il vento che risale il Tamigi è freddo e tagliente, ma il sole intenso di aprile scalda oltre le aspettative. Le nuvole si susseguono rapide mentre sciami di persone, come colonne coordinate di formiche, si muovono sui ponti e lungo l’argine del South Bank.
Su una panchina nei pressi del Globe Theatre, due individui conversano fittamente, con gli occhi strizzati per la luce inconsueta di quel cielo improvvisamente fattosi azzurro azzurro. Dall’atteggiamento, dai sorrisi e dagli sguardi che si rivolgono, sembrano fratello e sorella, più che semplici amici.
Rosaria, occhi scuri e capelli ricci, fuma e scuote il capo, mentre il suo sguardo indugia sul tetto di paglia del teatro di Shakespeare.
- Dobbiamo smetterla con questo cazzo di romanticismo. Maledetto. Maledetto Shakespeare. Avrebbe potuto fare altro nella vita.
- Hm – Stefano si sistema il cappuccio della felpa e spegne il mozzicone con la punta dello scarponcino - Ma tu non eri quella che “alla nostra età l’amore non è più sussulto”?
- Macché: l’amore è sussulto, deve esserlo; sussulto, stordimento, passione. Cuore che batte a tremila.
- Ma se mi incoraggiavi a stare con Alessia, ben sapendo che non mi sconquassava!
- E certo, perché tu vieni da un groviglio di storie, di donne, di situazioni in cui, amando, hai dovuto adattarti all’autodistruzione: ora hai bisogno di casa; di serenità. Di una storia edificante.
- Sì, ma Alessia… - strizza gli occhi, osserva le nuvole.
- ...ciò non significa che tu debba vivere una storia senza passione, senza follia: non ti ho mai detto una cosa del genere. Mi hai detto che Alessia ti prendeva, mentalmente e fisicamente. D'altronde, mi hai anche detto che con Eva era chimica pura...
- Eh no: Alessia proprio non mi ha mai preso. Mai. Ecco perché ero sereno: non ero coinvolto. Valeria, lei sì, mi faceva passare la fame e battere il cuore. Passavo le notti sul divano a suonare lo stesso accordo con la chitarra: la minore, la minore, la minore; e ogni accordo mi sembrava più struggente e mi avvicinava a lei. Eva, anche lei, mi teneva in un perenne stato di eccitazione che mi stordiva. Ma con Alessia, proprio no: zero.
- E allora no. No, eccheccazzo!
- Vedi, la sceneggiata di gelosia che mi ha fatto Alessia quella sera: mi ha irritato pesantemente. Ma se me l’avesse fatta Valeria, avremmo risolto con una risata. Se me l’avesse fatta Eva, ci saremmo accapigliati, e poi avremmo scopato tutta notte. Invece, quando me l’ha fatta Alessia, mi è sembrata una via di uscita per uscire da quel rapporto.
- Ecco: Valeria allora ti ha preso davvero.
- Valeria mi ha ucciso, è diverso. Nel suo essere pavida e piccina, quasi una nullità agli occhi degli altri, mi ha spento – sì: come un elefante abbattuto da un moscerino. Credevo che potesse funzionare.
- Sì, Stefano: però ti ha preso.
- Sì. Era bellissimo stare con lei. Bellissimo.
- Cos’é, di Valeria, che ti ha preso tanto?
- Non lo so. Non c’è una ragione precisa. Ma ero totalizzato da lei.
- Sei un maledetto romantico: devi soffrire, per stare bene in amore. Ti devi distruggere – scuote il capo; si passa una mano nei ricci - Il tuo più grande desiderio e, al contempo, la tua più grande paura: una donna tutta tua. Quelli come noi andrebbero abbattuti.
Stefano annuisce, silenzioso. Cerca nelle tasche della felpa il pacchetto di Lucky Strike, ne prende una, se la rigira fra le dita prima di portarla alle labbra. La accende con difficoltà. Ripensa a quell’euforia che non ha più riprovato.
- Era bellina. Era gentile e mi adorava. Stavamo al telefono un’ora, al mattino, mentre andavamo al lavoro; e un’ora alla sera, rientrando a casa, dopo esserci visti. Veniva da me una sera alla settimana e la mia orrenda casa sembrava il nucleo primordiale, non avevo bisogno di altro. Poi, c’era l’aspetto della sfida: riuscire a strapparla al marito. Una sera, poi, ho perso la pazienza, esasperato dalla continua attesa di una svolta; lei non ha capito che era un altro lato del mio amore, si è spaventata e se ne è andata. E ora mi devasta pensare che ciò che le resta di me sia solo il ricordo di quella sfuriata.
- Siamo coglioni, tutto qui.
- Mi faceva sentire speciale. E mi batteva il cuore. La desideravo e si eccitava se la toccavo.
- Ecco.
- Poi – sbuffa - forse, a volte era vacua e superficiale. I miei amici dicevano che non era al mio livello: ma a me non interessava niente. Per me lei era al mio livello: a me andava bene come era. Aveva tutto ciò che io cerco in una donna.
- Potremmo essere felici, accanto a persone sane. Invece no: cerchiamo lo struggimento.
- Può darsi che tu abbia ragione.
- La sofferenza, che idiozia – Rosaria scuote il capo, contrariata da quei pensieri – ti detesto. Non vedo perché io debba soffrire con te; soffri da solo.
- Lo hai detto anche tu, Rosaria: l’amore è struggimento.
- Vai al diavolo.
- Shakespeare, Battisti, Catullo, Foscolo. Goethe!
- Maledetti. Tutti noi.
- Ma no, maledetti gli altri cretini…
- No, Stefano, sbagli – e gli mette un dito indice quasi sotto al naso – Gli altri vivono bene, nel proprio nulla privo di domande…
- …che si scelgono come si sceglie il prosciutto cotto al supermercato.
- …nel proprio utilitaristico accontentarsi. Fanculo a tutti: fanculo a tutto ciò che per gli altri è reale.
- Idioti, tutti loro.
- Idioti noi, gli eletti – la ragazza si rannicchia sulla panchina. Ha un brivido di freddo. Si infila le mani nelle tasche della giacca di pelle. Il South Bank è animato da mille esistenze differenti. Stefano osserva il passaggio, provando a indovinare le emozioni di ciascuno.
- Dante, Petrarca.
- Yeats, Thoreau, Whitman.
- Buckley. Cohen.
- Maledetti: propongo una bella pira di tutti i testi struggenti scritti da questi sciagurati.
- Sei pazza: dimmi una bella canzone d’amore risolto, realizzato. Coraggio, trovamene una.
- Nessuna: non ce ne sono.
- Nessuna pira: nessun autodafé.
- Ma ci deve essere una via d’uscita: un modo. Un trucco.
- C’è.
- Davvero?
- Si chiama Martini Cocktail.






