mercoledì 29 febbraio 2012

Quanto manca all'Italia una vera sinistra


Riflettendo su ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi in Italia - dall'avvento del Governo Monti in poi - ed in particolare sull'impennata di arroganza da parte degli industriali italiani, che é addirittura cresciuta rispetto ai tempi del Governo Berlusconi, mi sorgono alcune considerazioni.
Certamente, non dovendo rispettare nessun tipo di mandato politico derivante dall'investitura elettorale, e non mirando quindi ad una riconferma delle urne, Mario Monti può prendere senza troppi condizionamenti provvedimenti impopolari orientati - secondo la propria visione - a migliorare la situazione economica e finanziaria dell'Italia, in ottemperanza, soprattutto delle indicazioni dell'Unione Europea.

Questo, infatti, era lo scopo del Presidente Napolitano quando ha nominato Monti senatore a vita. Lo ha di fatto svincolato da un obbligo partitico, con il fine di renderlo il più asettico possibile.
Tuttavia il Professor Monti per estrazione é un uomo di destra, viene dalla Bocconi ed ha una storia propria strettamente legata a quella cultura liberista che é venuta formandosi dagli anni '80 in poi e che in definitiva sottende il concetto di Unione Europea. Questa cultura vuole - essenzialmente - uno stato quasi assente o comunque ritirato in ambiti molto ristretti, ed un'imprenditoria libera da vincoli e doveri, totalmente orientata al profitto e al benessere proprio.

Questa filosofia, che é andata rafforzandosi di decennio in decennio, ha fatto sì che la figura dell'imprenditore venisse cambiata e stravolta, facendole perdere quella che era la valenza più importante a livello sociale: ossia la consapevolezza che l'imprenditore é - piaccia o no - il traino del Paese, figura dal quale dipende il benessere di un'intera società. Fintanto che la classe imprenditoriale ha avuto questa coscienza di sè, ha anche sentito una forte responsabilità nei confronti delle altre classi (parlo di classi per comodità espressiva, senza intenzione di ricollegarmi alla lotta di classe citata da Marx), soprattutto dalla fine del XIX° fino ai tardi decenni del XX° secolo. 
Persa questa valenza, a partire dagli anni '80 in poi, l'imprenditore si é ridotto ad essere un operatore individuale ripiegato su sé stesso, egocentrico ed egoista, con l'unico fine di massimizzare il proprio profitto.

Questa tendenza ha raggiunto picchi rilevanti soprattutto con la concomitanza di Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio, Emma Marcegaglia alla Presidenza di Confindustria e Sergio Marchionne come Ceo di Fiat. Benché questi tre soggetti siano in un certo senso contrapposti (mi riferisco alle dichiarazioni critiche della Marcegaglia nei confronti del Governo Berlusconi, o l'uscita di Fiat da Confindustria), hanno parallelamente teorizzato, in momenti diversi e con comportamenti concludenti, questo nuovo ruolo dell'imprenditore. Che é legittimo, chiariamo, ma miope e improduttivo se visto nell'ottica di una Nazione.

E' chiaro che se l'imprenditore si spoglia della propria responsabilità morale (sia chiaro solo morale) nei confronti della società civile e dello Stato in cui opera e cresce, ciò che resta é quanto di più meschino ed egoista e tutto sommato inutile se si guarda il contesto più ampio del benessere comune. Non più guida per la crescita, né garante del benessere generale.

Si sono così moltiplicati i casi di corruzione, concentrazione di risorse, accordi illeciti, lobbismi e così via. Tutte scorciatoie per il fine ultimo, ossia il mero profitto individuale.

Senza dover trascendere in atteggiamenti paternalistici, c'é stato un tempo in cui la classe dirigente degli industriali si rendeva conto che da essa dipendeva il benessere dei propri dipendenti.
Ora la voce costo del lavoro viene vista in modo molto più cinico ed asettico come una qualunque altra voce di bilancio. Senza che si percepisca che l'impoverimento della classe lavoratrice - operai o impiegati che siano - produce l'impoverimento di un intero Paese, paralizzando l'economia in quanto riduce i consumi.

