mercoledì 16 maggio 2012

Oltre la freddezza dei numeri



Alla fine del XVIII secolo, un matematico inglese pubblicò uno studio dal titolo Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, nel quale esponeva la propria teoria economica. Il suo nome era Thomas Malthus: egli sosteneva che la crescita della popolazione - progredendo secondo una logica geometrica - avrebbe presto esaurito le risorse alimentari, che - al contrario - progredivano secondo una logica aritmetica.

Malthus viveva nell'Inghilterra che stava per scoprire la rivoluzione industriale e - poco dopo - il liberismo, con tutte le sue nefaste conseguenze. Analizzò il fabbisogno della popolazione tentando di prevedere le dinamiche di carattere economico legate ai due fattori chiave: popolazione e risorse. Si trovava, di fatto, agli albori di quella scienza sommaria e sofisticata che in seguito si sarebbe chiamata Economia Politica.

Secondo Malthus, l'aumento del fabbisogno alimentare avrebbe costretto a coltivare le terre meno fertili, fino ad impoverire completamente i terreni agricoli. Di conseguenza si sarebbero verificate delle terribili carestie.

Carestie, pestilenze e guerre erano lo strumento involontario ma necessario affinché il volume della popolazione si riducesse e di conseguenza venisse ristabilito un nuovo equilibrio fra domanda ed offerta.

Carestie, pestilenze, guerre: Malthus le definiva strumenti di controllo successivo. Contrapponendoli al controllo delle nascite, ma non riferendosi alla contraccezione bensì alla castità, definita controllo preventivo.

Quindi, la morte di alcuni per consentire la vita di altri era la soluzione del problema. Crudele, no? Una fredda disamina fatta da un matematico che considerava indistintamente gli individui o le popolazioni come semplici varibili all'interno di un'equazione.

Quando si dice la freddezza dei numeri.

Le teorie di Malthus, per quanto rudimentali, furono le basi per successivi studi di economisti o filosofi più evoluti. E' il caso, per esempio, di R.W. Emerson che sostenne che la crescita della popolazione avrebbe comportato anche lo sviluppo della mente umana, sviluppo che - tramite una nuova capacità inventiva - avrebbe saputo far fronte ai bisogni e alle necessità crescenti della popolazione.

Tuttavia Malthus ed Emerson non avevano previsto un fattore che fu invece più che esplorato da un successivo economista, il più lungimirante e preveggente di tutti: Karl Marx. Quest'ultimo capì che il profitto e la sperequata distribuzione della ricchezza avrebbero costituito per la società un cappio terrificante. Se il profitto e l'accumulo costituiscono il motore della società, quella stessa società é malata.

Circa centocinquant'anni dopo, Chistine Lagarde, Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale, parlando della crisi economica mondiale ha affermato con laconico determinismo che "la popolazione aumenta eccessivamente e soprattutto campa troppo a lungo".

Nelle parole di Lagarde la vita viene intesa come una zavorra dei meccanismi economici, e questo é semplicemente paradossale: i meccanismi economici devono [o dovrebbero] essere al servizio della vita, e non viceversa.

Ora non voglio tenere da questo blog una lezione di Economia Politica; ho sempre trovato ostica questa materia, ai tempi dell'Univeristà: troppe astrazioni, troppe semplificazioni!

Vorrei solo fare delle riflessioni su come l'economia abbia avuto un'applicazione statica attraverso il dinamismo dei secoli.

Se da un lato le nuove scoperte in campo medico, scientifico e tecnologico - contribuendo ad allungare e migliorare la vita - hanno confermato le previsioni di Waldo Emerson, esistono ancora alcuni aspetti dell'evoluzione del sapere umano che non hanno prodotto i risultati attesi.

E qui siamo al punto: se da una parte Lagarde guarda alle risorse del welfare in esaurimento ed inadeguate per fronteggiare tutte le bocche che si stanno moltiplicando nel mondo occidentale, dall'altro gli economisti continuano ad ignorare il baco fondamentale di questo sistema capitalista: l'accumulo spropositato di ricchezza nelle mani di pochi. Pochi individui che - oltretutto - operano per mantenere bloccati quei meccanismi economici che hanno permesso a loro di accumulare ricchezza.