* Un grazie affettuoso a Maria Rosaria Molliconi che ha contribuito con il proprio ruolo di interlocutrice ideale.



venerdì 21 aprile 2017

SLOT



di Rocco Carta


Una stanza, finestre chiuse che filtrano poca luce. Fuori il caos del traffico delle 18.
Era rientrato la mattina, sotto i postumi di una nottata viziata dall’alcool. Si era alzato barcollando e trascinandosi verso il bagno, dritto verso il water, dove senza neanche tirare su l’asse, aveva pisciato tutto quello che era rimasto in corpo della bevuta notturna.
Si era posizionato davanti allo specchio osservando una sagoma sfuocata che vagamente somigliava alla persona che si era specchiata la sera prima, ma non si era scomposto più di tanto.
“Che giorno è oggi? Ah già, è sabato! Un altro cazzo di sabato di solitudine.”
Esatto, perché lui era da troppo tempo che non aveva compagnia e gli mancava.
Un languorino gli faceva tremare lo stomaco e lo aveva condotto, o meglio trascinato, verso la cucina. Aprendo il frigo e si era trovato davanti il nulla cosmico, accompagnato da un litro di latte aperto da tempo immemore. Imprecò!
“Ok, meglio uscire”, aveva sbofonchiato tra sé e sé.
Giunto in strada, si era reso conto di non avere un centesimo in tasca e, inoltre, avrebbe dovuto controllare il conto. La sorpresa fu tremenda: era solo la metà del mese e sul conto rimanevano solo 200 miseri euro.
La sua testa prese a girare e avvertì un forte senso di nausea.
“Devo mangiare qualcosa e poi forse riuscirò a riflettere sul da farsi.”
Si  sedette in un fast food, dove ingurgitò un panino senza neanche troppa voglia e buttò giù una birra annacquata.
“Ma come ho fatto a spendere tutti quei soldi? Quanti ne ho fatti fuori ieri notte? Sono proprio un coglione!”.
Qualche giorno prima aveva versato il mantenimento, sul conto della moglie, per i propri figli. Avrebbe dovuto pagare le bollette in scadenza e fare un po’ di spesa. Non fece nulla di tutto ciò. Come ogni giorno, oramai da mesi, si era recato in quella maledetta sala giochi, dove quella slot, dal nome profetico “Vampire diamonds”, lo aspettava per succhiargli il sangue. Lo sfidava e le sfide lui non poteva non accettarle.
Aveva già perso tanto a causa di quel vizio: l’amore, la famiglia, la concentrazione sul lavoro, tanti soldi e, infine, la dignità.
Non riusciva a farne a meno, aveva bisogno di giocare e di provare l’adrenalina della vittoria e la delusione della sconfitta.
Si rendeva conto di essere malato, di essere rimasto solo per non aver saputo rinunciare al suo bisogno, alla sua malattia, al suo demone.
Aveva anche cominciato a bere ed era invecchiato di colpo.
Qualche sera prima aveva vinto, ma, nel giro di qualche giorno, aveva perso più di quanto era riuscito a mettersi in tasca.
Si alzò dal tavolo, dopo aver svuotato il vassoio ed inforcò con rabbia la porta. Il cibo era ancora lì, appena assaggiato.
Iniziò nuovamente a fremere, esisteva un solo luogo dove voleva recarsi, aveva un solo appuntamento fisso a cui non poteva sottrarsi. Il cuore batteva forte al solo pensiero. L’adrenalina cominciava a fare il suo dovere.
Prelevò quel poco che rimaneva sul suo conto corrente e corse veloce verso soglia di quella maledetta entrata, senza un attimo di ripensamento.
Appena entrato, le luci soffuse del locale gli provocarono una sensazione di vertigine. La sala era già frequentata da altre anime oramai vendute al Dio del gioco. Girò lo sguardo verso quella macchina infernale.
“Cazzo!”, esclamò di dentro di sé, “è occupata”. Eh sì, perché i giocatori considerano alcune macchine come una loro proprietà, vogliono quella e solo quella, la desiderano, neanche fosse un’affascinante donna disponibile a trascorrere tutta la notte con loro.
Si sedette al bar, ordinò del whiskey e domandò al barista, con cui aveva ormai una certa confidenza, se quel giorno la sua macchina avesse “pagato”. Alla risposta negativa del barista sentì salire l’eccitazione della sfida e, allo stesso tempo, la voglia di andare dal tizio che occupava la slot e sbatterlo fuori a calci nel culo fuori dal locale.
Continuava a fissare la schiena dello sconosciuto, sperando quasi che quel continuare a osservarlo potesse farlo andare via. Se avesse vinto lo sconosciuto, lui avrebbe dovuto cambiare macchina: questo non andava per niente bene.
Ad un tratto quel giocatore si alzò scuotendo la testa e si andò a posizionare davanti ad un’altra slot. Era il suo turno! Toccava a lui.
Si sentiva come un adolescente al suo primo appuntamento con una ragazza. Pensò: “Eccomi bambina, non mi deludere, dammi soddisfazione” e aggiunse “Stasera sbanco, me lo sento”.
Si ritrovò in strada nel momento in cui la luce vince le ultime resistenze della notte. Le sue mani tremavano insistentemente, le gambe lo reggevano a stento, un peso sul petto gli opprimeva non solo la gabbia toracica ma anche l’anima. Era stato male altre volte, ma così mai. Aveva perso tutto quello che poteva perdere e la coscienza gli stava presentando il conto.
Vomitò e cercò una panchina per sedersi. Nella testa gli rimbombava la parola “BASTA” tonante e la sua immaginazione gliela riproponeva scritta a lettere sempre più grandi e pesanti come macigni.
Non vedeva via di salvezza. Si sentiva destinato a dannazione eterna.
Trovò da sedersi, sotto una pensilina. Dall’altra parte della strada scorreva il fiume della città. La tentazione di lanciarsi dentro fu forte. Ma questa volta non accettò la sfida, pensando, semmai, di rimandarla.
Sulla parete della fermata del bus, l’occhio cadde su un cartello pubblicitario che recitava così:
“Dottoressa Francesca Girone, specialista nel trattamento delle dipendenze da gioco d’azzardo, riceve presso il consultorio di zona…”
Era un segnale, un ultimo aiuto. Decise di segnarsi il numero di telefono.
Chissà se questa volta avrebbe accettato la sfida?

