martedì 14 febbraio 2012

Il modello americano


Va bene, non lo nego: sono intriso anche io come la maggior parte degli italiani di cultura americana.
Non potrebbe essere diversamente. Da quando nel 1944 le truppe americane sbarcarono ad Anzio e in Sicilia, abbiamo subito - noi italiani - una progressiva colonizzazione culturale da parte degli Stati Uniti.

In linea teorica non c'é nulla di male.
Tuttavia mi vengono i brvidi quando sento parlare del modello americano da applicare all'Italia, nel campo del lavoro. La tanto declamata, acclamata ed invocata elasticità per quanto riguarda la gestione del rapporto di lavoro, al fine di aiutare le imprese a superare la crisi economica.
Forse il modello americano é la strada sbagliata. Forse ci sono altre soluzioni. Forse l'America non é un modello cui ispirarsi.

La crisi del modello americano, della competitività e del successo, era già stata cantata da Bob Dylan e successivamente da Bruce Springsteen.

La crisi del modello americano era moralmente decretata dal fatto che - ancora alla fine degli anni sessanta - gli individui di colore venivano discriminati in qualsiasi locale pubblico.

La crisi del modello americano era stata economicamente dichiarata nel 2008 quando la crisi dei mutui supreme avevano mostrato la fragilità del loro sistema.

Brett Easton Ellis e Jay Mc Inerney hanno parlato della crisi del yuppismo a metà degli anni '80, evidenziando i limiti e la potenziale pericolosità di quel modello: la competizione portata agli estremi, la ricchezza ed il successo come tracciante per il percorso personale di un individuo portano all'aberrazione, tant'é vero che i protagonisti di libri come American Psycho o Le mille luci di New York, tanto per citare due esempi, da yuppies perfettamente calati nella propria realtà glamour, si trasformano in mostri, sotto l'influsso della ricerca del successo.

E - in fondo - anche da un punto di vista del welfare (parola di origine aglosassone), il modello americano si é lasciato dietro una scia di cadaveri e di mostri. Se ci si allontana per un istante dai grattacieli vertiginosi di Manhattan, dalle mansion di Lincoln Park a Chicago o dalle ville di Mullholland Drive a Beverly Hills ci si accorge che esistono periferie dove la gente si accalca in condizioni al limite dell'umano. Scie di barboni, di disoccupati, di ubriachi popolano lati oscuri delle periferie, ammassati in baracche fatiscenti.

L'industrializzazione insistita ha portato ad un aumento dell'inquinamento, ad una smodata emissione di gas serra, alla desertificazione.

Esiste un modello americano per quanto riguarda la visione economica globale: questo modello prevede l'assoggettamento di tutte le nazione alla logica del capitalismo, nel tentativo di trasformare il Mondo come lo conosciamo in un enorme mercato su cui collocare i prodotti americani. A sostegno della teoria che la produttività é l'unico valore che deve regolare un pianeta e le regole sociali ad esso legate. Le leve sono molteplici, una per esempio é la detenzione di pozzi petroliferi intatti, da utilizzare quando gli altri si saranno inariditi.

In ogni caso, quindi,  il Mondo viene considerato come uno strumento ad uso e consumo del popolo americano, o di quella parte del popolo che detiene la maggior parte della ricchezza.

Questo modello ha poche regole, se non quella della jungla: il più forte vince.

A volte si confonde questo modello con il modello proposto dagli studiosi di microeconomia, definito concorrenza perfetta. La concorrenza perfetta viene a sua volta confusa con il libero mercato. In realtà la concorrenza perfetta prevede che ogni attore presente sul mercato abbia pari forza degli altri, in modo che le proprie scelte influenzino il mercato stesso che a sua volta si adatta per mantenere l'quilibrio. Il libero mercato, all'interno della logica della concorrenza perfetta, é quello in cui ciascun individuo può offrire e acquistare a seconda delle proprie scelte.

Vi sembra che la concorrenza perfetta corrisponda al modello americano? Le concentrazioni, i cartelli, le lobbies sono strumenti volti a forzare l'equilibrio al fine di creare sperequazione.

Trovo che un minimo di disequilibrio sia necessario per generare spinte al rinnovamento e alla crescita. Ma quando il disequilibrio si muta in sperequazione, ossia una squilibrata distribuzione di risorse, ricchezze e opportunità (soprattutto le opportunità), le spinte al rinnovamento e alla crescita si cristallizzano, perché ha il sopravvento la spinta al mantenimento dello status quo.

Ciò a cui mira chi sbandiera il modello americano nel campo del lavoro, oggi, in Italia, é (secondo il mio umile parere) proprio il mantenimento dello status quo, ossia un equilibrio forzoso, che di fatto nega opportunità a chi non detiene le chiavi di questo equilibrio forzoso.

Chi offre lavoro rischia di venire relegato in un ambito di perenne precarietà, privo di opportunità di crescita, in balia delle decisioni di carattere rigidamente economico di quella ristretta classe che detiene la ricchezza e la gestisce in modo utilitaristico, un utilitarismo tirato all'estremo. Uno qualunque dei beni di produzione, come un macchinario, da accantonare e dismettere quando non serve.

Qualcuno si sta domandando, portando avanti questa filosofia, che impatto avranno certe scelte sul tessuto sociale del nostro piccolo Paese? E' un Paese di baracche che circondano pochi quartieri di lusso, quello che vogliamo?

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