lunedì 5 marzo 2012

Nighthawks


Piove. E sta diventando buio. Fuori, oltre le finestre del mio ufficio e quattordici piani sotto di me, le macchine passano silenziose, lasciandosi dietro strati schiumosi di acqua e idrocarburi.
Le insegne dei bar, da qui, mi sembrano prospettive moooolto convincenti di una buonissima serata. Le loro vetrine, accoglienti porte verso un mondo di probabilità di penombra e di un lento oblio etilico.
Guardo il lavoro che mi aspetta, numeri, numeri, numeri. Mi accendo una sigaretta, mi appoggio allo schienale, guardo fuori, in basso, dentro la pioggia.
Sbuffo fumo dalle narici, chiudo gli occhi. E penso – penso come se fossi improvvisamente sgusciato da questa gabbia che è il mio ufficio.
La segretaria del mio capo è uscita da poco, oscillando in bilico sui tacchi alti e sottili, sempre troppo alti e sottili per lasciarmi indifferenti. E’ fantastica, quando cammina così. Tic tac tic tac, un movimento di fianchi svelto e ritmico, come il suono di una batteria jazz.
Ecco cosa mi ci vorrebbe, adesso: della musica jazz, per aprire questa gabbia, per farmi sentire altrove. Miles Davis, magari. E, sempre magari, un bel bicchiere di whisky. Perché no? Con ghiaccio, in uno di quei bei bicchieri tozzi, che ti riempiono la mano, e dove puoi giocarci a roteare i cubetti, come fossero dadi.
Tanto vale uscire, fare quattro passi nella pioggia, il bavero rialzato a proteggermi il collo. Adesso che ci penso, potrei ficcarmi in testa un cappello, sì un cappello anni 50. Un impermeabile, un borsalino e passi bagnati.
Mi accendo un’altra sigaretta, lo schermo del mio computer emette una luce tremula che mi distrurba; adesso chiudo tutto ed esco.
Quell’insegna verde, il banco lungo davanti alla vetrata enorme come un cinemascope sullo spettacolo della strada inondata di pioggia è quello di cui ho bisogno ora. Mi ricorda qualcosa. Edward Hopper, Nighthawks. Ecco. Un bancone ad angolo, una vetrina senza limiti. Tre persone al bar. Una coppia e un altro uomo, solitario più in là, che sembra guardarli, o forse sta semplicemente pensando, con lo sguardo perso nel vuoto. Un barista rassetta, è chiaramente notte inoltrata, ma nessuno vuole andarsene. C’è una specie di complicità  fra le quattro figure. Stanno bevendo, parlando, meditando, rapite dalla musica. Non si sente la musica – è evidente, ma so per certo che Edward stesse ascoltando Miles Davis mentre dipingeva. Mi piace.
Mi accendo un’altra sigaretta, aspetto che spiova. Poi - puoi scommetterci - mi infilerò in quel bar, dietro quella vetrina, su uno sgabello solitario.
Ma sì, una serata solitaria ed etilica per farmi dimenticare tutto il grigiore di questo ufficio, e le amarezze quotidiane. Le invidie, le meschine competizioni fra colleghi per conquistarsi un ritaglio insignificante di visibilità. I piani aziendali di riorganizzazione del personale, nome pomposo per nascondere la crudezza del licenziamento. La mediocrità del mio capo, incapace di prendere una decisione. Mi evita, il fenomeno, quando sa che mi aspetto delle risposte da lui. Striscia contro i muri, si barrica in ufficio. Via tutto, dimentichiamo questo squallore per una sera.
Un Jack Daniels, grazie, e intanto mi guardo in giro. Lei è lì. Voglio dire, la segretaria del mio capo, che coincidenza. Provvidenziale. Seduta su uno sgabello, la borsa, il laptop e un sacchetto di qualche negozio del centro abbandonati ai suoi piedi. Abbandonati ai suoi piedi come me, ogni volta che mi saluta, che mi parla, che mi sorride. Che ondeggia sui tacchi.