Rocco Carta

N.D.A : Questo racconto è stato pubblicato sul sito Vita.It in data 02/02/2017 e sul Storiequalunque.com in data 25/02/2017

mercoledì 12 aprile 2017

NON E' UNO SCHERZO*




Sigma è un ragazzino come tanti altri, perso nello sciame di scolari che entrano a scuola passando sotto il grosso portone in bronzo e cristallo della vecchia scuola media dall’aria austera. 
Sotto quell’androne, lungo quegli ampi corridoi e nelle austere aule, si respira aria di storia, di tante storie individuali avvicendatesi nel corso di molti decenni.
Sigma ha due enormi occhi di un azzurro che, nei giorni invernali, virano al grigio per ritrovarsi nel cielo. E’ un bambino gracile con spessi occhiali quadrati per curare la presbiopia; un apparecchio ortodontico gli ingabbia i denti con un reticolato di ferretti.
E’ un ragazzino timido come tanti, che si è appena affacciato al duro palcoscenico delle scuole medie. Lì, a differenza che alle elementari, si gioca duro: non c’è più la maestra a fare da mamma e i compagni sembrano crescere in modo differente e differenti sono le vie che scelgono per affermare sé stessi nella società. Alcuni giocano ancora, altri preferiscono menare. Sigma scruta tutto da dietro il ciuffo biondo: scruta in silenzio e immagazzina; osserva e annota.
A Sigma piace molto una ragazzina magra e lunga, con un caschetto di capelli scuri come i suoi occhi. Si chiama Monica: per tanti maschi della sua classe Monica è una racchia, ma a Sigma quell’aspetto fragile e schivo risulta attraente. 
Casa di Sigma dista quattrocento metri dalla scuola.
Quattrocento metri sono pochi, se li percorri accanto al tuo miglior amico, conversando di figurine e della partita del Milan.
Diventano un’eternità se quei quattrocento metri si trasformano in un calvario di umiliazioni e violenze fisiche.
Norberto e Roberto sono due scolari della terza media. Ripetenti. Hanno il viso coperto di brufoli e di peluria sottile; hanno i capelli acconciati da duri e indossano giubbini di jeans; hanno muscoli e sguardi che celano un malessere che non riescono a spiegare e che nessuno ha voglia di esplorare. 
Sono ragazzini, anch’essi spaventati dalle sfide della vita, ma ostentano una maschera aggressiva.
Aspettano il piccolo Sigma tutti i giorni, appoggiati al paletto di cemento che regge il cancello della scuola. Lo aspettano, per accompagnarlo a casa.
Non è esattamente la compagnia che il fragile Sigma desidererebbe.
Norberto e Roberto lo prendono in giro per la sua magrezza. Lo chiamano biafra. Ridono dei suoi occhiali, dell’apparecchio, delle sue grosse orecchie, del suo pallore, dei suoi vestiti da sfigato.
E lo prendono a calci, non uno, non due: tanti calci. Nel culo.
Picchiano il debole divertendosi nel vedere l’assenza di reazioni. Sigma subisce in silenzio: a casa gli hanno insegnato a non mostrare le proprie emozioni, a celare la propria sofferenza, a tenere bassa la testa e lasciar correre.
Pochi metri più avanti c’è Monica, come ogni giorno: Monica abita non lontano dalla casa di Sigma e percorre gran parte dello stesso tragitto.
Ridacchia, vedendo come i due bulletti umiliano il ragazzino, ridacchia e cammina avanti di una decina di passi. Ecco, quello è l’aspetto che più mortifica Sigma: non tanto il male per i calci e le sberle sul coppino, no. I risolini di Monica bruciano di più.
Sigma entra in casa, alla mamma che gli chiede come è andata risponde con una scrollata di spalle; poi si chiude in camera, si butta sul letto e piange a dirotto, come ogni giorno.

* * *

Adesso Sigma è un uomo, i suoi occhi non sono più spalancati dietro le spesse lenti, non trasmettono più stupore o spavento. Quegli occhi fissano una bambina di sette anni che gli corre incontro all’uscita di scuola. Quella ragazzina è sveglia, molto più sveglia di quanto fosse lui alla sua età e sembra circondata da affetto e da amici. Non è sola, non è spaventata. Racconta tutto ciò che percepisce del mondo che le gira intorno.
Eppure Sigma rabbrividisce al pensiero che un giorno, all’uscita da scuola, trovi un Norberto e un Roberto pronti ad accompagnarla a casa.


Non è uno scherzo è il titolo di un cortometraggio realizzato con la partecipazione di alcuni ragazzi della Comunità Kayros presieduta da Don Claudio Burgio, ha la sceneggiatura di Elisabetta Pirro, la regia di Davide Agosta e la produzione di Luciano Peritore. Fra gli attori segnalo la mia amica Dominique Evoli.
Le riprese sono state girate anche presso la Scuola Secondaria di I grado "Carmelita Manara" di Milano e nella zona circostante.Il bullismo è un problema che non riguarda i singoli individui, ma l’intera nostra comunità.

