giovedì 12 luglio 2012

ALIVE



Mi chiamo Sigmund. Per tutta la vita ho vissuto a MIlano, passando gran parte della mia gioventù a combattere contro la paura di non riuscire ad essere normale, non riuscire ad uniformarmi al mondo che avevo intorno, non risultare adeguato.

Lo spauracchio era costituito dai valori dei miei genitori, due brave persone appartenenti alla piccola o media borghesia. L'abito buono per andare alla messa la domenica, il posto fisso, il senso del dovere. Un percorso obbligato laurea, matrimonio, famiglia. L'ossessione per l'apparenza, un basso profilo davanti alle sconfitte e alle contrarietà. Mai mostrarsi sopra le righe, mai esternare con gesti o parole stati d'animo forti e intensi. Misura, Sigmund, mi raccomando.

Ero un piccolo disadattato, nel senso più intimo del termine. Vivevo in una bella casa nel pieno centro della città, venivo nutrito e accudito. Avevo entrambi i genitori. Eppure mi sentivo un disadattato.

Uscivo poco, e quando uscivo mi annoiavo. La città mi spaventava, sentivo un continuo bisogno di mimetizzarmi o di nascondermi. A scuola me ne stavo in un angolo, a fantasticare in solitudine, guardando - come uno spettatore clandestino -  i miei compagni di classe che vivevano la propria adolescenza in modo libero e istintivo, mentre io ero troppo occupato a recitare la parte del ragazzo perbene che mi era stata affidata senza che capissi perfettamente che cosa significasse.Un vero sfigato!

Avevo pochi amici e di questi mi meravigliavo sempre, cercando di individuare la perversa ragione che li spingesse a frequentarmi: il migliore fra i miei amici si chiamava Edoardo, ed era la naturale espressione di quella classe sociale milanese che nella propria vita non ha conosciuto altro che l'agio. Biondo, paffuto, spalle larghe, con un indisponente quanto spontaneo sorriso entusiasta sul volto appena incorniciato da una prematura barba.

Mentre per me la città era la sublimazione di tutti i miei incubi, la gabbia mortale di ogni mio istinto, al contrario il mio amico Edo riusciva ad inserirsi senza difficoltà in tutti gli interstizi che l'incoerenza di Milano gli offriva.
Il suo modo goloso di impadronirsi delle novità mi risultava alieno: io fuggivo e mi nascondevo, lui inseguiva, raggiungeva e si mimetizzava con la città. Aveva capito che la metropoli era un'opportunità per esprimersi, mentre io non avevo ancora raggiunto la consapevolezza di cosa volessi esprimere, tutto preso a giocare con i miei canoni e le mie fragili certezze imposte e malamente metabolizzate.

Questo senso di confidenza infondeva a Edo un'indubbia sicurezza, gli dava stabilità, gli permetteva di seguire le proprie emozioni e di tracciare la linea guida della sua vita in modo libero, mentre a me sembrava solo rovesciarmi addosso ulteriore timidezza e senso di estraneità, di solitudine.

Vivevo ingabbiato in un reticolato di domande e di incertezze e di aspettative subìte e offerte, di dubbi e di scelte compiute come necessità apparentemente inevitabili, con la certezza di trovarmi in un luogo, in una vita, in un sistema di atteggiamenti e di scelte inadeguati a me.

Ero convinto di essere stato calato nei panni di un'altra persona, che non ero io. Cercavo modelli, mi confrontavo e rapportavo, senza trovare soddisfazione in ciò che ero. Tutti i modelli a cui mi rapportavo, pur sembrandomi irraggiungibili, mi offrivano la garanzia di essere migliori di quanto io fossi.
Sentivo una forza che da dentro cercava di liberarsi all'esterno e che si materializzava nella voglia di fuggire.

Dovevo cercare una svolta, compiere uno sforzo per cambiare tutto ciò, ma soffocavo questo istinto per pigrizia o per paura di scalfire il modello di vita che arbitrariamente anche se amorevolmente i miei genitori avevano scelto per me.

Così mi dibattevo in un'interminabile oscillazione di umori sempre estremi, rassegnazione e ribellione mal sopita, e quest'altalena acuiva la percezione di me come di un emarginato: incapace di modificare le cose così come di accettarle.

Era quindi inevitabile che dovesse arrivare il momento di una frattura.

