lunedì 20 agosto 2012

L'UOMO CHE NON C'ERA



[L'11 agosto 2012, un operaio di cinquattraquattro anni, disperato per il protrarsi della propria condizione di disoccupato, si é dato fuoco davanti all'ingresso di Montecitorio, sede del Parlamento della Repubblica Italiana. Dopo ben dieci giorni di agonia, il 20 agosto 2012 Angelo di Carlo é deceduto, lasciando in eredità al figlio la triste miseria di 160 euro. Questo racconto é dedicato a chi - come lui - ha perso la speranza, e a tutti quelli che - obnubilati dalla ricerca del successo e del potere - non riescono a vedere la disperazione negli occhi di coloro ai quali non é rimasto più nulla]

C'é un gusto perversamente piacevole nella sconfitta, nella disfatta definitiva: il fallimento porta con sé una benefica quanto irrazionale sensazione di sollievo, come se tutte le aspettative che fino a quel momento ti spingevano e opprimevano, svanissero all'improvviso, lasciandoti - sì - nudo, indifeso e completamente privo di forze, ma allo stesso tempo leggero, preda di un'indefinibile sensazione di libertà. E' irragionevole, ma scopri di essere sollevato, svincolato da quell'insopportabile obbligo di tirare la carretta, portare a casa uno stipendio, fare fronte a tutte le aspettative che gli altri ti hanno tatuato sotto la pelle, sotto le meningi, dentro l'anima.

Produrre, fare il proprio dovere, trovare una collocazione all'interno della società, raggiungere una posizione di prestigio, avere delle responsabilità verso te stesso e gli altri: un insostenibile giogo di convenzioni sociali che quotidianamente ti si stringe attorno al collo e che - se non hai le adeguate qualità emotive, morali, tecniche, se non hai soprattutto la fortuna dalla tua parte - pensi con certezza che ti soffocherà, presto o tardi.

Invece, senza preavviso, un giorno scopri di avere perso tutto e ti ritrovi, frastornato, a contemplare la tua sconfitta irreversibile, e a gustare sulle labbra un sapore amaro che si mescola alla dolcezza dell'abbandono. Il martellamento che fino a quel momento ti aveva stordito ha smesso di picchiarti i timpani, e il silenzio totale ti circonda e abbraccia, offrendoti un conforto un po' ottuso.

 - Eccoti, Sigma, chiudi la porta e siediti.

Detesto quando il mio capo mi accoglie con quella formula; é sempre l'inizio di una conversazione che porterà con sé strascichi devastanti; l'espressione seria dell'altra persona che siede nel suo ufficio, rafforza la mia convinzione: conosco bene quel volto abbronzato e rugoso, quegli zigomi larghi sotto gli inespressivi occhi azzurri. Il ciuffo grigio ben pettinato. E' Marcus Flanaghan, direttore finanziario della UC&IC, l'azienda americana che a lungo ha detenuto il 49% delle quote della società per cui lavoro da diciannove anni. Da due mesi a questa parte, tuttavia, non detiene più solo il 49% delle quote: infatti la UC&IC é riuscita a strappare, dopo anni di trattative, quel piccolo 2% che permette di acquisire la maggioranza in Consiglio di Amministrazione.

Pertanto siamo diventati una controllata della Universal Chemical and Industrial Corporation [siamo diventati: mi detesto quando parlo così, quando riscontro in me quello stupido senso di appartenenza, solo perché ho dedicato a quest'azienda diciannove anni di orari assurdi, sforzi, energie, attenzioni, pensieri, notti insonni, malesseri vari, litri di Maloox ingurgitati ad ogni ora, dando il meglio di quello che avevo; non sono sicuro che questo patetico e romantico senso di appartenenza sia mai stato ricambiato dai membri del consiglio di amministrazione]: in ogni caso l'azienda presso cui lavoro, adesso, fa parte della multiforme galassia delle controllate della UC&IC. Un puntino nell'universo per utilizzare un'altra metafora di stampo astronomico. Una delle tante aziende di piccole-medie dimensioni, sparse su tutto il globo, ma di proprietà di un'unica vorace madre, con sede a Cleveland nell'Ohio.

Il destino di migliaia di persone di lingue, razze e religioni diverse, con differenti abitudini e molti sogni comuni, dipende da un gruppo di analisiti finanziari con camicie bianche a manica corta e occhialini con montatura da sfigato, che - divorando numeri su numeri - sputano poi la sentenza di morte per gran parte di quelle vite disperse in Europa, Asia e Medio Oriente.

Mentre cerco di trovare una posizione composta e comoda sulla poltrona in pelle che fronteggia la gigantesca scrivania del Gran Capo, rifletto sul fatto che Ohio sembra quasi un'esclamazione di dolore; mi chiedo dopo quante frasi uno dei due tirerà fuori la parola razionalizzazione. A quel punto la fine sarà nota.

- Sigma, credo tu conosca già Marcus Flanaghan - faccio un cenno; la bocca mi si é già riempita di sabbia, le mani sono ghiacciate eppure sudano. Cerco di stiracchiare un sorriso, ma credo che il mio viso sia contratto da una smorfia indecifrabile. Il Capo prosegue, credo che non si sia nemmeno accorto del mio disagio.

