martedì 3 luglio 2012

BORN IN THE USA!



["Last week came the Pope, next week will come Madonna.
But God is here, now"
San Siro, il 7.6.12, poco prima dell'inizio del concerto di Bruce Springsteen]

C'è un'America che mi piace. E' un'America genuina, robusta e solida, a volte un po' piaciona o ruffiana. E' un'America che suona la chitarra e l'armonica a bocca, e che parla di gioie semplici, di gente di città e di campagna, di ambizioni innocenti, come un lavoro onesto e faticoso e una corsa in macchina con la propria ragazza. E' un'America che parla di crisi, di politica, di cattivi governanti e di speranza. Della forza di tirare avanti affrontando responsabilità e sventure. Di fiocchi nei capelli, di tuffi nel fiume, di disoccupazione e di città che crollano, si rialzano e convivono con le proprie ferite.

E' l'America di Bruce Springsteen.

Scrivo questo post tre settimane dopo aver assistito al suo concerto di San Siro, l'ennesimo a cui io abbia preso parte: sì, dico preso parte, perché quando Bruce Springsteen suona insieme alla E-Street Band, l'energia si riversa sulla platea, la trasfigura e la contagia, finché i sessantamila sugli spalti e i dieci  musicisti sul palco si fondono e confondono, scambiandosi i ruoli: la folla che canta al colmo dell'entusiasmo, il Boss con la E-Street Band ad ascoltare e a guardarsi incredula per tanta partecipazione.

Il bello di andare ad un concerto di Springsteen consiste anche nel constatare la trasversalità del suo pubblico: cinquantenni dai capelli brizzolati, manager appena scappati dall'ufficio che tengono la cravatta appena slacciata e le maniche della camicia rimboccate fino ai gomiti, ragazzini con le magliette di Abercrombie & Fitch, giovani con i dreadlocks, mamme con passeggini in movimento per il parterre, coppie, singles dagli occhi spiritati, hippies e chi più ne ha più ne metta: l'unico comune denominatore é la passione per il Boss di Freehold. Ci si sente accomunati, mentre entrando si confrontano le playlist del concerto ideale, si scommette sul brano con cui inizierà il concerto, o quello con cui lo chiuderà o, ancora, quali saranno i bis. Molti conoscono i testi a memoria, altri indovinano ogni pezzo dalle prime due note dell'attacco, altri conoscono solo le parole del ritornello. Ma tutti vengono travolti dall'onda emotiva che si riversa dall'ampio palco. Sono stato a Milano il 7 giugno, ma mi sento ancora pervaso da questo contagio collettivo: so di sembrare iperbolico - per chi non ha mai partecipato - ma chi lo ha visto e ascoltato dal vivo almeno una volta, sa di cosa parlo e condivide esattamente ciò che sto scrivendo.

Con l'arrivo della sera, con la solita mezz'ora strategica di ritardo, per far calare il buio nel catino di San Siro e rendere così il concerto ancor più mistico, eccolo inondare il palco con la propria energia che - a sessantadue anni già abbondantemente compiuti - é sorprendente.

Quando Bruce Springsteen venne in Italia per la prima volta, nel 1985, era già un artista affermato: aveva alle spalle dischi importanti come Born to run, Darkness on the edge of town e The river. Dischi che legittimerebbero qualsiasi artista a tirare i remi in barca e a dire "ecco, io ho fatto questo". Ciononostante, la grande popolarità presso il pubblico italiano gli derivava dall'ultimo disco, Born in the USA, pubblicato sul finire dell'anno precedente.

Eravamo nel 1985, dicevo, in pieno furore yuppie; e quel Born in the USA, gridato così a gran voce poteva suonare come un inno all'America reaganiana: machismo, muscoli gonfi e lucidi, testosterone a stelle e strisce, yuppismo imperante, l'adorazione di massa del dio dollaro. Niente di più sbagliato. Era l'urlo rabbioso di tutti quegli uomini che si erano risvegliati bruscamente dal sogno americano. Una gran sberla sul muso di chi aveva creduto alla faccia vincente del capitalismo.

Born in the USA non é il mio disco preferito, ma in esso ci sono tutti i temi classici di Springsteen, temi che ad oltre venticinque anni di distanza, sono ancora tutti attuali.