E’ lì, con le gambe accavallate e si sorseggia un Martini. Guarda caso, stanno suonando musica jazz. Mi conforta, è Eric Dolphy.
Ingollo un sorso di whiskey e mi avvicino. E’ uno spettacolo, davvero: le gambe accavallate, in bilico sullo sgabello, le labbra arricciate in un broncio irresistibile, lo sguardo solo un poco assente, quasi rapito.
Ecco che esce bruscamente dai suoi pensieri, richiamata forse dai miei passi in avvicinamento. Sorride stupita, quasi intimidita. Appoggio il bicchiere sul banco e le dico che ho deciso di sedermi vicino a lei. Mi accoglie, gentile. Mi avverte che non può fermarsi molto, deve scappare a casa. Ha fatto un po’ di shopping, ma stasera ha un impegno. Come vuoi, le dico. Basta finire questo bicchiere, poi scappo anch’io.
E le guardo la bocca. Una bocca strana, incurvata in una piega che mi taglia in due come una lama. Un piega che – insieme alle sue labbra - piega anche la mia volontà. Lascia perdere, mi dico, finisci il bicchiere in fretta e vai a casa. C’è da farsi male. Eppure resto lì, ad ascoltarla.
Lei mi parla come se ci fossimo dati appuntamento. Come se fossimo entrati insieme in questa penombra.
Adoro ascoltarla, adoro il senso di ciò che dice, ma a volte mi abbandono ad una specie di deriva e mi faccio trasportare semplicemente dal suono della sua voce.
Sorseggio il JD, lo faccio scorrere in gola, mi toglie quasi il fiato. Il whisky, non lei. No, non è vero: é lei a togliermi il fiato. Sei pericolosa – le dico. Tutte lo siamo un po’ – risponde arricciando il naso lentigginoso.
Sì, certo; ma tu di più. Il perché non lo so. Però è evidente che sia così.
Sorride e scuote la testa incredula. Faccio finta che si possa fumare in un locale pubblico, e mi attacco all'ennesima sigaretta. Lei è qui, accanto a me, vicinissima.
Sento il suo profumo, sento il suo respiro, sento persino il fruscio dei suoi collant ogni volta che accavalla le gambe. Chiudo gli occhi un istante e mi immagino le sue cosce che si sfiorano in quell’accavallarsi. Accidenti, cos’è questo caldo? Fuori piove a dirotto, e io sto prendendo fuoco.
Il barista mi guarda, ha lo sguardo allusivo: sembra che riesca a capire i miei pensieri. Capirai che sforzo. Basta guardare lei, per capire cosa passa per la testa a me.
Mettiamo adesso che io le vada a genio. Mettiamo che lei non fosse qui per caso, che sapesse che io sarei passato di qui. Ipotesi mooolto intrigante.
Ancora un sorso, poco whisky per volta, non sia mai che finisca questo dannato bicchiere e non abbia più la scusa per stare qui con lei. E’ come se sorseggiassi ogni singolo istante in sua compagnia. Poco per volta, prima che il bicchiere sia vuoto.
Piccolo particolare: lei non è solo la segretaria del mio capo. Insomma, ci va anche a letto. Ecco. Per mettere tutte le cose in chiaro. Lo sanno tutti, per quanto lui continui a rivolgersi ostentatamente a lei dandole del lei.
Li hanno visti in più occasioni, in luoghi improbabili, in atteggiamenti non esattamente asettici. Poi le malignità, si sa, in un’azienda di duemila dipendenti tendono ad ingigantirsi ed assumere una vita propria. Ma è mooolto probabile che, in fondo, sia tutto vero.
Forse è a quello che inconsciamente pensavo quando le ho detto che è pericolosa. Il mio capo è geloso. Il mio capo è vendicativo. Il mio capo è cattiiivo. Se solo mi vedesse qui, da solo con lei, il giorno dopo mi ritroverei tre o quattro missioni impossibili da svolgere, pena la perdita del mio bonus.
