giovedì 2 febbraio 2012

L'Italia che piace



Quante “Italie” conosciamo? Quella dell’arte? Quella della grande inventiva? Quella del talento costruttivo? Quella del paese pittoresco? Quella dei giovani che cercano un futuro? O quella capace di grandi imprese industriali?
Noi possiamo scegliere quale Italia essere. E’ il momento di decidere se essere noi stessi o accontentarci dell’immagine che ci vogliono dare.
Questo momento è quello di ripartire. Ripartire nell’unico modo che conosciamo: con il nostro lavoro e mettendoci alla prova.
Perché in Italia, ogni giorno, c’è qualcuno che si sveglia e mette nel suo lavoro il talento, la passione, la creatività, ma soprattutto la voglia di costruire una cosa ben fatta.
Le cose che costruiamo ci rendono ciò che siamo.

Questo é il contenuto, un po' retorico ma comunque intenso, dell'ultima bellissima pubblicità della Fiat Panda.
Mentre Ricky Tognazzi recita il testo (che ho riportato integralmente), scorrono immagini dell'Italia di cui oggettivamente noi tutti possiamo essere orgogliosi; l'Italia dell'arte, dell'artigianato locale, dei paesini Toscani, della moda.
L'Italia che lavora, che produce, l'Italia pulita.
L'Italia sensibile ai sentimenti. A cui questo spot strizza decisamente l'occhio, colpendo in pieno il bersaglio.

C'é anche un'Italia che non dimentica, purtroppo, che questa pubblicità promuove il prodotto di un'impresa, la Fiat, il cui Amministratore Delegato Sergio Marchionne ha spesso - e in tempi anche recenti - mostrato di non voler nessun tipo di Italia.
A Sergio Marchionne l'Italia che piace é quella dei disoccupati o dei precari, é quella dei contratti corsari, é quella del trasferimento del quartier generale a Detroit e delle produzioni in Polonia e Brasile e - chissà - forse anche in india e Cina, in futuro.

C'é anche un'Italia che non dimentica la Fiat dell'abbandono a Confindustria. La Fiat solo lambita da tangentopoli e misteriosamente scampata ad essa. La Fiat cui sono state regalate senza troppe condizioni l'Alfa Romeo, l'Autobianchi, la Innocenti, la Lancia.
La Fiat della cassa integrazione che é costata sangue allo Stato italiano. La Fiat che ha rastrellato finanziamenti a fondo perduto per investimenti nel mezzogiorno che non sono stati all'altezza delle necessità.

Così questa pubblcità - bella nella sua ideazione e nella sua realizzazione - rischia di suonare come un'amarissima presa per i fondelli, o come un ricatto sibillino - l'ennesimo: l'Italia che ci piace é quella che si genuflette alle nostre decisioni; in questo caso, ecco, noi continuiamo a produrre in Italia come abbiamo fatto con la Panda dopo l'accordo a Pomigliano d'Arco (non per niente questa pubblicità é stata presentata proprio a Pomigliano). 

Peraltro, possiamo declinare il testo della pubblicità della Panda in un modo diverso.

Che Italia vorremmo?

L'Italia delle prospettive, l'Italia dell'equilibrio e del buon senso.

L'Italia degli imprenditori coraggiosi, che non si rifugino nei licenziamenti facili nei momenti di difficoltà, trasferendo sul lavoratore il rischio di impresa.
[Il rischio d'impresa spetta per definizione agli imprenditori, cui spettano anche gli utili della gestione. Al lavoratore spetta un salario prestabilito e una minima garanzia del posto di lavoro.
Pretendere flessibilità ad ogni congiuntura sfavorevole, significa sblianciare a favore del datore di lavoro l'equilibrio economico]

L'Italia di imprenditori che ancora abbiano inventiva, e capacità di innovare, dove l'innovazione sia non solo di prodotto, ma anche di processo.

L'Italia degli imprenditori che sentano ancora la responsabilità di essere imprenditori e non vivano la propria natura azienda come un bene esclusivamente proprio al fine di arricchire solo sè stessi, ma come uno strumento per elevare il tessuto sociale di un territorio.

L'Italia degli imprenditori che non si ricordino del Governo solo quando vi é da richiedere aiuto sotto varie forme; ma che si ricordino anche di dare un contributo a quello stesso Governo. Che non pensino solo a chiedere, ma che si chiedano - al contrario - quale contributo possono dare.

Questa é l'italia che vorremmo. Se gli imprenditori avessero il coraggio e la lungimiranza di mettersi in cima alla colonna e la capacità di riconoscersi di nuovo come traino del paese, il beneficio sarebbe diffuso.

E potremmo parlare ancora di crescita.

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