Born in the USA ha il sapore di una condanna, come se il sogno americano si fosse trasformato in un demone rappresentativo di ciò che tutti si aspettavano e che al contrario grava come un avvoltoio sulla crisi che sta stravolgendo il Paese a Stelle e Strisce per estendere la sua lunga e mortifera ombra anche su di noi.

Siamo ancora qui, con gli stessi dilemmi, le medesime paure.

Fabbriche chiuse, disoccupati, orde di senzatetto, mutilati ed invalidi, ragazzini allo sbaraglio, questi  personaggi popolano da sempre le sue canzoni più lugubri, dal 1974 ad oggi, che mettono in guardia contro i rischi del capitalismo spinto. Scompensi inevitabili nella corsa all'accumulo. Situazioni che abbiamo iniziato a vedere anche qui da noi, noi che all'America abbiamo sempre guardato come ad un inarrivabile punto di riferimento.

La terapia a queste piaghe é fornita dalla genuinità forse un po' retorica ma spontanea e anche veritiera, di gioie semplici basate sul rapporto con la propria terra d'origine e le persone che qui sono nate e qui sono cresciute insieme a noi.

Sono passati venticinque anni, dopo Reagan sono arrivati George Bush senior, Bill Clinton, George Bush junior e finalmente Barack Obama. L'America é cambiata, ha affrontato lo shock dell'attacco alle Torri Gemelle e quello della bolla dei mutui supreme. Continua a dettare legge sia nella politica estera che in quella economica del globo. Sta perfino provando ad approcciare il concetto di assistenza sanitaria pubblica, proprio mentre da noi qualcuno sta avendo la bella pensata di praticare dei tagli sanguinosi proprio a quella spesa sanitaria che ci rendeva fieri di essere italiani.

Bruce Springsteen continua ad ammonire dal suo palco, che in certi momenti sembra un pulpito, trasfigurato dal proprio carisma. Lo fa ringhiando con la sua voce blues, ballando come un orango gongolante, sorridendo con il suo ghigno da contadino buono, rotolandosi sul legno del palco, duettando con Miami Steve Van Zandt, percuotendo le corde della sua chitarra, saltando in mezzo al suo pubblico.

Se vogliamo, lo possiamo considerare il sacerdote del puro entertainement: quando esci dai suoi concerti, sei stravolto dall'entusiasmo, hai urlato (il finale di concerto con dieci minuti ininterrotti di Twist and shout é stato catartico), hai ballato, ti sei abbracciato con il tuo migliore amico, con la tua donna o con lo sconosciuto in piedi accanto a te al culmine del delirio, unito in inni planetari come Born to run. E ti può anche bastare questo, perché é già tanto. Il concerto di Milano del 7 giugno 2012 é durato 3 ore e 40 minuti, il secondo per lunghezza nella storia del Boss del New Jersey, tanto per rendere l'idea di quanto sono spesi bene i soldi per acquistare un suo biglietto.

Ma Bruce Springsteen non é solo intrattenimento al massimo livello: c'è una gran sostanza politica e sociale sotto alla poderosa musica che - mirabilmente - i suoi compagni di avventura vecchi e di recente acquisizione suonano con infaticabile talento.

C'è un uomo che invita a non arrendersi, a rialzarsi usando la forza delle proprie mani: che si tratti di alzarsi dal crollo di due grattacieli che ha disegnato un cerchio rosso di sangue sulla fredda terra avvolta dall'oscuirità, o di alzarsi dalle proprie ginocchia sulle quali siamo caduti, falciati dalla crisi che ci ha ridotti come mendicanti.

Tutto questo é il Boss, nato per correre. Per correre avanti, per correre oltre.

1 commento:

  1. Sembra che si parli di un concerto... Uno dei tanti grandi concerti che ci regalano i GRANDI della musica...ma quanta dolente verità nascosta di vite spezzate, di speranze stroncate, di politiche sbagliate, mischiata all'extasy, ad uno stato di trans provocato da un insieme di suoni prodotti da mani capaci di portarti con la fantasia in un mondo migliore... Mi sono sentita per un attimo li, tra il pubblico di questo grande artista ma non ho potuto nemmeno per un secondo dimenticare la realtà. Ha fatto un lavoro che dovrebbero fare tutti i canali media - tenere il pubblico con i piedi per terra. Complimenti davvero.

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