mercoledì 18 aprile 2012

ZOOROPA



E' il 1990: gli U2 sono il gruppo rock più famoso del mondo. Hanno appena concluso un tour attraverso gli Stati Uniti, riscuotendo un successo planetario. Sono sulla cresta dell'onda da almeno 5 anni e potrebbero sedersi placidi sugli allori dei loro due dischi più recenti, The Joshua tree e Rattle and hum, un rutilante album live figlio della loro esperienza negli States, che ha influenzato le sonorità, depurandole dal caratteristico sound irlandese.

Eppure sono stanchi e svuotati, prossimi alla separazione e alla fine. Il successo, il viaggio attraverso la nazione a stelle estrisce e le sue contraddizioni e sollecitazioni, sembrano aver inaridito e isolato ciascun componente dagli altri tre.

Decidono, non senza una buona dose di fatalismo, di intraprendere una specie di viaggio finale alla scoperta di quello che sarà il loro destino: rinascita o conclusione di un percorso artistico e umano.

La loro meta é Berlino, per una serie di buone ragioni: Berlino é da poco stata riunificata, mostra già quelle che possono essere le prospettive di espansione e di rinnovamento che si dilateranno sotto differenti punti di vista, rimbombando e rianimando [forse] tutta l'Europa. E' una metropoli moderna dal sapore comunque antico e un po' cupo. Rappresenta benissimo quell'Europa che lotta fra crepuscolo autocelebrativo, di un passato sbriciolato negli anni, e aspirazioni di rinnovamento.

Scelgono gli studi Hansa Ton di Berlino, dove un paio di decenni prima David Bowie - nel pieno della fase glam del rock - aveva inciso alcuni brani.

Praticamente si rinchiudono in quegli studi, portandosi dietro poca Dublino e pochissimi Stati Uniti. Affiancati da due musicisti non convenzionali come Daniel Lanois e Brian Eno (che accetta di fare loro da produttore in cambio di una partecipazione ad un progetto a cui sta lavorando, che in seguito prenderà il nome di Passengers) iniziano a lavorare sodo, a riscoprirsi e ad esplorare nuove frontiere musicali.

Da quegli studi ne usciranno - comunque vada - inevitabilmente trasformati.

Un giornalista e scrittore, Bill Flanagan, si unisce a loro, per documentare questa fase fondamentale della loro vita. Vivono insieme, gomito a gomito, condividendo tutto, senza quasi mai staccarsi. Alla fine di quell'avventura Flanagan scriverà un libro intitolato U2 at the end of the World, un accurato e coinvolgente diario di quei giorni.

In quel periodo di tempo - come per miracolo o forse per la magia che contraddistingue tutti i veri artisti - riescono a produrre tanto di quel materiale da riempire oltre due dischi: Achtung Baby, in primo luogo, e Zooropa, affinato nel tour che porta lo stesso nome. E qualche altro brano che verrà poi buono per completare la colonna sonora (composta insieme a Daniel Lanois) di Million Dollar Hotel, un film che Mel Gibson realizzerà nel 2000, basato sulla sceneggiatura scritta dallo stesso Bono.

In questo blog si parla spesso di piccole rivoluzioni che rappresentano comunque una spinta verso il nuovo e verso il meglio: questo disco, Achtung Baby, può essere certamente inquadrato in questo contesto.

Confesso, da reazionario musicale quale sono, di aver accolto con estremo scetticismo questo album che mi sembrava più che altro voler strizzare l'occhio a nuove forme espressive e musicali, come disperato tentativo di non svanire nell'incapacità di replicare il proprio successo.

Tuttavia, dopo pochi ascolti questo disco mi ha conquistato, proprio per le ragioni che all'inizio mi ispiravano diffidenza.

Le atmosfere di Achtung Baby sono completamente diverse, rispetto a The Joshua Tree: unitamente all'introduzione dell'elettronica, la sessione ritmica, Adam Clayton e Larry Mullen Jr., si accaparra una buona fetta di scena creando un suono cupo, profondo e martellante, mentre la chitarra di The Edge, oltre a partecipare a creare questo scenario cupo e travagliato, si intreccia con la voce di Bono che - travagliata e sofferta - rappresenta ed esprime il dibattito interiore dell'uomo degli anni novanta, improvvisamente proiettato in questa nuova entità futuribile - chiamata Unione Europea, senza prima avere avuto il tempo di risolvere il rebus sulla propria identità, sul proprio passato e sul proprio ruolo.

E' quanto espresso per esempio da Acrobat, nella quale le acrobazie di cui al titolo sono riferite alla percezione da parte dell'uomo contemporaneo della propria fragilità e inadeguatezza rispetto al presente e alle proprie contraddizioni. In una Berlino che cinquant'anni prima aveva osannato il culto del Superuomo, ora l'uomo non riesce più a vedere la propria forza. Al contrario si percepisce solo e indifeso di fronte a tutto: persino di fronte all'amore, come si denota in Love is blindness (la mia preferita) e a Faraway (so close) in cui il concetto  di solitudine  e di incomunicabilità fra individui tocca l'apice.

Faraway (so close) é inclusa in Zooropa. Mi riesce comunque difficile separare Achtung Baby da Zooropa, in quanto - secondo me - rappresentano un tutt'uno sia dal punto di vista delle sonorità che da quello dei testi.

E' come se Bono - infuso dallo spirito del suo MacPhisto - fosse riuscito a sollevare il velo sul futuro del nostro Continente e a vedere in anticipo le delusioni che aspettavano l'individuo solitario che andava incontro all'illusione dell'unificazione europea.

Non per nulla, in The Fly, un uomo si rivolge dagli inferi al suo interlocutore sulla Terra spiegandogli ciò che ancora non riesce a vedere:

"Non é un segreto che le stelle cadano dal cielo
l'universo é esploso per colpa delle menzogne dell'uomo,
proprio così, io mi sto trasformando,
ma sono tante le cose che - potendo - vorrei riaggiustare"



E' evidente la metafora preveggente di un'Europa come uno Zoo pieno di persone vocianti e scomposte (come il groviglio di voci e suoni confusi che si sentono nel sottofondo dell'introduzione di Zooropa), che si accalcano alla ricerca del proprio benessere, destinate invece ad assistere alla crisi delle proprie aspettative.

Così, come noi ci dibattiamo nelle tristi vicende di un continente che unito sta solo sprofondando sotto i colpi delle crisi economiche a catena, il protagonista del disco che in Zoo Station si dichiarava pronto a prendere al volo quel treno che trasforma il futuro in passato, e ti lascia in piedi alla stazione con il viso schiacciato contro il vetro, alla fine del disco si ritrova ad ammettere che il buio sta calando sopra tutta la terra.

1 commento:

  1. Paolo Vicente Lombardi18 aprile 2012 14:17

    Io dico solo che per non perdere la visione di un concerto di quel tour arrivai fino a Dublino per assistere alla chiusura del tour mondiale.
    Secondo me dopo di allora non ci sono stati concerti della stessa portata (se non con i concerti dei Pink Floyd) fino ad ora perchè la musica non porta più messaggi dirompenti e non si riesce a fare vero spettacolo.

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