giovedì 22 marzo 2012

Aspettative frustrate [?]



Sinceramente ci si aspettava molto di più. Da un personaggio dal curriculum di Mario Monti ci si aspettava sicuramente qualcosa di diverso da quanto fatto finora. Come minimo avevamo il diritto di attenderci più immaginazione.
Aumento dell’Iva. Reintroduzione dell’ICI ribattezzata IMU. Aumento delle accise sul carburante.
Allungamento dell’età pensionabile. Qualche pastrocchio sulle rivalutazioni delle pensioni.
Una specie di liberalizzazione che ha colpito solo alcune corporazioni di scarsa rappresentatività che quindi rappresentavano bersagli facili, senza andare al nocciolo della battaglia contro i veri privilegi che impediscono lo sviluppo della libera impresa individuale in ogni campo.
Il congelamento degli aumenti o adeguamenti salariali ai dipendenti della pubblica amministrazione.
La canonica genuflessione alla Fabbrica Italiana Automobili Torino, autorizzata – per dirla in parole povere – a fare quello che vuole.
Un timido assalto ai privilegi dell’ABI subito ritirato ingoiandosi affermazioni e promesse.
Una riforma del lavoro che di per sé potrebbe anche rappresentare davvero qualcosa di buono se non fosse applicata al mondo dell’industria italiana: l’abolizione dell’art.18, più che costituire l’abbattimento di un baluardo dietro il quale spesso si sono nascosti fannulloni e opportunisti, rappresenta l’arma data agli imprenditori per alleggerirsi del rischio di impresa scaricandolo sui lavoratori. In questo modo nei periodi di crisi – mancando il lavoro – i dipendenti potranno essere licenziati; di contro – nei periodi di ripresa economica – i lavoratori sopravvissuti alla falcidie del licenziamento – si sobbarcheranno il lavoro in più, non essendoci nessun obbligo per i datori di lavoro di assumere in tempi di vacche grasse.
Infine, l’inevitabile pellegrinaggio alla Mecca della UE, Berlino, per la salvifica benedizione teutonica in nome della riduzione dello spread.
Queste cose avrebbe potuto farle benissimo anche Tremonti, libero dalle briglie di un Berlusconi ottenebrato dal Bunga Bunga e dalla ricerca di consenso. Da Mario Monti ci si aspettava più coraggio, più fantasia e anche più equità (la parola che più volte ha ripetuto nel suo discorso di insediamento).
Monti ha una maggioranza ricattabile moralmente (se moralmente è la parola giusta per un parlamento autoreferenziale prodotto di una legge elettorale che limita in modo definitivo la libertà del cittadino votante di scegliere i deputati e i senatori); la formula del ricatto è “far cadere il governo = mettere in crisi il Paese = perdere popolarità agli occhi dell’elettorato = perdere voti = perdere privilegi”. Quindi, in virtù di questa maggioranza coatta, potrebbe far digerire di tutto; le tre coalizioni che lo sostengono sono pronte a votare qualsiasi provvedimento pur di gridare nei comizi che stanno accettando queste leggi severissime e a volte opinabili, solo per il bene del Paese. Lo sa bene Bersani che – pur dichiarandosi contrario ad ogni provvedimento – vota sempre a favore perché “va anteposto l’interesse comune a quello del singolo”.
Fin qui, niente di fatto male, ma niente di particolarmente efficace o stravolgente.
Vogliamo fare delle proposte radicali? E facciamole.
L’aumento della benzina penalizza i trasporti e fa salire i costi della merce trasportata. Così come l’aumento dell’Iva sui beni di consumo, se da una parte ha l’effetto di tassare i consumi e quindi di attingere da chi acquista di più, dall’altro deprime e contrae il mercato. Se c’è una caratteristica comune dell’italiano medio è quella di anteporre il risparmio ad ogni altra scelta di carattere economico. Chiaro quindi che, in occasione di aumento del costo dei beni, risponderà proteggendo il risparmio e riducendo la spesa.
