sabato 21 gennaio 2012

UNDER THE BRIDGE



Il 45° rapporto Censis descrive l'italia come fragile, isolata e guidata da poteri esterni; la crisi non ha soltanto inciso sui fondamenti economici, ma anche sulla consapevolezza e sulle aspettative degli italiani nel proprio futuro.

Praticamente in 4 anni sono stati bruciati un milione di posti di lavoro. Sì, esatto, quel milione di posti di lavoro che Silvio Berlusconi aveva promesso di creare.
Cresce il numero degli scoraggiati, dei disoccupati, dei giovani che nè studiano, nè lavorano, nè cercano un'occupazione.

C'é aria di rassegnazione, che é il peggiore dei sentimenti.

La forbice fra chi ha poco e chi ha tanto si sta allargando pericolosamente.
Giro per le strade di Milano, osservo i passanti e mi accorgo di assistere ad una dicotomia terrificante. Con il sottofondo musicale dello swing natalizio di Bing Crosby. Una dicotomia solo percepita, non evidente: fra una realtà visibile ed un'altra invisibile. Fra una ricchezza ostentata e una povertà celata.

Giganteschi e prepotenti suv nuovi fiammanti sfrecciano arroganti per le vie della mia città, fermandosi su marciapiedi e strisce pedonali.

Cappotti di cachemire e pellicce di visone. Sacchetti della Rinascente, di Pollini o di qualche gioielleria del centro.

Fuori dal negozio di Abercrombie & Fitch si formano code di ragazzini figli di un benessere mal distribuito, che attendono pazientemente e con l'aria serena di chi cresce nell'ovatta, di entrare a comprarsi la felpa del marchio più in voga del momento. Felpe che non costano meno di cento euro.

Showroom di arredamento, ristoranti di tendenza, negozi di calzature o di telefoni cellulari rigurgitano di acquirenti. I-pad, I-phone, I-pod come se piovesse.
Agenzie di viaggi con pacchetti per destinazioni esotiche tutti prenotati. Booked!!

Ma dov'é la crisi? Qui spendono tutti, siamo ancora in un Paese dove si vive bene, si chiede qualche cretino, cui fa comodo dormire fra due guanciali, senza dover affrontare la realtà.

La crisi é qui, rispondo io. La crisi é qui, perché chi non ce la fa a tirare avanti, chi si ritrova senza lavoro, senza stipendio, senza casa, senza una vita degna di essere definita tale, senza prospettive nè orizzonti, non si fa vedere, si nasconde. Per pudore, forse. O forse per sottrarsi al doloroso confronto fra chi questi problemi non li ha, e può permettersi di spendere per il superfluo, e chi non ha il minimo indispensabile.

Uno dei miei incubi peggiori é quello di ritrovarmi improvvisamente, totalmente, indigente. Senza un lavoro, senza una famiglia, senza una macchina, senza un tetto; obbligato a dormire sotto un ponte, su una panchina di un parco; oppure costretto a dover dipendere dalla benevolenza di qualche ente caritatevole, a sgomitare per una ciotola di zuppa e una fetta di pane.

Under the bridge é il titolo di una canzone dei Red Hot Chili Peppers. Parla di uno di questi fantasmi, o zombies, che popolano anche le nostre strade. Sì le strade di Milano, la Capitale finanziaria di quest'Italia senza finanze.

Un puzzolente barbone, che si trascina con abiti logori e sporchi, privo di tutto. Ha perso tutto per via della droga, ma potrebbe aver perso tutto per una congiuntura sfavorevole dell'economia, per una riorganizzazione aziendale. Magari ha perso tutto perché, pur vivendo in Italia, un imbecille funzionario di una banca americana ha concesso un mutuo senza garanzie ad un numero imprecisato di persone che poi non hanno potuto fare fronte ai propri debiti. La prima tessera del domino cade, magari, a Wall Street e improvvisamente tu che sei a Milano e fai il magazziniere in una fabbrichetta di Lambrate, e hai un monolocale in periferia, ti ritrovi licenziato perché c'é la crisi. Così sei senza lavoro, e a poco a poco ti ritrovi tagliato fuori: perdi i tuoi amici, perché non riesci ad uscire la sera con loro, non avendo un euro da spendere in minchiate tipo happy hour o cinemino. E quella ragazza con cui stavi uscendo non si fa più viva, perché non la porti a ballare, non le compri i fiori e non organizzi un week end romantico in occasione del Capodanno. E piano piano vedi il tuo mondo sparire lentamente come se ti stessero smontando la scenografia che ti eri costruito giorno dopo giorno. Oltre quella scenografia - che prima chiamavi vita - adesso c'é il buio.

O il ponte, appunto. Il ponte da cui vedi la città.

Sì, quella città che prima - in un certo senso - ti apparteneva, adesso continua a vivere senza di te. E se guardi bene e fissi lontano, vedi anche quell'imbecille del funzionario di banca (sì, lo stesso che ha dato soldi a prestito senza garanzie) che ritorna a casa con la sua Audi A6, nella sua bella casetta calda e illuminata. Lui non ha perso il posto, no. E nemmeno la banca é andata a puttane: si sa, le banche a volte subiscono dei contraccolpi, ma poi c'é un progamma presidenziale che mira a salvare gli istituti di credito. Nell'interesse della collettività, sia chiaro.

E tu sei lì, come un cretino, ad osservare le vite degli altri, che continuano ad andare avanti, sui suv, con l'I-pad e il blackberry, e il televisore LCD, e compagnia bella.

Un brutto incubo, il mio. Ma c'é chi, in quell'incubo, sta sprofondando.

A volte si parla di rivoluzione proletaria. No, io sono contrario alle rivoluzioni, perché nell'impeto rivoluzionario si perde lucidità, si perde razionalità. E di solito le rivoluzioni sono solo un momento di violenza collettiva, che mira a distruggere e non a salvare. Le rivoluzioni proletarie del mondo hanno generato solo nuove dittature e innalzato nuove aristocrazie, come nell'Unione Sovietica. O hanno creato i presupposti per la restaurazione, come in Francia, nel 1789.

Ma occorre che il governo redistribuisca le ricchezze. Non occorre che tutti abbiano esattamente lo stesso. Questo sarebbe comunismo, e il comunismo ha gneerato molti scompensi. Ma occorre trovare il modo in cui la ricchezza venga redistribuita, che la forbice di cui parlavo sopra si restringa. La sperequazione é inaccettabile. Anche sotto Natale.

2 commenti:

  1. gentile Sigma, lei scrive cose ragionevoli per questo il suo blog è poco frequentato. Le scrive bene, in modo chiaro e intellegibile.
    Dimostra di saper osservare, in epoca di autoreferenzialita' e narcisismi, non è da poco; molte cose che lei afferma le condivido anche se piu' che lo stato redistribuire , lo stato a mio avviso dovrebbe creare le condizioni per che le risorse materiali e immateriali si distribuiscano piu' equamente, ma è un discorso lungo...
    passero' a trovarla spesso
    alessandro

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  2. Sto facendo di tutto per evitare il ponte.
    Il suo scritto, da me letto in questo momento(h 18:40 22/03/2012), coglie con sensibilità rara le frustrazioni e le difficoltà, non solo quelle riconducibili alla crisi, che vivono milioni di individui del nostro strano Paese.
    Mi domando se quella classe dirigente a cui ci ha consegnati il Colle o chi scialacqua a livelli più elevati, abbiano mai provato a calarsi, una sola volta nella propria esistenza, nei panni di un povero.
    Il comunismo però esiste ed è impietoso anche con loro: la morte e le malattie... non è misera consolazione!

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