Crescere un ragazzino non significa solo garantirgli un tetto, del cibo e un’educazione scolastica obbligatoria. Significa proporre modelli validi e alternativi, che esulino da quelli convenzionalmente in auge al momento (il successo, la ricchezza, la violenza). Occorre essere adulti significativi, capaci di rappresentare un punto di riferimento per coloro che si rivolgono a noi, in modo da aiutarli a comprendersi e a spiegarsi e a esprimere sé stessi.
Significa alimentare i loro sogni.

sabato 1 aprile 2017

IL VOLO DELLE PIUME



Per i primi vent’anni della mia vita, passai le vacanze estive in montagna. Non che i miei genitori detestassero il mare: ma era più economico avere quella piccola casa in Val Seriana e certo era più comodo per mio padre fare la spola da lì a casa, che non tornare ogni domenica sera dalla Riviera Romagnola.
Avevamo questo piccolo appartamento a Bratto della Presolana, riscaldato da una stufa a cherosene che, durante le vacanze di Natale, riempivamo quotidianamente: due stanze, una cucina e un bagno. Alle pareti mia mamma aveva appeso quadretti che ritraevano scene bucoliche, fiori, e pizzi ricamati.
Era molto più piccolo rispetto allo spazioso appartamento che avevamo in città e non aveva le stesse comodità.
C’era un televisore in bianco e nero senza telecomando con l’antenna mobile per cui, se volevamo cambiare canale, dovevamo alzarci e schiacciare i bottoni e regolare l’antenna fino a quando l’immagine trasmessa non fosse risultata accettabile.
Lo scaldabagno era un piccolo boiler; per questa ragione io e mio fratello Andrea facevamo a gara per essere i primi a farci la doccia: il secondo, infatti, spesso rimaneva senza acqua calda.
Per concedere a mia nonna un po’ di riservatezza, i miei genitori avevano stabilito che lei avrebbe dormito nella camera in fondo e noi quattro ci saremmo accomodati nello stanzone accanto alla cucina: dato che io da sempre parlo nel sonno, mio fratello e i miei genitori furono costretti per quattro lustri a sorbirsi le mie tirate notturne, non di rado infarcite di turpiloquio e bestemmie e tutto ciò che non dicevo durante il giorno. A posteriori mi rendo conto di quanto quel sonno condiviso fosse un facile veicolo di comunicazione del mio disagio represso.
Amavo quella casa. L’aria era sempre fresca e profumata. Da qualsiasi finestra ci si affacciasse si potevano vedere le cime di roccia grigia e rossa delle montagne circostanti e i pascoli e i boschi.
Bratto non aveva attrattive particolari, era un piccolo borgo di passo, nella bergamasca: eppure ci sembrava un posto fantastico.
La natura non era intaccata che in minima parte dall’abitato: i boschi, i torrenti, i sentieri che solcavano i pascoli e i campi fioriti, erano una fonte di esplorazione irrinunciabile.
La parte vecchia del paese era composta da case di contadini con almeno duecento anni di storia, edificate con malta grigia, pietra ruvida e tegole d’ardesia: spesso andavamo a curiosare guardinghi e timorosi di essere scoperti, negli spogli androni e nei sotterranei, dove anche d’estate l’ombra raffreddava l’aria e le voci rimbombavano; vi si respirava odore di fieno e di animale da fattoria; qualche cane abbaiava rincorrendo topi di campagna, o spaventava le galline che razzolavano nel cortile, fra i carretti e le biciclette arrugginite.
Il paese era in seguito cresciuto, arricchendosi delle case per i villeggianti e altre strutture turistiche: una piccola sala giochi, con i primi videogames ai quali noi preferivamo il calcio balilla e i due flipper, grazie ai quali sopportavamo i pomeriggi di pioggia scrosciante mentre il jukebox suonava la musica del momento. Poco oltre la sala giochi, una panetteria che vendeva pizza al trancio e patatine fritte; ancora più in là, una gelateria.
Quelli furono gli anni più sereni della mia vita. Ricordo una canzone che diceva “facile una volta/strappare settimane al calendario”; non capivo tanto bene cosa significasse, tuttavia oggi mi rendo conto che quella frase racchiudeva in poche battute il significato denso dell’essere giovani: l’abbondanza di tempo.
Essere fratelli ci rendeva autosufficienti.
Che ci fossero gli amici, o non ci fossero, noi non eravamo mai soli e non ci annoiavamo mai: fra di noi si era sviluppata una complicità non dichiarata che travalicava il legame di famiglia e rendeva prezioso lo stare insieme. Nessun amico avrebbe mai potuto incrinare la nostra intesa insinuandosi fra noi.
Passavamo le mattine al sole, sull’ampio terrazzo che era il tetto dell’autorimessa, leggendo fumetti e ascoltando musica da un giradischi portatile che risaliva ai primi anni settanta.
Spesso ci inoltravamo nei sentieri di montagna, all’ombra di boschi di conifere, con il profumo di resina e di ciclamino a riempire l’aria; camminavamo tenendo gli occhi fissi sul sentiero per evitare il passaggio di una vipera. Pranzavamo al sacco lungo il torrente, poi rientravamo verso casa.
Mi sentivo un po’ come Tom Sawyer o Huckleberry Finn: avevo quattordici anni e stavo attraversando la prima fase di esplorazione del mondo e di me stesso.
Una mattina appoggiai il giornale e lasciai che il sole mi scaldasse.
Pensai che ero innamorato di una ragazza di nome Laura alla quale non sarei mai riuscito a rivolgere la parola; pensai che tre giorni dopo ci sarebbe stato Italia–Brasile; pensai che dovevo studiare per superare l’esame di matematica a settembre.
Mi sentii pervaso da un’insostenibile sensazione di serenità e di gioia, senza cogliere fino in fondo la natura di quel sentire: non potevamo sapere che entro un decennio la vita avrebbe risucchiato il nostro tempo in una vertigine di obblighi, responsabilità, tempo ridotto e l’inevitabilità del brutto che entra nella vita di un adulto sotto forma di dolore.
Aprii gli occhi e vidi il massiccio della Presolana: quella montagna aveva sempre suscitato un grande fascino, perché sembrava inaccessibile e alta. Sul Massiccio della Presolana si narravano leggende preoccupanti, come solo sanno essere le storie della Montagna: raccontavano di alpinisti caduti nei crepacci e mai più ritrovati, di aquile e lupi.
C’era un percorso, in particolare, che portava a una grotta scavata dalle intemperie nel grigio della roccia, per raggiungere la quale occorreva marciare spediti per più di tre ore, fra sentieri infestati da vipere, e camminamenti in bilico fra la parete e lo strapiombo, e ferrate vertiginose, per poi risalire un enorme ghiaione, una vera e propria pietraia morenica che ingannava l’inesperto escursionista, illudendolo di essere prossimo alla meta e esaurendo le residue energie.
