sabato 28 luglio 2012

WE LIVE HERE


Abito in una città caotica, rumorosa e disordinata e all'apparenza sciatta: Milano.

Già, Milano, due milioni di individui che come formiche intontite brancolano agitati per le strade, su e giù dagli autobus, sprofondati negli inferi umidi e bui della metropolitana, guidati irrazionalmente dalla frenesia in una vita frettolosa senza significato alcuno.

Spesso - osservando distrattamente questo andirivieni impazzito dei pedoni sui marciapiedi, di automobili e ciclomotori e autobus e biciclette agli incroci o ai semafori - mi sorprendo che non si verifichino continui scontri e incidenti; faccio, infatti, molta fatica ad accettare che il traffico urbano sia l'effetto di scelte razionali e coordinate di milioni di individui: mi piace credere, piuttosto, ad un flusso non governato da altri che non sia il fato. Come potrebbero, altrimenti, le intenzioni di ciascuno collidere talmente bene da generare un fluire razionale di mezzi senza causare di continuo urti e grovigli di lamiera?
Tuttavia, la cosa inaspettata e che - profondamente e di primo acchito - mi turba e delude, é che sembrino ancora più casuali e rari gli incontri. Ci si sfiora, urta, schiva o evita; si cammina appaiati, ci si supera, aggira, sorpassa ed ostacola. A volte ci si insulta, ignora, irride, provoca, biasima e offende.

Ma forse non ci si incontra mai, contrariamente ad ogni legge statistica. Quante opportunità sprecate!

Una città non é soltanto il complesso di edifici e strade e parchi e giardini pubblici; una città é la massa di persone che la abitano tutti i giorni, che siano nativi, immigrati, pendolari o turisti. Eppure in una città di due milioni abbondanti di persone gli incontri che si trasformano in contatto sembrano molto più che rari.

Ho concepito questa riflessione in un caffè di Corso di Porta Romana, una mattina di giugno; era presto, l'aria non era ancora insopportabilmente calda, e il traffico non aveva già toccato le sue abituali vette di rumore e disordine. Ero in piedi, davanti al banco del bar, e guardavo il viavai di avventori che arrivavano, addentavano il proprio croissant con gli occhi fissi su di un quotidiano, ingoiavano il solito cappuccino, pagavano e scappavano lasciando solo un saluto frettoloso. Tutti indifferenti al turbine di umanità che ruotava intorno a loro.

Un uomo anziano stava fumando una sigaretta in piedi sulla porta che dal bar portava alla strada, di fatto ostruendomi inconsapevolmente il passaggio: per uscire dal locale ho dovuto appiattirmi contro uno stipite e scivolargli vicino, poiché non dava cenno di spostarsi nemmeno alla mia cortese richiesta di passare; una volta superato, mi ha rivolto uno sguardo trasparente, fisso e vuoto.  Restituendogli un'occhiata inespressiva, ho pensato che questa città é un luogo di eterno passaggio, un enorme scatolote di transito; gente che arriva, si ferma per tanto o poco, e poi se ne va, dietro a nuovi lavori, a nuove relazioni, in altre città. E chi resta - piano piano - perde la capacità di distingere lingue, lineamenti e forme di vita, diventando indifferente al fluire di vite che si alternano per le vie. Un'assuefazione alla convivenza, potremmo dire. Forse é così per tutte le città, dove radicare é dificile se non si ha un passato da ricordare.

Ma non mi basta. C'é qualcosa che non torna, qualcosa di non evidente, che mi impedisce la giusta lettura.

Per muovermi rapidamente da una parte all'altra di questa piccola, complicata ed incoerente metropoli, utilizzo uno scooter, da cui non mi separo mai. E' un Suzuki Burgman 400cc, del 2005, sufficientemente vissuto al punto da entrare nei miei affetti, sufficientemente potente e agile da permettermi i guizzi fra le auto in coda, gli scatti ai semafori, gli allunghi sui vialoni alberati. Amo guidarlo mentre ascolto la musica, con le cuffiette sotto il casco. Ascoltare musica mentre mi sposto - pur esponendomi a qualche pericolo di troppo - mi concede anche una visione diversa delle cose. Filtrando ogni rumore, osservo questa specie di film muto che mi racconta un'altra storia.

Quest'altra storia, l'altra storia della mia città, ha la colonna sonora di Pat Metheny, e in particolare un brano che si intitola We live here. Un titolo evocativo, direi, per un pezzo che inizia con una fusione di suoni e di rumori distorti, come se fossero l'eco della vita quotidiana di una città caotica, suoni e rumori che poi si trasformano in un ritmo martellante a metà fra il jazz e l'etnico, per poi prendere aria e volume e mutare in una specie di volo ad ampio respiro. Lo stesso volo che mi sembra di compiere quando  - con questa metafora sonora nelle orecchie - mi muovo per Milano.