La prima volta che ebbi questa percezione concreta fu una sera di tardo inverno, durante una di quelle serate improbabili che erano ormai la prerogativa di Edoardo. La mia via di fuga doveva partire da lì: in un vecchio cinema di periferia, abbandonato e logoro come le case che lo circondavano, in un quartiere quasi fantasma.
Sul palco angusto, alcuni ragazzi stavano suonando in maniera molto personale brani rock recenti alternandoli ad altri di blues che mescolavano caoticamente, ottenendo un effetto non noioso.

I vecchi seggiolini di legno erano stati strappati, e la platea era stata così trasformata in un'ampia pista da ballo; faretti dislocati in vari punti dei muri perimetrali emanavano una luce indefinita ma efficace.

Tutti si muovevano e cantavano, seguendo con il corpo o solo con la testa le fluttuazioni della musica che usciva un po' distorta da grossi altoparlanti sfondati dall'uso e dal tempo.
Il chitarrista, dall’aspetto straordinariamente simile a Jim Morrison, strizzava gli occhi e saettava acuti frustando le corde con abilità.

L'odore di fumo si mescolava alla puzza di sudore, di birra rovesciata, di polvere e muffa e all'aria stantìa dei posti chiusi.
In fondo al grande stanzone rettangolare, nella penombra squarciata solo dalla debole luce al neon, un bancone scassato fungeva da bar e smerciava birre e bibite e forse anche qualche spinello.
Tutto aveva l'aria vagamente clandestina.

La mia amica Erika - che come me si era fatta convincere da Edoardo a partecipare a quell'happening - si guardava attorno abbastanza disorientata, senza perdere di vista il nostro amico comune. Figure indistinte con giacche di pelle, magliette candeggiate e jeans strappati la urtavano, la circumnavigavano e si distaccavano da lei, così anonima e insipida.

Edo salutava persone da lontano, stringeva mani, sorrideva a ragazze e le abbracciava, o si lasciava stringere le spalle e trovava comunque una battuta spiritosa; sorseggiava birra dai bicchieri di sconosciute e controllava con rapidi sguardi vari spazi del vecchio cinema cercando altra gente, altra gente e altra ancora. Lo osservavo chiedendomi dove trovasse tutto quello slancio:
- Come fa a trovarsi sempre a proprio agio? Sempre al posto giusto?
La voce di Erika mi arrivò strozzata sopra un brano degli Stones che richiedeva profusione di chitarre.
- E'...talento, direi.
- Lo odio, quando fa così!
- Non è vero: sei fottutamente innamorata di lui!
- Ma la pianti?
Erika, sempre fuori posizione, nascosta anche dietro a un'ombra, decisamente evasiva da tutto, arrossì e mi voltò le spalle. Mi chiesi se anche i miei due migliori amici si collocassero, per un ridicolo ed ironico destino, all'interno della metafora di estremi che era la mia città.

Senza perdere di vista Edoardo, mi avvicinai allo pseudo-bar e ordinai una bibita. Analcolica, ovviamente. Dietro al banco, uno specchio incrostato e incrinato rifletteva, deformandone le proporzioni, le immagini del concerto clandestino, e la mia figura, in primo piano come in un fotomontaggio.
Mi guardai in quel riflesso confuso, paragonando l'immagine di me con quelle variopinte degli altri ragazzi, in movimento come un'onda buia; ragazzi che liberavano la propria energia, che riuscivano a divertirsi: il mio maglione a losanghe, la camicia con il colletto stirato, i pantaloni di velluto chiaro, i miei capelli pettinati con la riga di lato; sembravo piombato in quel posto per un errore, come se avessi sbagliato indirizzo e fossi capitato in quel cinema ischeletrito invece che ad una festicciola di primi della classe, di fottuti ridicoli nerd.

Accanto a me, sull'unico sgabello disponibile, stava appollaiata una ragazza stranissima, vestita di stracci colorati e smunti, con anfibi giganti e i capelli corti ispidi e neri. La salopette viola cupo le scopriva una piccola parte degli stinchi lisci e pallidi, come pallido era il suo viso che aveva lineamenti molto belli e particolari, mentre le labbra erano carnose e scure.
Mi sentii squadrato: quegli occhi elettrici verde vitreo mi percorrevano come una lama di rasoio, raschiando la superficie di comportamenti finto-disinvolti che avevo impostato per sentirmi il meno inadeguato possibile. Tenevo il bicchiere alla bocca e seguivo con la coda dell'occhio ogni movimento di quella ragazza.

