martedì 29 maggio 2012

DUE AMICI


Questa è una storia strana. E la storia di due persone che per me contano molto. E’ la storia di due miei amici, due amici che nemmeno si conoscono e che, se si conoscessero, non si piacerebbero. Uno si chiama Luca, l’altro Fabio.
Luca è avvocato e lavora nel centro di Milano. Fabio per vivere fa lo psicologo a Limbiate, l’estrema periferia operaia che si mescola con la campagna agricola e residuale a nord di Milano.
Uno guida un enorme SUV nuovo fiammante, un Porsche Cayenne nero, con i vetri oscurati: una di quelle macchine che quando ti passano vicino ti fanno sentire lo spostamento d’aria. Una di quelle macchine che esibiscono prepotenza. Una di quelle macchine che consumano troppo e inquinano ancora di più.
Luca mi ripete sempre che non é tipo da automobili grosse, ma che quella Porsche, proprio quella, gli serve come biglietto da visita. E - pagandola con il finanziamento - non si accorge nemmeno di tirar fuori i soldi! Ha una tale forma di pudore nei miei confronti, perché sa che io non me la potrei mai permettere, né spenderei quei soldi nemmeno se li avessi d’avanzo. Sa che la trovo una scelta ridicola e cerca di propormi giustificazioni che nemmeno gli chiedo. In realtà gli piace sedersi su una macchina prestigiosa, soprattutto quando esce la sera. Luca è vanitoso e ambizioso.
Gli piace accompagnarsi a ragazze che lui definisce top class. L’interpretazione dell’espressione top class? Femmine appariscenti ed estremamente curate, vestite con abiti acquistati nelle boutique del centro. Ragazze ingioiellate da Tiffany e con la pettinatura appena fatta dai migliori coiffeur della città. Belle statuine, sorridenti e silenziose. Ovviamente tutte artificialmente bionde.
Devono rigorosamente abitare nelle zone più eleganti di Milano: Conciliazione, Magenta, Corso Venezia, zone così. Preferibilmente hanno una villa sul lago, o in Sardegna, e guidano auto sportive e costosissime. In questi vent’anni ne ho viste una lunga schiera e – se non mi ci applico con pazienza – faccio fatica a distinguere un viso da quell’altro, come se una non fosse altro che la replica insignificante della precedente e così via. La personalità non è una dote che Luca ricerchi in dosi massicce, in una donna. Basta che sia di rappresentanza, che gli facciano fare bella figura quando lui le esibisce ad amici e conoscenti. Ogni volta che me ne presenta una nuova, non mi dice “Lei è Francesca”, no; dice: “Questa è Francesca, ha una casa a Porto Cervo e una BMW Z4 che mi ha fatto guidare”. Una nuova, come un modello di auto, una casa, una camicia.
Adesso che ci penso, anche quando presenta gli amici, Luca tende ad introdurli attraverso l’enunciazione di un attributo che ne definisca la ricchezza, o la rilevanza all’interno della società.
Sì, perché – senza che se ne sia accorto -  ormai per lui, una ragazza o un amico sono solo uno dei tanti status symbol da esibire e ostentare nelle occasioni formali. Matrimoni, cene fra colleghi avvocati e feste nelle clubhouse del golf. Sì, perché - mi ero dimenticato di aggiungerlo - Luca gioca a golf. Non potrebbe essere diversamente, non vi pare? Gioca a golf e ama lo champagne; anzi le bollicine, come lo chiama lui. Ha imparato a chiamarlo così da una fidanzata precedente.
Che poi, non è che ami realmente lo champagne, o il fois gras o le ostriche, no. Ma serve a definire il proprio livello e il proprio ambiente di riferimento. Una specie di uniforme da indossare per sentirsi integrato.
Lo conosco dai tempi dell’Università, quando era semplicemente un ragazzo brillante ed estroverso, generoso e simpatico, che ci metteva pochi minuti a conoscere una ragazza. E – per un timido come me – era un’eccellente compagnia, perché mi aiutava ad uscire dal guscio. Aveva come me un passato da disadattato; da emarginato, più che altro: un bambino obeso e ordinario in un quartiere ricco di una metropoli in costante trasformazione. Solo la percezione di un senso di esclusione. Che stava curando con un atteggiamento istrionico, lavorando sul proprio sapere, sui propri comportamenti, sul proprio aspetto.
Poi, con il passare del tempo, l’ho visto mutare, trasformarsi all’interno di una sconcertante metamorfosi che gli ha permesso di mimetizzarsi benissimo nel sottobosco umano di un certo tipo di Milano. Quella Milano che negli anni ottanta chiamavano un po’ per luogo comune, un po’ perché era davvero così, la “Milano da bere”. Quella Milano che nonostante tutto continua a bere abbondantemente, ma con più discrezione, anche oggi. Una Milano, infine, che sembra tanto la cristallizzazione di un film dei fratelli Vanzina, fatta di esteriorità, di superficialità e arroganza senza vergogna; fatta di ostentazione di una ricchezza che forse nemmeno c’é. Luca, progressivamente, ha mutato d’abito e si è mimetizzato in questa Milano della ricchezza che non c’è, ma che si ostenta e si insegue come un miraggio.
Si insegue, proprio così. Cercando di essere ciò che non si é: un alto borghese con i soldi da buttare in status symbol. Luca insegue questa ricchezza per dimenticarsi da dove è venuto e cosa é stato, perché “da dove è venuto e cosa é stato” sono luoghi che non gli piacciono e che non vuole accettare.
Quando vuole, ancora adesso, sa ascoltare e capire ciò che sento. Solo, ultimamente ho l'impressione che mi guardi come se fossi trasparente, con una punta di compassione per la mia assoluta mancanza di attrazione per il mondo glamour che lui sta cavalcando e per la mia ricerca ancora incompiuta per un mondo un po’ più concreto e spontaneo, dove l’apparire e il possedere non sono i requisiti fondamentali.
Fabio guida una vecchia Peugeot, scassata e ordinaria. Indossa abiti non griffati, anche se è sempre ordinato e decoroso. Vive da dieci anni con una ragazza senza un patrimonio immobiliare, che non si sforza di cercare di essere bionda, che è timida e discreta. Che fa l’assistente sociale in un comune di provincia. E’ una ragazza non appariscente, certo, ma non é priva di contenuti. Entrambi lavorano con i disadattati e vedono la vita sotto un’angolazione differente. Vedono l'emarginazione come un problema da risolvere e non come un demone da abbattere con rivincite impossibili.
Fabio non gioca a golf, e se la ride dei fighetti milanesi. Non frequenta  wine bar, ma osterie o ruvide enoteche. Il vino gli piace rosso e forte, accompagnato da formaggio e fette di salame e di pane tagliato grosso.
Fabio viene da una famiglia operaia e comunista. Lui stesso è comunista, un comunista solido e pieno di argomentazioni: quando ti spiega ciò che ha in testa non sembra mai provare compatimento per chi non la pensa allo stesso modo. Guadagna quello che gli serve per vivere e per poter girare ogni tanto il mondo.
Ho passato un intero pomeriggio dello scorso week end a parlare con lui. Abbiamo ricordato i fantastici anni ottanta, che abbiamo condiviso sui banchi del liceo. Abbiamo prosciugato almeno tre bottiglie di vino, mangiando carne alla brace, fumando sigari e rievocando i nostri amati Pink Floyd. Inevitabilmente, man mano che il tasso etilico saliva, abbiamo abbandonato il pudore adulto per affrontare la crisi del quarantenne che si confronta con le aspettative ormai sdrucite degli adolescenti di venticinque anni prima.
E’ il suo mestiere, si dirà, ma ha guardato dentro e ha puntato il mirino sul compromesso difficile che sto cercando di evitare. Il compromesso che mi sta divorando da tempo, come un labirinto da cui voglio uscire. Quanto ho bisogno di possedere, di guadagnare, per sentirmi realizzato? La carriera è la strada giusta e unica per sentirsi realizzati?
Non vale la pena sacrificare il tempo al lavoro in nome di una realizzazione professionale vana e vacua che in cambio prosciuga il tempo migliore della nostra vita.