Misi una mano a visiera fra fronte e occhi, per farmi ombra dal violento sole di luglio e pensai che fosse il momento per fare qualcosa di memorabile.
Un’impresa a sigillo della nostra gioventù.
Con la spregiudicatezza di chi non sa ancora nulla della vita, Andrea e io decidemmo di affrontare l’ascesa alla Grotta dei Pagani l’indomani: radunammo, con un efficace passaparola, altri tre compagni di missione e ci demmo appuntamento per il mattino successivo.
Con lo zaino sulle spalle, preparato diligentemente affinché contenesse tutto il necessario per affrontare qualsiasi evento, gravati da una serie interminabile di raccomandazioni delle mamme che guardavano noi e si rivolgevano vicendevolmente sguardi carichi di apprensione e scuotevano la testa, partimmo dal Passo lungo un sentiero che solcava un prato in pendenza.
Ci infilammo poi in un ampio bosco dove il sentiero si copriva di aghi di pino e foglie secche e rami, dove il profumo di ciclamino era intensissimo e dava quasi alla testa. I nostri passi erano impercettibili, attutiti com’erano dal tappeto del sottobosco. Mangiammo lamponi e fragole raccolte dai rovi, bevemmo acqua da una canna di ferro che sbucava dalla roccia e proseguimmo nell’ombra fresca. Abbandonammo il bosco per trovarci davanti un pianoro con l’erba che arrivava al ginocchio: il campo delle vipere, evidentemente.
Restammo a studiare quel mare verde che si muoveva scosso dal vento, incerti se proseguire o tornare a casa: era evidente che le leggende ascoltate ci avessero impressionato; nelle sere d’estate i vecchi ne parlavano seduti sui gradini delle case di pietra con accanto un fiasco di vino e in mano la pipa, i baffi folti sotto il naso arrossato e la voce profonda e arrochita, quasi un latrato; faticavamo a comprendere l’idioma duro con cui si esprimevano e ciò rendeva il racconto ancora più misterioso e evocativo.
Roberto era un ragazzo corpulento, dalla pelle biancastra coperta di efelidi e i capelli rossi: sembrava un irlandese e parlava di continuo lamentandosi di ogni cosa.
Si grattò la testa ruggine e entrò nel campo, infilandosi sotto il filo spinato e battendo i piedi per spaventare i rettili. Noi lo seguimmo, muovendo l’erba ciascuno con il proprio bastone.
Quella parte di percorso sembrava non finire mai e la percorremmo in silenzio e con il cuore in gola, accompagnati solo dal fruscio dell’erba e dalla litania del battistrada che, imperterrito, ci somministrava il suo rosario di lamentele. Alberto, un piccoletto biondo e nervoso, bestemmiava a ogni fruscio sospetto e saltellava nell’erba, alta quasi come lui. Io chiudevo la fila, con gli occhi fissi su Andrea, attento che non gli capitasse nulla. Mio fratello ogni tanto si voltava a cercarmi con il suo sguardo furbo: inarcava le sopracciglia e le labbra come se volesse comunicarmi lo stupore per l’impresa che stavamo realizzando.
Nella realtà non vedemmo alcuna vipera: alla fine dell’attraversamento ci convincemmo che quei racconti fossero solo frutto di fantasia, un innocente vezzo dei locali per farsi burla dei giovani ragazzi di città. O forse le vipere erano fuggite per non subire il lamentio costante dell’irlandese.
Eravamo arrivati nel punto in cui la vegetazione lascia spazio alla roccia; niente più campi e boschi, niente più ombra: il sole del tardo mattino picchiava con decisione sulle nostre teste, riscaldando l’aria resa fresca dall’altitudine.
Da quel punto la visuale sulla valle era incredibilmente suggestiva; strizzammo tutti gli occhi, per difenderci dal riverbero della luce sul bianco della roccia e guardammo sotto: si vedevano i paesi, minuscoli, e le strade e i campi verdissimi con i boschi e le radure, la strada che si inerpicava tortuosa verso il passo; vedevamo il nostro piccolo mondo con una prospettiva diversa e ci divertimmo a individuare edifici e luoghi da lì distanti e minuscoli.
I rumori giungevano rarefatti, quasi spettrali, dispersi dal vento e dalla distanza: inspirai profondamente l’aria pulita e aprii le braccia, sperando che un refolo più violento mi sollevasse e mi facesse planare sopra tutta quella bellezza, sopra tutta quella libertà.
Avevo il presentimento che quell’estate fosse una specie di spartiacque che avrebbe aperto un solco fra la mia ingenuità spensierata e la china verso l’età adulta.
Uno dei tanti crepacci della crescita.
Camminando in fila indiana, giungemmo al punto in cui il sentiero, lastricato e costellato di frammenti di roccia, si stringeva per insinuarsi fra il precipizio, a sinistra, e il versante ripido della montagna, a destra, che costituiva un muro grigio e poroso.
Ci aggrappammo alle catene saldate alla parete da grossi chiodi scuri e inoltrammo passi guardinghi sul sentiero diventato ormai una striscia di roccia: sotto di noi un salto di decine di metri.
E poi il ghiaione, domato con pazienza, gattonando quasi, scivolando indietro e risalendo aggrappandosi a sterpi e massi.
E fummo in cima, sul tetto del nostro piccolo mondo, spogliato dalle ingenue ombre delle leggende inquietanti.
Ci abbeverammo alla vasca naturale che l’acqua aveva scavato nella pietra, goccia dopo goccia, per centinaia di anni, complimentandoci reciprocamente; consumammo la nostra colazione al sacco.
L’irlandese cavò dal proprio zaino un pacchetto di sigarette rubate al padre che fumammo goffamente, con fare carbonaro, come celebrazione della nostra conquista che era vissuta come un passo verso l’età adulta, una meta a cui agognavamo incoscientemente.
Fumammo tutti, in silenzio, guardando la roccia e ripensando la fatica compiuta per arrivare a toccarla: le cime erano vicine, si vedevano nitidamente nel cielo reso mutevole dal vento.
L’unico che non fumava era Andrea, che si muoveva lungo la parete di roccia alla ricerca di un appiglio dal quale partire per una scalata improvvisata. Si voltò, quasi a chiamarmi con lo sguardo: decisi di seguirlo.
Una fenditura nella roccia, dovuta al gelo e al vento, aveva formato un piccolo canalone verticale facilmente ascendibile puntando i piedi nelle sporgenze della pietra. Andrea guizzava come un gatto, e io dietro a rincorrerlo e a raccomandargli prudenza. Ridevamo e ci incoraggiavamo a vicenda. Tuttavia, raggiunti i quindici metri di altezza, Andrea scivolò, perse la presa e cadde.
L’istinto mi spinse ad allargare il braccio e afferrarlo per il maglione, ritirandolo verso la roccia.
Restai aggrappato a lui, per alcuni minuti, ansimando e ridendo, e insultandolo e rabbrividendo pensando a ciò che non era successo.