- E tu chi sei? - aveva una voce roca e strafottente, forse aggressiva.
Sperai che quelle parole non fossero dirette a me, non avevo voglia di parlare, mi sentivo assolutamente impreparato a sostenere una conversazione: poi ne incrociai gli occhi.
Scansionai rapidamente, ancora una volta, con la sola forza del pensiero il mio abbigliamento da bravo ragazzo di buona famiglia, appoggiai un gomito al bancone e mi impegnai a tenere un atteggiamento disinvolto.

- Sono venuto qui con Edo...

Gli occhi verdi si strizzarono in una smorfia di disapprovazione. Si accese una sigaretta e la fumò con aria sprezzante.
- Ommamma! Ma come ci si fa ad identificare in relazione ad un'altra persona?
- Come hai detto? - Ma la capivo fin troppo bene.
- Eddài! Insomma: io so chi é Edo e va bene. Ma tu non puoi dire sono-con-Edo, capisci? Cioè: ti ho chiesto chi sei, non con chi sei venuto.
- Sigmund, mi chiamo Sigmund.
- E...?
Alzai le spalle, posai il bicchiere sul banco e allargai le braccia.
- E niente, non saprei cos'altro dire. In questo momento.
La post-punk spense la sigaretta, sorseggiò della birra dal bicchiere di un ragazzo che passava, poi saltò giù dallo sgabello e cominciò a muovere i fianchi e le braccia e roteava la testa: lo faceva così lentamente e mollemente da generarmi dei brividi.
Sorrisi imbarazzato, cercando di divincolarmi da quello sguardo che non mi mollava nemmeno un istante.

Mi irrideva, sicuramente pensava che fossi un cretino. Anche io lo pensavo, sinceramente. Un perfetto cretino.
Tirò fuori dalla tasca della salopette un rotolino di carta ingrigita se lo infilò fra le labbra e lo accese, chiudendo gli occhi, annuendo al vuoto e aspirando lentamente come se stesse vivendo un'esperienza mistica; invece era solo uno spinello malfatto. Si volse e allungò una mano, porgendomi lo spino.
- Dai, tira un po'!

Lo spinello fra le sue dita e le labbra carnose: questa ragazza risultava attraente aldilà del mero aspetto fisco, e non conosceva il caos che si agitava dentro di me; quella canna sembrava crescere a dismisura ad ogni istante che restava nella sua mano tesa. Non avevo mai fumato uno spinello in vita mia, eppure mi attirava: non sono sicuro se mi attirasse l'esperienza potenziale che poteva procurare l'assunzione di droghe o se il fascino derivasse dall'infrangere una regola dettata dai miei genitori. Era la prima volta che realizzavo così lucidamente il fastidio per le loro regole. 

Intorno a me tutto girava e la musica aveva perso l'armonìa e risultava solo una catena di suoni allineati senza logica. Presi fra le dita fredde quella canna, anche solo per non aggiungere altri indizi negativi all'opinione che la ragzza si stava formando di me: tirai forte e ne inghiottii il fumo, in modo esagerato, nascondendolo nei polmoni e oscillando sulle gambe che tenevo leggermente divaricate, con i piedi ben saldi per terra.

Tossii come un cannone, mentre il volto mi ribolliva quasi dovesse scoppiare e la gola graffiata e incendiata mi trasmetteva uno strano sapore di fieno marcio bruciato giù per la trachea. Restituii lo spinello. Disinvolto.
- Visto? - dissi con un aria da fumatore consumato; ma non riuscivo a tenere lo sguardo fisso su nulla, e tutto mi passava davanti lasciando interminabili strisciate di colori senza forma; con una mano su un fianco, mi chiesi mentalmente dopo quanti secondi sarei crollato a terra o avrei vomitato. L'unico punto fisso di tutto quel vortice di sensazioni caotiche era il volto della ragazza, che ora ridacchiava aggiustandosi il ciuffo scuro di capelli sulla fronte. I lineamenti si erano ingentiliti, quel sorriso le illuminava il volto; mi sembrava bellissima, pur nell'assurdità del suo abbigliamento eccentrico e del suo maquillage improbabile. Stavo per chiederle il suo nome, ma lei parlò prima di me:

- Fantastico! Ne vuoi ancora?
- Meglio di no...sarebbe pessimo vomitare adesso. Qui.
Scoppiò a ridere, gonfiando le guance e buttando indietro la testa per soffiare fuori il fumo. Ma adesso mi sentii improvvisamente disinvolto e cominciai a parlarle e, via via che la conversazione si sviluppava e ramificava, quella sensazione di disinvoltura cresceva, come mai l'avevo percepita prima di allora.