Il labirinto in cui mi dibatto ha pareti alte dal nome semplice: ambizione. L'ambizione mi ha cacciato nel cuore di un ingranaggio famelico, che non resituisce niente e nessuno. Quando sei dentro, diventa difficile sottrarsi. E' per ambizione che sacrifichiamo tutta la nostra vita alla carriera? O siamo tutti - in un modo o nell'altro - tanti Luca che vendono il proprio tempo in cambio di beni (che siano auto, vestiti o anche il solo e semplice denaro) da poter ostentare, a riprova dell'illusione del proprio ruolo all'interno della società? E' necessità di accettazione da parte di sè stessi o da parte di chi ci circonda?

Fabio non è ricco. Ma ha tutto quello che gli serve.
Nemmeno Luca è ricco. Certo, possiede tantissime cose e insegue ciò che non potrà mai avere, mascherandosi per assomigliare alla fauna a cui vorrebbe appartenere. Ma per quanto si mascheri, per quanto ostenti, compri, possieda, non sarà mai soddisfatto e continuerà la rincorsa con sempre maggior affanno. Perché non é l'apprezzamento degli altri che lo potrà saziare, bensì il proprio.
Fabio non insegue nulla. Tiene in mano il timone della propria vita. Regola il rubinetto del proprio tempo e del proprio lavoro: nessuna ricchezza esteriore sembra attrarlo. Questo lo rende solido, quasi inattaccabile. Lui ha accettato ciò che é.
Luca e Fabio: due amici, più che altro due estremi di un segmento, nel mezzo del quale mi trovo adesso.

6 commenti:

  1. Perche' non li fai incontrare? Magari hanno piu' cose in comune di quanto tu possa pensare.

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  2. Ho imparato che se guardi quello che hanno gli altri, come vivono, scattano inevitabilmente i confronti specie se li fai con gli amici di un tempo o i tuoi ex compagni di scuola, può essere deleterio. Io, propendo per il vivere alla Fabio, per questo ho fatto certe scelte di vita, anche se non mi dispiacerebbe avere un lavoro con uno stipendio sicuro e puntuale... è all'apice dei miei desideri... Termino con un commento musicale, adatto a chi vive per apparire più che per essere. B
    blur: charmless man

    https://www.youtube.com/watch?v=p1a_4CN4onA

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  3. E' davvero bellissimo...tutte le volte che lo leggo mi emoziono sempre.

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  4. il mio racconto preferito!

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  5. Regali un "certononsoche" a questo spaccato di vita....ti si legge sempre molto volentieri....i tuoi pezzi sono carismatici !!!!

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