Restai aggrappato a lui, l’unico punto fermo fra le due vite che mi riguardavano, quella vissuta fino a quel momento e quella che avrei vissuto in futuro, e a quell’idea di età libera e ricca di tempo che stavo vivendo con lui e che progressivamente ci sfuggiva dalle mani.

martedì 21 marzo 2017

IL MONDO IN UN BOTTONE



A volte succede che il ventuno di marzo coincida davvero con l’arrivo della primavera; dopo una settimana fredda e grigia, quel giorno si era verificata la magia della nuova stagione. L’aria era piacevolmente tiepida e profumava di fiori mentre i passeri berciavano fra i rami. Poco sotto la villetta bifamiliare, il lago cominciava a riempirsi di certi mattinieri che avevano deciso di goderselo, pedalando e correndo sulla sponda o solcandolo con le canoe.
Giorgia lasciava che il mondo intorno si animasse lentamente: il sole passava dalle persiane, disegnando strisce sulle lenzuola, mentre il suo respiro lento accompagnava indifferente il riprendere della vita.
Aprì gli occhi con lentezza, mentre i contorni della stanza andavano delineandosi progressivamente nella penombra. Allungò la gamba a cercare quella del marito, ma trovò solo il letto vuoto e il piumino arruffato.
Non era una novità, quel risveglio solitario.
Giovanni, se non si alzava presto per recarsi al lavoro, si alzava presto per andare a vogare con l’amico, o andava a correre. O a passeggiare lungo il lago. Comunque fosse, per stare lontano da lei.
Da lei che chiedeva affetto e attenzione.
Da lei che era tanto bella quanto distante da ciò che egli avrebbe desiderato: una donna solida, affidabile, certo non appiccicosa; la donna multitasking alla quale affidare casa e famiglia mentre lui si gettava a capofitto nella vita professionale per nutrire il proprio ego ipertrofico con brandelli di carriera strappati coi denti dell'ambizione.
Una donna da ostentare, una donna per completare il primitivo paradigma “carriera-casa-moglie-figli, che definisce in termini di successo la posizione di un uomo adulto all’interno della società.
Una specie di machismo sociale.
Ebbene, lui aveva tutto ciò, poteva definirsi affermato.
Che importa se, nella realtà de quotidiano, i due nemmeno si parlavano o discutevano aspramente?
Giorgia si puntellò sui gomiti e sbadigliò: non sarebbe mai stata la moglie modello; strizzò gli occhi e si guardò intorno: alle pareti, fotografie che ritraevano scene preconfezionate di una famiglia felice, definita secondo i canoni di un qualunque telefilm americano di giovani spensierati e inconsapevoli; sguardi negli sguardi, sorrisi impostati, i due figli in braccio ai genitori, un gruppo di amici ritratti sorridenti a un matrimonio che scimmiottava quelli di Hollywood.
Ogni singolo dettaglio componeva un mosaico minuzioso studiato con cura per rappresentare, agli occhi di un pubblico fatto di amici e parenti, l’immagine della coppia ideale: un diluvio di melassa nell’obiettivo della reflex, aridità e indifferenza celata dalle mura domestiche.
Giorgia accese l’i.Phone e andò subito a cercare su Whatsapp il messaggio di Leonardo: “Buongiorno, amore mio: vorrei poter fare colazione con te in cima a una montagna, lontani da tutti”.
Una pioggia di emoticons e di cuoricini a corredo di un desiderio impossibile da realizzare.
Leonardo: la dimostrazione in carne e ossa del teorema che l’amore rende stupidi, oltre che ciechi; Leonardo credeva in modo assoluto alla regola che quel sentimento totale avrebbe risolto ogni cosa; che bastava volere per poter riuscire.
Quella ingenua determinazione, in un adulto, la riempiva di dolcezza e le induceva anche un sentimento simile alla compassione. A volte, addirittura, la spazientiva.
Leonardo era veramente il principe azzurro: la ricopriva di attenzioni, di piccole sorprese quotidiane, di affetto; la faceva sentire desiderabile, sapeva baciarla e toccarla; alle orecchie di Giorgia sapeva sussurrare parole colme di dolcezza quanto pensieri sconci che la facevano arrossire e bagnare le mutandine quando la frugava sotto la gonna.