Si chiamava Juliette, ed abitava in periferia, e non faceva l'università: scoprii che stava col chitarrista che, in questo momento, stava suonando un brano di Jimi Hendrix.
- Ah, stai con Jim Morrison!
Lei rise goffamente, senza capire: poi guardò il finto Morrison e per un istante percepii una fenditura nel suo bozzolo aggressivo; scosse la testa. Mi spiegò che lavorava come commessa in un negozio di dischi usati e lì lo aveva conosciuto.

La sorpresi parlandole della musica che ascoltavo, vedevo i suoi occhi allargarsi mentre le comunciavo le sensazioni che mi trasmettevano certe band dei decenni passati; provai ad esibire erudite quanto improvvisate riflessioni sulle diverse evoluzioni del rock dopo gli anni sessanta. Parlavo a raffica, non lasciandole il tempo di rispondere; avevo fretta di far uscire altri pensieri, era come se tutto ciò che non avevo espresso per anni si stesse accalcando alle mie labbra in quel momento.

- Oh...guarda che io lavoro solo in un negozio di dischi, mica ci capisco molto di musica!
- Va be'...ma tanto anche io sto un po' scazzando! Non prendermi mica sul serio, eh?
Rise ancora e mi mise una mano su un braccio. Mi sembrava di essere coinvolto per la prima volta in un dialogo brillante, mi sembrava di non aver comunicato per secoli, come se la corteccia di timidezza e di gesti guidati dei miei atteggiamenti educati e perbene si fosse lacerata.

Mi sentivo molto meno distante da Juliette, ora. Probabilmente era sono un'ingannevole sensazione, ma tanto mi bastava in quel momento.
- Sai, quando ti ho visto pensavo che fossi il solito insignificante universitario perbene...
- Sì, lo avevo capito: in effetti io sono il solito universitario per bene.
- Invece non sei male!
- Mah...ho solo fatto due tiri dal tuo spinello...

Risposi al suo sorriso, abbassando la testa in un rigurgito di timidezza. Sentii una vampata di calore partirmi dallo stomaco e arrivarmi alla base del cranio, poi venni colto da un'improvvisa voglia di agitarmi.
Mi allontanai all'improvviso dal bancone e corsi zigzagando fra la folla fino ad arrivare alla scaletta alla base del palco, dove i ragazzi stavano partendo con gli accordi di un brano dei Pearl Jam; mi sfilai rabbiosamente il maglione a losanghe, saltai i gradini a tre a tre, scattai incontro al cantante che, sorpreso di questo assalto mi lanciò ridendo il microfono; lo agguantai al volo e cominciai a strillarci dentro

- I'm still alive...I'm still alive...I'm still alive!!!
La band mi seguiva, Jim Morrison e il batterista si scambiavano occhiate sorprese, mentre il cantante mi indicava al pubblico e batteva le mani e mi accompagnava con la sua voce senza microfono; sentivo i colpi di batteria pugnalarmi la schiena, la mia voce - involontariamente ma splendidamente roca.

Vedevo, senza sentire, che tutti mi battevano le mani, e ridevano, e annuivano con plateali cenni del capo; cercavo con lo sguardo Juliette ma non riuscii a vederla. Poi sentii la testa turbinare e mi abbattei a terra, mentre la band finiva il pezzo con un interminabile sequenza di accordi acuti e penetranti, unici impulsi dall'esterno a sollecitare i miei sensi atrofizzati.

Ritornai in me presumibilmente pochi minuti dopo. Ero appoggiato ad un lampione, il mio campo visivo era occupato da tre volti: quelli di Edo, di Erika, e - con mio stupore - di Juliette.