Tornando a Monti, provenendo egli da questo percorso di autocoscienza dell'industriale, non potrà che sentirsi incline a soddisfare le richieste che provengono da Confindustria.

Il problema, piuttosto é che la attuale sinistra italiana é totalmente assente. Dalla morte di Berlinguer in poi ha incominciato un lungo percorso di autoesplorazione, perdendosi in esso. Invece di intraprendere un'attività autocritica realistica ma produttiva, i leader dell'ex PCI prima hanno brancolato in atteggiamenti esistenzialisti, perdendo di vista l'obiettivo di rappresentanza di valori ben definiti; e poi si sono dissolti in effimeri quanto superficiali cambiamenti di immagine. La mazzata finale l'ha data la vittoria di Berlusconi che - con un'operazione di marketing tesa a coprire sia il vuoto culturale e politico di Forza Italia che gli scheletri nell'armadio che il suo leader ha tutt'ora - ha dato l'illusione che una bella riverniciata avesse più importanza di una concreta attività di difesa di valori che erano stati il simbolo di una sinistra.
Così D'Alema prima e Veltroni poi hanno inzialmente abbandonato l'oneroso patrimonio ereditato dal Partito Comunista, per non doverne accettare anche i debiti storici e morali (i delitti del comunismo nel mondo, la sudditanza del PCI italiano da quello di Mosca e così via). Ma così hanno perso anche i contenuti.

Così sono nati i girotondi, il popolo viola, i salotti pieni di intellettualoidi radical-chic che parlano a vanvera di argomenti come popolo, ricchezza e lavoro. E un Partito Democratico di ispirazione kennediana. Come se questo bastasse di per sè a garantire qualità all'attività politica di questo partito.

Nel frattempo il resto dell'ideologia comunista si sgretolava in una galassia di partiti antagonisti a tutto, persi su strade poco costruttive di contestazione, di affiancamento a frange violente o di continua messa in discussione e di critica ad elementi marginali della questione.

In realtà Veltroni & Co. stavano semplicemente assecondando una deriva che li portava ad occupare spazi liberi lasciati da quello che era il PSI di Bettino Craxi, convinti com'erano che non esistessero più gli operai e che quindi un partito laburista non avesse più speranze.

L'errore é marchiano: la classe operaia degli anni '70 non c'é più forse. Ma sono sorte nuove figure come i precari del pubblico e del privato, i lavoratori interinali; inoltre gli impiegati sono scivolati in basso nella scala dei privilegi. Una galassia di lavoratori senza rappresentanza nè tutela. Ecco a chi dovrebbe rivolgersi il Partito Democratico, altro che i Kennedy.

Un partito della sinistra dovrebbe avere come bussola il lavoro sotto i due aspetti: difesa di chi ce l'ha, e creazione di posti per chi ancora non lavora; la ricerca di strumenti per l'equa distribuzione delle opportunità e delle risorse; la questione morale; la proposta di soluzioni per la crescita. La sicurezza sul lavoro. Tutto il resto é secondario.

Se Bersani fosse stato un leader di sinistra, avrebbe risposto in modo diverso all'affermazione del Ministro Fornero che minacciava di proseguire sulla riforma del lavoro anche senza l'accordo delle parti: avrebbe dovuto andare in Parlamento, sfiduciare il Ministro, dando così un messaggio forte da uno dei partiti che - al momento - sostiene il Governo. Un messaggio forte all'elettorato: "Noi tuteliamo determinati strati della popolazione e continueremo a farlo, senza troppe acrobazie diplomatiche. Va bene la riforma del lavoro, ma che non sia assolutà libertà per gli imprenditori a discapito di chi presta la  forza lavoro. Votateci, perché sappiamo cosa vogliamo". Avrebbe fatto l'interesse di una Nazione e non solo di una fazione politica, rappresentando un paletto a garanzia di milioni di lavoratori.
In ogni democrazia é bene che esistano delle contrapposizioni forti, perché il dibattito porta all'evoluzione.

Invece Bersani si é perso in distinguo e sofismi, dando l'idea di non sapere da che parte stare: al punto che sostengono in modo asettico e forse un po' ottuso un Governo di banchieri e finanzieri, in nome di un'operazione di marketing destinata al fallimento.

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