L'economia é definita la scienza che studia le scelte razionali, compiute dai singoli e dalla società, per impiegare risorse scarse, che possono avere usi alternativi, allo scopo di produrre vari tipi di beni e servizi, nonché le scelte volte a distribuire questi ultimi tra gli individui e i gruppi sociali per soddisfare al meglio i bisogni individuali e collettivi. Rientra nelle discipline umanistiche, ossia quelle che hanno come punto di riferimento l'uomo in differenti aspetti.

Avere come punto di riferimento l'uomo é tutt'altra cosa che considerarlo un numero da gestire con la freddezza di un matematico. Mi sembra che la distanza fra la definizione teorica e l'applicazione pratica degli ultimi decenni sia drammaticamente abissale.

Ho sentito ripetere tante volte: "occorre mettere l'essere umano al centro del pensiero evolutivo". Il primo passo per realizzare questo progetto importante é capire se gli economisti che attualmente sono al potere lavorano per avvicinarsi il più possibile alla definizione di economia, o se semplicemente sono dei sicari armati di calcolatrice, al servizio di poteri economici forti e non propriamente occulti.

I Lagarde, i Monti, i Draghi (tanto per fare dei nomi di moda) stanno realmente lavorando per ottimizzare la distribuzione delle risorse al fine di soddisfare i bisogni collettivi? La risposta che viene facile é: no, non lo stanno facendo.

Stanno piuttosto contribuendo a creare una specie di Camelot finanziaria nel pieno di un deserto di povertà. Non é demagogia la mia, piuttosto é geografia; basta guardarsi intorno: un occidente sempre più ristretto come territorio, ma sempre più ad alta concentrazione di ricchezza, circondato da imponenti territori dove la povertà, le malattie e la morte imperversano senza soluzione di continuità. L'Africa, il Medio Oriente, l'America Latina, gran parte dell'Asia. Come un vampiro insaziabile l'Occidente sta dissanguando il resto del Mondo, per garantirsi la sopravvivenza. Ma é una logica miope e autodistruttiva: prima o poi l'Occidente, pagerà questo cannbalismo, e si inaridirà anch'esso.

Non occorrono premi Nobel per modificare questa geografia. Basta andare oltre la freddezza dei numeri e concentrarsi su due parole semplici semplici ma di portata globale: solidarietà e sussistenza.

La sussistenza é il termine che esprime il concetto di sopravvivenza. Rappresenta quindi il minimo indispensabile che ciascuno deve avere per poter sopravvivere.

Anche Malthus parlò di sussistenza, in un modo curiosamente cinico. "Se esiste un sussidio - diceva - il reddito delle famiglie aumenta oltre un livello di mera sussistenza. Di conseguenza i poveri tenderanno a procreare, facendo sì che aumenti la forza lavoro e quindi l'offerta di lavoro, portando quindi a un'ulteriore diminuzione dei salari. Al contrario, quando il livello di vita scenderà sotto lo standard di vita ritenuto accettabile, i poveri smetteranno di fare figli e il salario tenderà a salire da solo".

Esiste un'alternativa, a questo cinismo. Si chiama solidarietà e mutualismo.

La solidarietà é un modo di agire e prima ancora di pensare: é la conseguenza della generosità. Rompe gli schemi del libero mercato, senza alterare per forza lo slancio della libera iniziativa.

Quello che gli economisti devono e possono insegnare é come sia possibile creare e mantenere la ricchezza, senza per questo mantenere gran parte degli essere umani in condizioni di povertà inaudita. Il libero mercato - così come é concepito oggi - e il capitalismo, non sono dogmi. La fase capitalista, all'interno della storia economica dell'uomo, va superata.

Andando, appunto, oltre la freddezza dei numeri e le astratte formule matematiche.

Altrimenti l'uomo sarà la prima specie vivente che avrà operato volontariamente contro la propria sopravvivenza, in direzione della propria estinzione.

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