Da lontano giungevano delle note di una canzone lenta che non riuscii a riconoscere. Un'aria fredda e profumata di terriccio umido mi solleticava le narici. Tutt'intorno, la solita desolazione della periferia sudorientale di Milano. Avevo di nuovo addosso il mio maglione a losanghe. I volti dei miei amici erano incuriositi. O sorpresi. Certo divertiti. Sicuramente non preoccupati

- Che cazzo ci fate, lì sopra? - chiesi con la voce impastata.
- Che cazzo ci fai tu lì così, idiota! - mi rispose Edo ridendo.
Mi diede un finto calcio ad una gamba.
- Juliette, che schifezza gli hai dato? Si può sapere?
Juliette si mise una mano davanti alla bocca, per soffocare una risata; tutta la scena in effetti era terribilmente ridicola, anche per me che giacevo intorpidito alla base del lampione.
- Mah, superpolline, credo, l'ho preso qui davanti prima di entrare...
- Eh, ci credo; uno show così...questo non ha mai fumato una sigaretta, figurati il superpolline! Superpolline, poi...chissà che minchiata c'era dentro!

Poi allungò una mano, mi fece alzare poi mi accompagnò alla sua macchina, sorreggendomi con un braccio.
- Dai rockstar, andiamo a casa.
Juliette fece per andarsene, cercai di fermarla. Volevo almeno chiederle se ci saremmo rivisti presto. Riuscii solo a dirle "ciao" con la voce impastata, faticavo a coordinare la lingua e le labbra. Lei si girò e da due metri di distanza mi fece un cenno con la mano, inclinando la testa e soffocando una nuova risata. Poi tornò dentro al cinema.

Più tardi, Edo ed io ci ritrovammo a passeggiare per l'isola pedonale estesa del centro città. Le luci fioche dei lampioni erano circondate da un alone umidiccio e tremulo; i nostri passi schioccavano sul marciapiede e le nostre voci si sgretolavano nel silenzio. Ascoltavo dentro alla mia testa un insistente brusio, mentre camminavo assorbendo con le ginocchia un leggero capogiro. E pensavo a Juliette, certo!
Volevo chiedere dettagli a Edoardo, desideravo sapere chi fosse, dove vivesse, come l'aveva conosciuta; volevo rivederla, parlarle ancora; sentivo, in quel momento, di avere ancora un sacco di cose da raccontarle di me, e da chiederle.

- Edo, ma Juliette...
Edo alzò le spalle, e respirò l'aria fredda di febbraio.
- Per favore...quella lì é una completamente fulminata, non é normale, non devi cercare di farti coinvolgere per compiacerla.
- Coinvolgere...compiacerla...Edo ma che cazzo dici? Mi sono fatto una canna. Forse ho bevuto della birra. Capirai!! Vuoi dirmi...cioè...tu non l'hai mai fatto?
- Ma cosa c'entra? Io sono io, tu sei tu. Io sono in un certo modo, perché mi piace essere così. Ma tu stasera ti sei tirato una canna intera di superpolline solo per non fare la figura del bamboccio davanti a quella fuori-di-testa.
- Ma quale "una canna intera"! Ho fatto due tiri. Una canna intera!
- Va be'...ognuno é libero di fare quello che vuole, ma non devi farti influenzare solo perché lei é...diversa. Diversa da te, intendo.
- Eh...
- Insomma, voglio dire: credevo che volessi essere...così: i tuoi vestiti, il tuo atteggiamento, il tuo modo di parlare e tutto il resto.
- Bella roba.
- Se sono cambiato è perchè i miei cambiamenti li ho fatti autonomamente, non li ho subiti solo perché un'anarchica mi metteva in discussione, porca puttana!
- Ma a me piace essere così come sono adesso, va bene?
- Ma come sei adesso? Ti sei fatto una canna e poi hai sdato. E' essere "diverso", eh?
- Oh, vaffanculo, va.
- Ma vacci tu, va'. Perché per trasformarti hai aspettato proprio stasera, proprio...Juliette?

Ero arrivato sotto casa mia, mi appoggiai al muro con la schiena e misi le mani in tasca. Non avevo risposte, o forse ne avevo troppe. Edo saltellava da un piede all'altro, con lo sguardo concentrato sulla punta delle sue scarpe. Non sembrava molto convinto.
- Che importanza ha, Edo, se cambio autonomamente o grazie a Juliette?
Eravamo tutti e due troppo stanchi per reggere anche una discussione esistenziale.
- Se sei contento tu, figurati io - mi diede un pugno sullo spalla e si incamminò - almeno finirai di starmi sempre fra le palle!

