giovedì 2 agosto 2012

LE CATTIVE RICETTE DEI SIGNORI DEL CAPITALISMO



C'é qualcosa che non mi torna nel disegno dei governanti occidentali per traghettarci fuori dalla crisi economica attuale. Sembra infatti che le ricette proposte per risolvere la drammatica situazione siano suggerite da una mente occulta con il segreto intento di affossare il capitalismo, più che salvarlo.
Tagli al personale, licenziamenti, prolungamento dell'etò lavorativa, ritocchi al ribasso sulle pensioni, riduzione della spesa e degli investimenti, dismissione del patrimonio pubblico, privatizzazioni: questa é una liquidazione coatta, non é una strategia di uscita dalla crisi! Di questo passo il sistema economico intero sarà azzerato, sotto il peso della stagnazione, della disoccupazione, della sperequazione e della povertà. Parole grosse per delineare una situazione grave.

Ascoltavo di recente un eminente protagonista della scena politica ed economica americana sostenere con candore infantile che se i consumi non cresceranno a breve con un tasso almeno pari al 2,5% non si potranno creare nuovi posti di lavoro. Lì per lì, ho temuto di aver capito male, ma poi il giornalista ha replicato con sicumera imbarazzante l'affermazione dell'economista. E mi sono cadute le braccia, perché é il pensiero comune di statisti, industriali ed economisti, anche e soprattutto in Italia.
Mi sembra che ci sia un po' confusione fra cause ed effetti, fra soluzioni ed obiettivi. Chiedere maggiori consumi per poter aumentare i posti di lavoro é un paradosso clamoroso, che inverte completamente quelle che sono le dinamiche economiche. Quello che si vorrebbe é che una popolazione di disoccupati e sottostipendiati, progressivamente impoveritasi in questi anni di abusi e prepotenze e inefficienze, si facesse carico della soluzione della crisi attuale, mediante un incremento dei consumi al fine di garantire alla aziende la certezza di poter tornare a spendere. Praticamente ci si aspetta che il consumatore abbia quell'ottimismo cieco, quella voglia di investire che manca a chi - per definizione - queste doti dovrebbe averle innate, ossia gli imprenditori e le banche. In pratica, a imprenditori e banche piace vincere facile, ma questo - bene o male - lo avevamo già capito da un po'. E dire che l'alta propensione al rischio dovrebbe appartenere più agli imprenditori che non ai consumatori e ai risparmiatori...

Tanto vale, allora, prendere i testi dei grandi economisti degli ultimi cento anni, e bruciarli in un enorme autodafé culturale, durante il quale immolarci noi stessi in nome di Angela Merkel.

Questa é follia, questo é un suicidio economico: prima, occorre creare posti di lavoro, che equivale a costituire un reddito spendibile; reddito che poi verrebbe appunto utilizzato per acquistare beni di consumo.

Creare posti di lavoro significa ricostituire quel patrimonio di fiducia e di moneta che permetta successivamente a ciascun individuo di collocarsi in modo attivo sul mercato. Attualmente c'é una grande fetta della popolazione che fatica a pagare ogni mese bollette e rate del mutuo sempre più pesanti e a garantire per sè e la famiglia a carico una sussistenza minima: come si può pretendere che giochi il ruolo di traino di un vagone pesante come quello che l'economia agonizzante dell'Italia?

La soluzione a questa impasse c'é e ha un nome che oggi come oggi suona ai più come una bestemmia, ma che bestemmia non é: spesa pubblica. Senza la spesa pubblica, non si ha crescita, che piaccia o meno ai cervelloni che ultimamente regnano su questa landa devastata dal capitalismo selvaggio che é l'Occidente industrializzato.

La spending review [tanto per usare qualche bel termine anglosassone che fa sembrare intelligente un'operazione che é invece un'idiozia vera e propria] non deve essere in conlfitto con la crescita, a meno che non sia stata concepita come lo strumento con il quale si pratica l'eutanasia ad un sistema economico e ad una Nazione intera.

