venerdì 20 gennaio 2012

Il puntino che annota

Mi chiamo Sigma, e sono un travet. Sì, un travet, termine in disuso per significare letteralmente "impiegato diligente e puntuale", specialmente con un'accezione ironica e dispregiativa. E con ironia e disprezzo io la uso. Sono un travet, anche se in qualche cassetto di qualche stanza dell'Uffico del Personale, pardon, nell'Ufficio Risorse Umane o Human Resources, come si usa dire oggi, giace impolverato un organigramma in cui figuro come Responsabile Amministrativo.
Addirittura, quando voglio fare colpo con qualche ragazza durante i frequenti happy hour milanesi, mi definisco Accounting Manager, che suona veramente bene, soprattutto se si pensa al grigiore che questa definizione nasconde nella sostanza. A volte funziona, e se la ragazza rimane abbagliata, fra un tramezzino e un negroni, riesco ad imbastire una conversazione brillante, che opportunamente devia subito dalla mia professione per arrivare - a volte - nel letto di un motel.
In ogni caso sono un travet, punto. Un puntino, appunto. Mi mescolo con affanno ad altre millecinquecento persone sgomitanti alla ricerca dell'affermazione professionale all'interno di questa società dalle origini antiche che assomiglia sempre più ad un ministero scorporato della vecchia Unione Sovietica piuttosto che ad una società modernamente organizzata. La Italazienda Srl.
Ogni mattina la sveglia, la barba, l'abito rigorosamente grigio e la cravatta con il nodo grosso. Una buona mezz'ora di autobus per poi trovarmi recapitato nel grande formicaio del cinismo, dove divento improvvisamente invisibile, sprofondo nelle carte, inseguo vanamente l'attenzione del mio capo, mi illudo di coordinare delle persone ancor meno motivate di me e mi ritrovo spesso ad ora di cena solo, chiuso nella penombra del mio ufficio a chiedermi per quanto tempo della mia vita dovrò fare bilanci.
Il contabile, che idea stupida. Idea nata dalla testa di mia mamma, il Sergente. Quando da ragazzino le dissi che mi sarebbe piaciuto suonare la chitarra e viaggiare per il mondo, mi rispose che non era il caso, che i musicisti erano gente un po' strana. Tenendezialmente dei drogati, nullatenenti e senza regole né Dio.
Capirete, era la mia mamma e io avevo dieci anni. Per me era la Bibbia, la bussola, la stella polare della mia vita. Non poteva aver sparato una cazzata.
Mi avesse detto adesso quelle cose sulla droga e sulle regole, avrei appunto optato per il musicista di strada.
Ma allora questo scenario doveva avermi per forza sconcertato: per cui le diedi in mano le chiavi e il volante della mia vita e mi ritrovai - senza quasi nemmeno accorgermene - iscritto alla Facoltà di Economia e Commercio. 
Frequentare Economia a Milano negli anni '80, nel pieno del fenomeno yuppie, é peggio che nutrirsi di LSD. Dopo un po' il tuo cervello svapora, e al suo posto si riproducono sogni perversi sotto forma di aspettative di carriera.
Grandi uffici in centro alla città, segretarie in tailleur grigio antracite, con tacchi alti e camicette bianche sbottonate; riunioni importanti, soldi a palate e un lavoro divertente, fatto più che altro di relazioni sociali e pubbliche. In poche parole: Harrison Ford in "Donne in carriera". Nel sogno perverso non si compariva mai la Enerfarmachicmica Srl, il Grande Incubo dell'Omologazione.
Poi ti ritrovi qui, dopo vent'anni e scopri che l'animo del musicista non é passato, quello del contabile non é ancora arrivato.
Perché io sono questo, signori: un hippie con gli abiti di uno yuppie.
E soffro, ingabbiato nella routine da cui non riesco ad uscire.
Allora mi metto in un angolino, e osservo quelle piccole anime che si agitano, credendo di trovare la redenzione nel successo lavorativo, o nell'alias di esso.
Come il mio capo, per esempio. L'Imperatore di tutti i numeri. Da me ribattezzato VA0: Valore - Aggiunto - Zero.
Il mio capo é un bastardo. Un bastardo perché paranoico. Paranoico perchè bastardo.
Forte con i deboli e debole, debolissimo, con i forti.
Una specie di Jack Skeletron lungo e secco, con la testa rapata e gli occhiali tondi e spessi dietro cui gli occhi azzurri si deformano e dilatano fino a perdere ogni espressione. Sul volto ha alternativamente un broncio infantile o un sorriso ebete tanto da farti diventare pazzo dalla stizza.
Esemplare nel rinviare ogni decisione, fin quando la decisione si prende da sè, per sfinimento. Fenomenale, nel delegare fin quando non rinviene nel lavoro che ha delegato la possibilità di mettersi in mostra: quello é il momento in cui scende in campo, indossando la sua corazza lucida e brillante. Abilissimo nello schivare ogni responsabilità. Eccellente nel lavoro di autopromozione. Il Bastardo.
Ama circondarsi di giovani impiegate adoranti, che rende mansuete con interessanti aneddoti relativi alla propria carriera di manager in giro per il mondo.
Allora le bocche delle giovani discepole si arcuano ad "o" e le ciglia sbattono. A volte ci scappa un urletto di ammirazione, forse anche un applauso contenuto.
E lui gongola, e scodinzola. Questo é il suo doping. Dopo questa seduta di psicoterapia può affrontare le angherie del resto del top management e dell'Amministratore Delegato. Tanto, dopo, le giovani ancelle saranno ancora lì, pronte a lenire le ferite al proprio ego, con nuove esclamazioni e nuovi sbattimenti di ciglia.
Io osservo e annoto, rido amaro e annoto. Scuoto la testa e annoto. VA0, che pena.
Mi chiamo Sigma, sono un puntino: sono qui per osservare, annotare e raccontarvi la lotta quotidiana di queste vite grottesche.
Si può descrivere la vita partendo da una scrivania, da un ufficio circondato da altri uffici?
Vedremo Fantozzi, vedremo.

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