La ascoltava quando lei aveva voglia di ridere e parlare, dopo essersi rotolati nel letto del suo piccolo monolocale di periferia.
Tutto qui; che altro ancora poteva offrirle?
Giorgia si alzò e aprì le persiane, lasciando che l’aria della primavera e la luce entrassero nella camera.
Già, il monolocale di Leonardo: un buco buio e polveroso, arredato à la bohèmienne, dove la musica risuonava a ogni ora del giorno. Accogliente come il suo abbraccio, nelle sere d’inverno in cui aveva necessità di rifugiarsi lontano dalla recita quotidiana che aveva scelto di fare. Dal quale però muoversi, forse a malincuore, per indossare nuovamente i panni della brava moglie.
Sua madre le aveva ripetuto il concetto fino a trasformarlo in un mantra: “Tu ti devi sposare e devi rendere felice tuo marito”. Un cesello che lavora il marmo, colpo dopo colpo; e quel pensiero era diventato un’incongruenza della propria vita, una specie di totem e di maledizione che la aprivano in due come un bisturi. Si ribellava e soggiaceva, lottava per liberarsene ma, allo stesso tempo, si imponeva autonomamente quel giogo morale, rimproverandosi per ogni istante in cui si era sentita felice in quel rapporto clandestino e fedifrago: fedifrago, usava proprio questo termine grave, per vessarsi e sentirsi sporca e colpevole.
Per allontanare quell’uomo e poi andare a cercarlo di nuovo, tuffarsi in lui e poi scappare.
C'era una verità celata da quell'andirivieni estenuante: Leonardo l'amava esattamente nel modo in cui Giorgia voleva essere amata; ma Giorgia avrebbe desiderato che quell'amore così perfetto provenisse da Giovanni. Che non era capace, o non aveva voglia, di  amarla in quel modo così puerile. 
Era tutto un'inutile rincorrersi, senza soluzione di continuità.
Per Leonardo, tutto ciò era diventato  tortura.
Se ne era accorto, prima ancora che Giorgia stessa realizzasse la propria incapacità di dare una svolta alla propria vita e di gettare la maschera di rispettabilità che la rendeva famosa nel bottone dorato del paese nel quale trascorreva i fine settimana, fra un aperitivo con gli amici, una discesa al lago con i bambini e la spesa e le corse al mattino presto con l’i.Pod nelle orecchie e la messa e tutto il resto.
Aveva provato a mostrarle orizzonti più ampi; aveva gridato la propria frustrazione, la propria impotenza davanti all’ineluttabile indirizzo che stava prendendo quella storia. E Giorgia si era spaventata e allontanata.
Chiusa in bagno, ora, la donna si guardò allo specchio e fece una smorfia: un piccolo brufolo sul mento. Che scocciatura.
Prese il cellulare fra le piccole mani per risponde al messaggio di Leonardo.
“Vorrei tanto anche io, amore; ma come faccio?”
Già, avrebbe voluto: se tutta questa storia non avesse messo a repentaglio il castello di rispettabilità e certezze che ha accumulato in una decina di anni. 
Se non l'avesse costretta a rivedere le sue scelte e a rinnegare le sue certezze sull'uomo che aveva sposato.
Avrebbe voluto solo che questa storia fosse proseguita in parallelo, su un piano che entrambi erano riusciti a costruire e difendere per mesi, lontano dalle contingenze della vita reale, un piano dove tutto era circoscritto a loro due e al loro sentimento.
Una bolla.
Ma quel piano era irrealizzabile; o meglio, era incompatibile con la realtà. Leonardo non riusciva a capire che l’amore non è tutto.
Anzi, spesso l’amore non è nulla: è un’utopia surrettizia. Nella sua visione romantica, dove l’amore era un’iperbole sulla quale due individui possono correre, tutto il resto era risolvibile.
Leonardo non sapeva badare alla sostanza. Giovanni, tutto sostanza e Leonardo rarefatto nel proprio sentimento: scriveva bigliettini accorati, preparava cocktail che lei adorava e le componeva playlist per l’i.Pod.
Che altro avrebbe potuto darle? Niente, se non sterili sentimenti privi di orizzonte.
Giorgia si guardò di nuovo allo specchio, e si raccolse i capelli; si sentiva davanti a un bivio, ma aveva dentro di sé la certezza della scelta che avrebbe compiuto.
La scelta giusta.
Dopo tutto, la vita si può vivere benissimo in un bottone dorato.