Il bonus, ecco la parola magica. Un piccolo numero aggiuntivo in busta paga, sufficiente a far digerire a noi altri del middle management un numero illimitato di missioni sgradevoli e di difficile realizzazione. Porcate immorali che arrivano a toglierti la dignità. Attività sporca-mani che i top managers non vogliono fare, fondamentalmente per non rovinare i rapporti con i propri pari grado, e continuare a sorridersi a denti stretti nelle quindicinali riunioni del collego dei direttori.
Il collegio dei direttori, l’ultima frontiera in tema di spettacoli cruenti. Prendi un’arena moderna, tipo una sala riunioni. Prendi una decina di gladiatori dei giorni nostri, meglio definiti top managers. Prendi un Amministratore Delegato, imperatore avido di sangue e di violenza, pronto a rovesciare il pollice e determinare la fine di una carriera fin lì brillante. Butta sul tavolo qualche argomento scottante che tocchi più responsabilità fra quelle presenti. E avrai il collegio dei direttori. Equilibrismo allo stato puro, sopra una vasca di coccodrilli.
Se il mio capo mi vedesse qui, adesso, domani mattina mi ritroverei qualche pratica di quelle sulla scrivania.
E’ vero che ci vai a letto? – sparo. Con chi? – tossisce arrossendo. Dai che lo sai. Perché mi sono ficcato in questa conversazione, accidenti a me. Se quella ci scopa davvero, domani sera – o forse stasera stessa – gli racconterà tutto, e domani mi toccherà subire le piccole angherie psicologiche che tanto detesto. Sigma, lascia perdere i pettegolezzi. Mi aspettavo un broncio e - non so - magari delle ciglia sbattute, flap flap. Invece la risposta é secca, e il suo sguardo cerca il mio in modo diretto. Mi ruba il pacchetto di sigarette e ne prende una. Ha un modo elegante di accenderla, il cerino sfregato con decisione, zac, un colpo solo.
Guardalo bene, Sigma. Non ti fa pena? La fisso, pensando che stia scherzando. No, non mi fa pena - insisto. Ha tradito tutto, pur di arrivare lì dov'é. Si é lasciato dietro una scia di cadaveri, per raggiungere questa posizione. E adesso non ha nemmeno il coraggio di guardarmi in faccia. Adesso che ci penso, in effetti, lui mi evita, deliberatamente. Eravamo amici un tempo, prima che incominciasse ad arrampicarsi. Ora lui ha tutto quello che io non ho, e io ho tutto quello che manca a lui. E non riesce a perdonarmi di aver fatto carriera. Che idiozia. 
E' un uomo solo, Sigma. Come fai a non accorgertene? Le sue parole mi incalzano. Mezz'ora prima, uscendo dall'ufficio per rifugiarmi in questo fumoso bar a cercare l'oblio, sono passato davanti al suo ufficio. Con la coda dell'occhio l'ho visto, mentre fissava il vuoto oltre la finestra, immobile. No, sinceramente non l'ho invidiato. Non il suo ufficio ampio, la lampada di design, la grossa berlina aziendale parcheggiata nel seminterrato. Io sono libero, lui ormai é stritolato in un ingranaggio che lo vuole così. E non può più tirarsi indietro.
A casa ha una moglie che lo odia - sorride, all'improvviso, e appoggia una mano sulla mia; ne percepisco subito il calore - e non é con me che va a letto. Faresti cambio con lui? La guardo e rido: Se non viene  a letto con te, che ci guadagno nel cambio?

1 commento:

  1. Mi piacciono molto le opere di Hopper, e questo credo sia il suo quadro più conosciuto. Lo amo perché a differenza degli altri, non ci sono donne sole in attesa di qualcosa che cambi il loro futuro, e mi piace l'atmosfera dell'America anni '50 e'60.
    Non so se quello che hai scritto è frutto della tua immaginazione o sia un fatto accaduto, ma attraverso il tuo racconto, i personaggi di Nighthawks prendono vita, si animano, travalicando la loro staticità di movimento e di pensiero... geniale! B.

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