domenica 5 febbraio 2012

La foglia di fico dell'Articolo 18


L'Art. 2555 del Codice Civile definisce l'azienda come


il complesso dei beni organizzati dall'imprenditore
per l'esercizio dell'impresa.


L'Art. 2082 del Codice Civile, fornisce la nozione generale di imprenditore come quella di


chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata
alla produzione o allo scambio di beni e servizi.


Queste due definizioni si trovano alla pagina zero di qualsiasi libro di economia aziendale e si studiano pochi minuti dopo aver consegnato il modulo di iscrizione alla segreteria di qualsiasi facoltà di economia e commercio.

Quindi, sintetizzando, i tre elementi determinanti l'attività di impresa sono la professionalità (intesa come esercizio continuativo dell'attività), l'organizzazione e l'economicità (la copertura dei costi con i ricavi).

Poco oltre, su qualsiasi testo, si passa a parlare del cosiddetto rischio di impresa: la dottrina (cioé il comune pensare di eminenti studiosi della materia) sostiene senza esitazione nè dubbio che esso ricada sull'imprenditore; infatti, l’attività imprenditoriale è, di per sé, attività “rischiosa”, perché il risultato economico dipende da numerosi fattori, non sempre prevedibili o previsti dall’imprenditore; quest’ultimo potrebbe addirittura perdere tutto ciò che ha investito.

E', questo, il cd. rischio d'impresa, rischio che, secondo l'opinione tradizionale [fra gli altri Gastone Cottino e Pietro Onida], giustifica il potere dell'imprenditore di dirigere il processo produttivo e legittima l'acquisizione da parte sua degli eventuali profitti; quindi il profitto é da intendersi come remunerazione del rischio d'impresa.

Da parecchi mesi la questione dell'Art.18 viene sbandierata dal Ministro del Lavoro del nuovo Governo Monti, da Confindustria e da chi in Confindustria non ci vuole più stare (Sergio Marchionne).
Praticamente si vede l'Art.18 come l'ultimo ostacolo alla totale libertà dell'imprenditore di licenziare i lavoratori a prescindere dalla giusta causa. L'elasticità che si invoca a favore delle imprese avrebbe come unico effetto concreto quello di far slittare il rischio di impresa dall'imprenditore al lavoratore.

Ma la distinzione fra lavoratore e imprenditore é evidente: il lavoratore presta - dietro un compenso preventivamente stabilito - il proprio lavoro per un numero determinato di ore, con livelli di autonomia e responsabilità differenti.
L'imprenditore svolge quell'attività professionale, economica e organizzata di cui si parlava in precedenza, accollandosi il rischio di impresa e acquisendo i profitti di questa attività sotto forma di utili. E' difficile confondere i ruoli e le figure, vero? Eppure c'é chi in questi mesi ci sta provando.

Se spostiamo il rischio di impresa sui lavoratori, dobbiamo spostare su di essi anche la titolarità dei profitti ed il diritto alle scelte inerenti la gestione.

Questo sembra leninismo, lo so.

Ma é semplicemente una provocazione per sollevare la foglia di fico della questione dell'Art.18 che al momento si sta usando per coprire le vergogne di una classe di imprenditori inadeguata alle esigenze di un Paese che si vuole fra gli 8-10 più industrializzati del mondo. Se solleviamo l'imprenditore da questo rischio abitualmente più che compensato, significa creare una oligarchia di individui al di sopra del bene e del male, completamente deresponsabilizzati relativamente alle proprie scelte inerenti la gestione delle imprese, all'organizzazione delle aziende.

Quello che Emma & Sergio (divisi eppur uniti) sostengono con il loro argomentare fumoso e presuntuoso é: "Noi ci mettiamo i soldi e vogliamo che fruttino ad ogni costo". Un po' come andare in sala corse e puntare su un cavallo a caso avendo la pretesa di vincere. Un po' come andare al casinò e puntare avendo la certezza di vincere.

A casa mia questo si chiama barare. O forse Emma & Sergio vogliono trasformare il sistema imprenditoriale italiano in un arcipelago di cooperative dove lavoratori e imprenditori decidono collegialmente del destino delle aziende e si spartiscono equamente gli utili?

Concludendo, non mi convince nemmeno la spiegazione del Presidente del Consiglio Mario Monti, secondo il quale l'abolizione dell'Art.18 attirerebbe più investimenti e permetterebbe maggiori assunzioni dei giovani.
Chi ha lavorato in azienda (come me) sa benissimo che in tempi di crisi si riducono le risorse, ma che queste risorse non vengono mai interamente reintegrate: infatti i carichi di lavoro vengono redistribuiti (questi sì) su chi é rimasto, con buona pace di tutti.



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