Impensabile, quindi, aumentare l’Iva senza abbassare contestualmente le aliquote Irpef più basse. E – allo stesso modo – occorre tassare progressivamente gli scaglioni più alti, creandone eventualmente di nuovi, se occorre, anziché ridurli a tre/quattro. In questo modo lo slittamento delle imposte da dirette ad indirette sarebbe efficace ed equo. La patrimoniale fatta seriamente (colpendo cioè i beni di lusso), unirebbe l’utile dell’aumento del gettito fiscale, con il dilettevole di attingere dove ci sono ricchezze inutilizzate.
Tornando all’Iva, è semplicistico pensare di aumentare di 2 punti percentuali l’Iva del 21%: più saggio ed efficace sarebbe creare un’aliquota nuova a cui assoggettare determinati beni come auto di grossa cilindrata, suv, immobili di lusso, yacht e così via, che rappresentano il target di acquisto delle classi più abbienti. L’imposizione aggravata sulle auto di grossa cilindrata, oltre a portare gettito nelle casse dello stato, potrebbe contrastare il proliferare di questi modelli, notoriamente anti-ecologici, e anacronistici in un’epoca in cui il petrolio sta diventando sempre più costoso. Incentiverebbe l’utilizzo di mezzi alternativi.
Rimanendo in tema, si potrebbe pensare di aumentare il bollo per i veicoli alimentati ad idrocarburi derivati dalla raffinazione del petroli, a beneficio di quelli alimentati con fonti rinnovabili o meno inquinanti. E magari si potrebbe spronare – con incentivi, ovviamente -  la FIAT a farsi avanti come azienda leader in questo settore che viene definito nascente da troppi anni. Nuovi posti di lavoro in stabilimenti italiani in cambio di un annullamento del bollo auto sulle auto ecologiche.
Si potrebbe poi affrontare una vera riforma dell’Inps, avvicinando le pensioni minime a quelle massime; chi nella vita lavorativa ha guadagnato di più, ha inevitabilmente accumulato di più; inutile – quindi – continuare a tenere aperta questa forbice anche a livello pensionistico; la pensione dovrebbe essere un semplice supporto per la vecchiaia a chi – durante la propria età produttiva ha avuto modo di guadagnare tanto; in questo modo sarebbe possibile ridurre l’emorragia di finanze che sta impoverendo l’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, e garantire pensioni più accettabili alle fasce più basse.
L’accumulo di ricchezza è penalizzante per il mercato e per la società; più di un economista ha dimostrato che un’economia con una sperequazione ridotta ha tassi di crescita maggiori di una con marcate concentrazioni di ricchezza.
Quindi ogni politica stabilizzatrice senza essere persecutoria nei confronti della ricchezza farebbe bene al mercato e a chi in quel mercato si deve muovere.
Sull’abolizione dell’Art.18, si è parlato tantissimo. Ma – affinché non diventi solo una mannaia su chi offre forza lavoro – occorre che le aziende abbiano un parametro da rispettare, qualcosa tipo ebitda/numero dipendenti. In modo che i licenziamenti per motivi economici fatti in periodi di contrazione del mercato e in periodi di congiuntura economica sfavorevole si bilancino con assunzioni in periodi di congiuntura economica favorevole. Altrimenti non si può parlare di elasticità a tutto tondo.
Infine una legge seria e compiuta contro le concentrazioni e i conflitti di interessi: questo Governo rappresenta l’ultima chiamata per poter fare una riforma dal sapore veramente democratico.
Questi sono alcune proposte, espresse in modo semplicistico, ma che un economista dovrebbe valutare. Hanno alcuni limiti.
Prima di tutto, sono riforme evidentemente di sinistra e Mario Monti è un uomo di destra.
Secondo, richiedono una politica dirigista del Governo, il che contrasta con i precetti dell’Unione Europea, che - al contrario - impone come unico dogma un liberismo di facciata che sta riducendo progressivamente i Governi Nazionali a meri esecutori delle indicazioni di Bruxelles, che agisce sotto la spinta – questa sì dirigista – della Germania.
E ci ritroviamo di fronte al dilemma di quanto l’Unione Europea faccia bene, con le sue rigidità liberiste, alle economie delle Nazioni.

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