Io risalii barcollando le scale di casa, e mi infilai in bagno. Rimasi davanti allo specchio per alcuni minuti. Vedevo un ragazzo che non ero io.
Il volto ovale, la pelle rosa, gli occhi azzurri leggermente cerchiati e iniettati di sangue per la stanchezza. l capelli biondi che cadevano lisci e  ordinati dalla scriminatura ancora visibile, nonostante il casino della serata. Le labbra regolari e rosa. La camicia bianca a righe equidistanti azzurre e blu dal colletto inamidato, il maglione a losanghe.
Mi girai e frugai nei cassetti, trovai un paio di grosse forbici. Mi piantai con le gambe stabili davanti allo specchio. Tirai un respiro profondo, mi molleggiai sulle ginocchia; mi fissai negli occhi e annuii con un movimento impercettibile della testa, come se mi stessi dando da solo l'autorizzazione a compiere quello che avevo in mente. Poi cominciai a tagliare i capelli, in modo casuale e irregolare, recidendo ciuffi sui lati, e sopra la fronte e sulla nuca. Tagliavo, con cattiveria e determinazione, come se mi stessi amputando inutili arti rinsecchiti. Ogni tanto mi fermavo, osservavo il risultato di quell'operazione, che non era solo esteriore. Riprendevo, aggiungendo ulteriore determinazione.

Infine, quando mi sembrò di aver raggiunto il risultato, mi fermai e stetti ad osservare in silenzio. La maggior parte della testa era quasi rasata, qua e là sporgevano ciuffi irregolari, come punte di una corona impazzita. Ma non avevo ancora finito. Mi mossi evitando di calpestare i ciuffi biondastri che cadendo si erano distribuiti su tutto il pavimento e frugai nei cassetti finché trovai un barattolo di tintura che mia madre usava per coprire i primi capelli grigi. Lessi rapidamente le istruzioni e poi mi applicai il colore su ciò che era rimasto dei miei ciuffi.

Il giorno dopo gironzolai per le vie della periferia post industriale, chiedendomi se il mio cambiamento esteriore fosse una fatto puramente superficiale o fosse lo specchio di quella parte di me che stava liberandosi dalle convenzioni perbeniste che avevano ingabbiato i miei genitori prima di me; senza trovare risposte convincenti entrai in un negozio di periferia e mi comprai una giacca di cuoio nero, alcune camicie di jeans di diversi colori, maglioni stinti e comodi, pantaloni sportivi, un paio di stivali dalla punta tronca, un paio di scarpe da ginnastica viola e degli anfibi neri con i lacci e la suola a carro armato. Infine acquistai un paio di occhiali scuri.
Rientrai a casa e gettai in un grosso sacco le mie camicie a righe, il maglione a losanghe, le mie mocassino in cuoio lucido, i miei pantaloni in velluto e tutto il resto. Indossai alcune delle cose che avevo appena comprato, mi guardai riflesso nello specchio: stavo cominciando a riconoscermi.

2 commenti:

  1. L'ho letto tutto ed è già un bel risultato.Sei un esploratore o un esplorato? Cacciatore o preda? migliore la prima parte , anche tecnicamente in quanto asciutta e con l'atteesa della conclusione. Ma è la conclusione che lascia a desiderare. bastasse uno spinello a farti capire che non si è mai soli.....Ognuno di noi "é" solo. Per tutta la vita possiederai sempre e solo te stesso. E non è poco. Comunque , bravo/a

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  2. Mi è piaciuto molto, hai talento, ricordatene.
    E quindi è così che è iniziato il viaggio....
    A volte si ha bisogno di cambiamenti fisici per esteriorizzare e manifestare i propri cambiamenti interni e questo accade specialmente quando si è adolescenti. So che tante volte ci fa bene frequentare persone diverse da noi, magari non ci comporteremo mai come loro, però ci stimolano a far uscire quelle parti che teniamo occultate, vuoi perché abbiamo paura della riprovazione degli altri, o anche perché il nostro Super-Io non le approva. Ma per crescere bisogna lasciarle andare, e più si tengono a freno, più esplodono così all'improvviso, in un giorno qualunque (che solo apparentemente lo è), in un posto in cui non ci sentiamo nemmeno a nostro agio e con qualcuno che non saremmo soliti frequentare.
    (Lo pubblicherei sulle antologie delle scuole secondarie di secondo grado, credo che aiuterebbe alcuni adolescenti a trovare un senso ai loro disagi, anche se andrebbe poi sottolineato che non servono le droghe a farci sentire i "veri noi stessi"... Ma scritto quì non ha bisogno di questa sottolineatura moralistica). B.

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