giovedì 9 marzo 2017

USCITA DI SCENA



di Rocco Carta*

L’ultimo atto è cruento,
per quanto bella sia la commedia in tutto il resto;
alla fine, ci gettano un po’ di terra sulla testa, ed è finita per sempre.
Blaise Pascal
Devo prepararmi per il suo ultimo atto, la sua uscita di scena.
Sarò sotto i riflettori tutto il tempo: la gente che arriverà a rendergli omaggio mi osserverà, mi dirà parole di circostanza, per cercare di consolare la povera vedova rimasta sola e lo piangeranno. Alcuni senza neanche averlo conosciuto sul serio.
Consolarmi? Tutte quelle persone avrebbero dovuto supportarmi in tutti questi anni di matrimonio, altro che consolarmi ora!
L’altro giorno la notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Lui era stato investito mentre attraversava la strada e versava in gravi condizioni presso l’ospedale di zona.
Mi stavo asciugando dopo aver fatto la doccia, quando il cellulare si era messo a squillare. Dopo aver appreso la notizia, sono rimasta per qualche minuto in silenzio, pensando quasi fosse un suo stratagemma per tirarmi fuori di casa e potersi trovare faccia a faccia con lui. Comunque mi sono fidata del mio istinto: ho deciso di vestirmi in fretta e di recarmi all’ospedale.
Quando sono arrivata aveva già esalato l’ultimo respiro. Il medico mi ha raccontato, nel dettaglio, quali fratture gli avevano fatto perdere la vita. Mi girava la testa e mi veniva da vomitare. Il fato, il destino, che scherzi che giocano!
Quella sera lui sarebbe rincasato e avrebbe dovuto capire, una volta per tutte, che non sarei stata più una sua proprietà.
Erano giorni che mi tormentava con svariate telefonate a tutte le ore del giorno e anche della notte, implorandomi di tornare di nuovo insieme, alternando frasi smielate a minacce sempre più pesanti.
Faceva appostamenti sotto casa dei miei, dove per il momento ero tornata a vivere. I miei cari avevano paura e temevamo il peggio. Mi invitavano a stare attenta e a lasciare perdere di provare a rientrare a casa per recuperare i miei effetti personali. Era, per loro, troppo pericoloso e inoltre l’avrebbe fatto arrabbiare ancora di più.
Tutte le mie cose, i miei ricordi, i miei vestiti, pezzi di vita insomma, erano ancora nella casa in cui avevamo deciso di vivere. Da quando avevo deciso di andarmene, non vi avevo più messo piede.
L’avevo liquidato, dopo averlo denunciato per violenza domestica.
L’avevo perdonato troppe volte, gli avevo creduto, confidavo che sarebbe cambiato. Invece avrei dovuto andarmene al primo insulto, non avrei dovuto permettergli di arrivare neanche al primo schiaffo.
Maltrattata, derisa, offesa ogniqualvolta provavo a fare qualunque cosa non gli andasse a genio.
Le decisioni sulla nostra vita le doveva prendere rigorosamente lui. Ero e dovevo rimanere nelle sue mani. Una marionetta da manovrare a suo piacimento.
Non riuscivo ad uscire da quella situazione. Avrei voluto, ma avevo troppa paura.
Le poche persone a cui avevo raccontato quanto mi stava accadendo, invece di invitarmi ad andarmene da quell’orco, mi dicevano di resistere e mi invitavano a cercare di restargli accanto, in nome di quello che comunque era stato un grande amore.
Amore, ma come si fa a chiamare amore una relazione dove esiste un padrone della vita dell’altro? Un padrone che presenta sempre un conto spietato e salato.
Andò così fino a quando, una sera, in cui lui si trovava fuori con i suoi colleghi di lavoro, andai a partecipare ad un incontro sulla violenza di genere, tenuto da un’associazione del quartiere.
Alla fine di quell’incontro avevo già le idee molto chiare: parlare con le professioniste che avevano gestito quella serata mi aveva smosso e fornito molti suggerimenti e, finalmente, le parole che avevo bisogno di sentirmi dire. Non sono rientrata nemmeno a casa: dritta dai carabinieri sono andata.
Quando era rientrato a casa non mi aveva trovata, ma una telefonata lo aveva invitato a recarsi al commissariato.
Era rimasto attonito, ferito nell’orgoglio. Quella donna che lui, per insultarla e umiliarla, apostrofava come piccola e insignificante, incapace di avere una reazione vera, invece ce l’aveva fatta. Lo aveva colpito duro. Un montante metaforico in pieno volto, da cui per qualche giorno non era riuscito ad alzarsi. Non se l’aspettava.
Ma non rimase fermo e tranquillo, come già vi ho spiegato. La denuncia e quelle successive non lo avevano del tutto arginato. Rimaneva guardingo, in attesa di poter attaccare alla prima occasione.
Era furibondo oramai, non aveva nessuna intenzione di rendermi le mie cose. Aveva giurato che, se avessi messo piede in casa per riappropriarmene, mi avrebbe uccisa! Credetemi, ne sarebbe stato in grado.
Ma non importava: quella mattina, accompagnata da mia sorella e da un amico, sapendo che lui si trovava al lavoro, mi sono recata a recuperare tutto ciò che mi apparteneva. Questa cosa l’avrebbe fatto infuriare e, sicuramente, agire in qualche modo. Nessuno doveva o poteva ferire ulteriormente il suo orgoglio, non ubbidire a un suo comando. Io men che meno…
Ed ora guardalo lì, freddo, inerme, fa quasi pietà. Ma a me no!
Stanno chiudendo la bara, l’ultima volta che mi trovo costretta a stare faccia a faccia con lui. Vedo la gente che mi guarda e bisbiglia. Staranno pensando: “Guarda che forza, non versa neanche una lacrima”.
Lacrime a causa di quell’uomo ne ho versate tante.
Ora, provo solo uno sconforto dentro di me per non averlo lasciato prima, per avergli permesso di maltrattarmi per troppo tempo. Per avermi tolto la mia aria, per avermela fatta respirare inquinata per tutti questi anni.
Il corteo funebre si muove verso la chiesa dove si terranno le esequie.
Mi allontano dal carro funebre: la gente che accompagna la salma mi guarda basita, i suoi parenti, e anche i miei, mi guardano con un misto di disprezzo i primi e di stupore i secondi. Non me ne curo e continuo ad avanzare verso una rapida via di fuga.
Un signore che non avevo mai visto prima mi si avvicina mentre cammino, cercando di mettere più distanza possibile tra me e quel circo. Si avvicina e mi chiede se va tutto bene, se ho bisogno di qualcosa e mi indica la direzione del corteo.
Rispondo che è tutto ok, che la mia direzione è opposta alla loro e continuo sui miei passi, lasciandolo basito e incredulo per la mia risposta.
Respiro a fondo, aria pura. Finalmente ritorno a respirare.

Rocco Carta


Già pubblicato in data 25/11/2016 su: www.Psicoterapiaimmaginativa.com

* Tratto dal Blog Storie qualunque - Racconti di un educatore narratore, pubblicato l'8/3/2017: con questo racconto inizia l'interscambio fra Storie Qualunque e Le Cronache di Sigma.