La spesa pubblica metterebbe in circolo denaro salutare, sarebbe carburante nel motore dell'economia italiana ed europea; finanzierebbe le produzioni, le assunzioni, i consumi.
Ovunque ci sia stata crescita economica, questa é stata preceduta da investimenti pubblici.
Il fatto che un giorno un gruppo di vecchi bacucchi ottusi, per lo più tedeschi, abbia scolpito su una tavola della legge la parola rigore, non significa che si debba per forza morire tutti su questo principio.
L'altro tabù che si é fatto strada dal 2011 in poi é il debito pubblico. Il debito pubblico é diventato il demone di ogni governo da quando ci si é resi conto che gli interessi per ripagarlo sono onerosissimi.

Tuttavia il debito pubblico non si copre tagliando fondi alla sanità, al pubblico impiego, alle forze dell'ordine, alla scuola, ai trasporti pubblici e ai servizi pubblici in generale; non si tappa il buco nero svendendo il patrimonio pubblico. Non si tappa licenziando, riducendo le pensioni, costringendo la gente a lavorare oltre l'età in cui il fisico regge un normale ritmo lavorativo.

Il risultato si raggiunge attraverso un'attenta analisi degli sprechi, andando a limitare - per esempio - la libertà di spesa degli enti locali, quando questa spesa non é immediatamente riconducibile ai servizi che gli enti pubblici devono fornire per definizione. Si potrebbe cominciare abolendo le Regioni a Statuto Speciale con autonomia di spesa e di auto definizione.

Il risultato si raggiunge anche riducendo il numero di consiglieri, assessori, sottosegretari, parlamentari, ministri, alleggerendo la struttura politica; riducendo inoltre certe attribuzioni e garanzie (che spesso assumono le dimensioni di privilegi veri e propri) a favore delle cariche politiche di qualsiasi livello siano.

Ancora: il risultato si raggiunge con un'intelligente politica fiscale che da una parte preveda la riduzione al minimo dell'evasione fiscale, dall'altra redistribuisca il carico delle imposte, spostandolo sui redditi più elevati. Trovo assurdo che i redditi superiori a 75.000 euro siano tassati tutti e indistintamente a 43%: la proposta francese di tassare al 75% i redditi superiori al milione di euro mi sembra molto radicale, ma efficace e tutto sommato giusta. L'ostinata resistenza di Monti ad introdurre una tassa sui patrimoni denota come il nostro Presidente del Consiglio sia più orientato a tutelare le classi sociali più elevate che non ad aiutare l'economia italiana. E' questione di cultura: Monti é un cattedratico della Bocconi, non ha nel dna una filosofia sociale.

Proseguendo, la copertura del debito si raggiunge attraverso una trasparente gestione degli appalti, riducendo al minimo gli episodi di corruzione che - per natura - tendono a rendere meno efficente il processo di realizzazione delle opere pubbliche che vengono a costare di conseguenza sempre più del previsto, rivelandosi una vera e propria emorragia di denaro pubblico.
E ancora: il risultato si raggiunge con l'introduzione della Tobin tax, che va a colpire i redditi derivanti da speculazioni finanziarie; la Tobin tax avrebbe un doppio effetto: assicurerebbe un gettito importante all'Erario e disincentiverebbe le speculazioni che tanto hanno destabilizzato i mercati finanziari nell'ultimo anno. In questo modo la Borsa, anzi le Borse mondiali, tornerebbero a svolgere il ruolo per cui sono nate: il luogo in cui le aziende raccolgono fondi per lo svolgimento della propria attività. Il luogo deputato, il luogo di approvigionamento finanziario, sulla base della propria capacità di remunerare il capitale investito. Shiftare dalla finanza - astratta, sterile e cinica - all'industria, che produce qualcoaa di concreto, tangibile e reale, rappresenterebbe la svolta ulteriore verso la normalizzazione di un'economia che - dagli anni ottanta in poi - da quando cioé la finanza speculativa ha preso il posto dell'industria e dell'agricoltura, é andata diventando un campo di razzia per furbetti e cialtroni.

Questi sono solo provvedimenti di buon senso: sono certo, tuttavia, che siano molto più efficaci dei sofisticati meccanismi che si stanno studiando ad alti livelli.
L'economia ha bisogno di respirare: questa spending review improntata al rigore sembra invece chiudere lentamente il rubinetto dell'ossigeno.

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