Ed é in quell'istante, come se improvvisamente venissi dotato di un paio di occhiali magici - riesco a vedere qualcosa di diverso, di vivo in una città che - senza la pazienza e la curiosità necessarie - continuerebbe a sembrare un grigio meccanismo a orologeria privo di senso e di gioia.

Attraverso questi occhiali vedo una città nuova, che ha un senso.

Cammino sui marciapiedi, sbircio nei cortili e la mia curiosità viene premiata da scorci inaspettati.
Se osservo meglio il fluire rapido dei passanti, vedo vite piene. Cosa fa scendere dal letto ogni mattina queste persone, qui e in ogni parte del mondo, per salire su treni stipati, incolonnarsi in code infinite, pigiarsi su vagoni della metropolitana, affrettarsi nelle vie? L'aspettativa di uno stipendio, i rapporti interpersonali, l'ambizione, il piacere di svolgere una professione, l'impegno per portare a casa il necessario per mantenere una famiglia, il potere, la visibilità, la prospettiva di un cambio di vita, la voglia di farcela in una città nuova.

E così questa moltitudine in perenne movimento ha trovato il denominatore comune: stiamo tutti cercando un senso alle nostre vite, e spesso lo troviamo. E' un'illuminazione da poco forse, ma questa mia consapevolezza mi permette di trovarci tutti accomunati e mi toglie un po' di quel grigio pessismismo.

E vedo qualcosa di diverso: vedo studenti che si fermano davanti agli ingressi delle università; riconosco quel sorriso spensierato che avevo anche io a quell'età, e forse sogni e aspirazioni di cambiamento. Vedo famiglie di persone provenienti da altre parti del modo, in fuga da guerre, o carestie o dittature, su automobili scassate cariche di scatoloni ikea: i loro volti hanno l'ombra di chi é lontano dalla propria casa, ma anche la luce di chi ci sta provando, di chi sta cercando di farcela in un altro posto, forse meno spaventoso. Vedo mamme nei parchi, che - con i volti trasfigurati dall'amore - seguono con attenzione o apprensione i primi passi di nuove vite che dovranno fronteggiare questo futuro dall'aspetto incognito e cupo. Vedo anziani, che si raggrumano davanti ad un campo di bocce, o ai tavolini dei vecchi caffé, intorno ad un giornale da sfogliare e commentare; i loro sorrisi sono più affaticati, ma sono addolciti dal piacere della compagnia reciproca.

Accelero lungo Corso Venezia, nel piano della gloria di Milano, palazzi sette e ottocenteschi, eretti dalla ricca borghesia e nobiltà milanese prima che la mia città diventasse teatro dei primi conflitti di classe. Le finestre brillano al sole, statue neoclassiche si sbilanciano guardando di sotto, il traffico in movimento, mentre i negozi di beni di lusso si susseguono come una pernacchia alla crisi economica. Mi fermo ad un semaforo. Accanto a me si arresta un ragazzo di colore, su una bicicletta un po' scassata, con il fanalino rotto e i parafanghi crepati. Esplora il mio scooter con occhi vivaci e furbi e poi mi rivolge un sorriso: anche lui, come me, deve aver calato sugli occhi un paio di occhiali magici. A cavallo di quel cancello su ruote sembra sentirsi il re del mondo. Si guarda in giro e fischietta. Oltre il ragazzo - come un'ombra - arriva rombando una moto di grossa cilindrata, che si ferma e ruggisce impaziente nell'attesa del verde. A bordo, un uomo in abito grigio e camicia bianca inamidata. La pelle lucida e abbronzata, con un filo di barba. Gli occhi nascosti dietro ad un paio di Ray Ban di ultima generazione. Non rivolge nessuno sguardo, non sorride a nessuno. Non vede il mondo che gli gira intorno. Forse i suoi pensieri sono già rivolti al lavoro che deve svolgere, chissà: affari da concludere, ricchezze da accumulare e da gestire, o da trasferire, società da acquisire, persone da trasformare in esuberi. Anche lui ha un senso in questa città, ma é un senso che sfugge ai più, e spesso é un senso che va a negare quello di tutti gli altri.

1 commento:

  1. Se si osserva la gente che abita in città, si possono vedere persone che si affannano, corrono da qualche parte, sempre impegnate, mentre se si attraversano quei paesini arroccati di stampo medioevale, si ha tutta un'altra impressione... Persone che si conoscono da una vita, abitudini diverse, vecchiette sedute al balcone, o sulle panchine che osservano il lento scorrere del giorno... poi ci si riflette su, e si ringrazia il cielo di essere lì solo perché è domenica e di non abitare in un posto, in cui la grande notizia è che è morto Tizio, meglio conosciuto con il soprannome, piuttosto che il film in uscita da vedere al cinema, lo spettacolo teatrale, un bel localino dove passare la serata con gli amici.... Chi abita in città, in un paesino di campagna ci morirebbe... pure se l'aria è più respirabile....

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