La cosa di lui che più mi irrita e allo stesso tempo affascina é che riesce a mantenere il medesimo atteggiamento distaccato sia che stia licenziando un membro valido del proprio staff, sia che parli di dati delle vendite, sia - infine - che commenti la partita della domenica precedente. Il suo sguardo gelido, fisso su un punto imprecisato della scrivania, una mano appoggiata al bracciolo della poltrona e il tono di voce piatto e costante, le parole soppesate in un solido eloquio.

Mi racconta dell'acquisizione da parte della Universal Chemical & Industrial Corporation come se fosse una specie di fulmine a ciel sereno. Ignora, o finge di farlo, che le voci su questo passaggio di proprietà di susseguono da almeno un anno. Di certo ignora che io sono fortuitamente venuto in possesso di un piccolo ma esaustivo plico relativo alle trattative fra i soci italiani e quelli americani, in cui si evinceva che i giochi erano fatti.

Come sono venuto in possesso di quel plico? Facile: il Gran Capo é un pasticcione, ha lanciato la stampa di quel documento riservato sulla mia stampante, anziché sulla sua. Evidentemente, lo ha poi rilanciato, pensando che la sua stampante non avesse ricevuto l'input. Quando mi sono accorto che la mia Xerox stava vomitando fogli scritti in inglese, mi sono detto "buttali senza leggerli". Tuttavia ha prevalso la mia curiosità, così in un colpo solo ho saputo che eravamo stati venduti e che il Gran Capo aveva personalmente seguito l'operazione. Non sapevo che Giuda fosse calvo e inforcasse occhiali da nerd.

Ora mi sto sorbendo da dieci minuti un'interessantissima esposizione circa  i programmi di investimento e i progetti a medio-lungo termine. Non ne capisco la ragione, ma sento che questi programmi a medio-lungo termine non mi riguardano, realmente.

- Immagino che tu sappia che l'headquarter di UC&IC in Europa é a Norimberga.

Annuisco con un cenno. Norimberga, scelta azzeccatissima: in quella città della Baviera, settant'anni fa, avevano luogo le celebrazioni dell'orgoglio nazista. Al giorno d'oggi sembra appropriato fare di Norimberga il teatro di una delle tante esibizioni di nazi-capitalismo che stanno devastando l'Europa.

- Per questo motivo, UC&IC ha deciso di centralizzare tutte le attività amministrative in Germania, al fine di ottimizzare la gestione delle informazioni. 
- Fantastico - dico io con un tono evidentemente ironico - adoro la Baviera.
- Aspetta, Sigma - mi interrompe il Gran Capo, mostrando di non aver colto la mia ironia - nell'ambito di quest'attività di razionalizzazione della struttura siamo costretti a rinunciare a gran parte del nostro personale.
- Capisco - finalmente aveva calato il jolly: razionalizzazione, il passe-par-tout di ogni politica di riduzione del personale.
- Tu lo vedi, come lo vedo io, che al giorno d'oggi un'azienda non può reggere gli attuali costi del personale. La crisi, ma anche una certa logica di gestione delle aziende impongono questa scelta.
Resto in silenzio, non credo che si aspetti una mia risposta; lo sfido a guardarmi negli occhi, ma é una sfida che lui non accetta mai. 
- Purtroppo, esaminate le professionalità presenti a Norimberga, e le attività che verranno trasferite, UC&IC ha valutato di non avere bisogno della tua figura, e per questa ragione sono costretto a comunicarti il licenziamento. Ciò non significa ovviamente che il lavoro che hai svolto fino ad ora per quest'azienda non sia stato apprezzato: semplicemente le logiche di riorganizzazione della struttura ci hanno obbligati a scegliere, a prescindere dal valore di va e di chi resta.

La sua voce comincia a sfumare lentamente e da lì in poi non sento altro che un ronzio sempre più lieve fino al silenzio totale.
Ho pensato spesso a come avrei reagito in una situazione del genere. A volte temevo che sarei scoppiato in lacrime e avrei implorato per un ripensamento; altre volte sentivo che mi sarei alzato in piedi, avrei rovesciato la scrivania di mogano addosso al mio capo, e lo avrei martellato di cazzotti fino a ridurre in poltiglia quella stupida faccia da secchione.
Invece vengo colto da una stranissima sensazione di pace. Il cuore, che fino a quel momento aveva picchiato come il pistone di un motore grippato, adesso si é stabilizzato su un battito regolare. Le mani hanno riacquistato una temperatura accettabile e si sono improvvisamente asciugate. Mi chiedo solo quando potrò alzarmi e uscire, per vedere il mondo con gli occhi di un disoccupato senza speranze.

Improvvisamente intercetto lo sguardo di Flanaghan: é ghiaccio allo stato puro. Per lui, la vita di questo insignificante puntino di nome Sigma non rappresenta nulla, é evidente. Lui ha davanti un'equazione: x é il numero dei dipendenti attualmente a libro paga; y é il numero di quelli che dovranno rimanere entro due mesi; la soluzione di quest'equazione ha una formula semplice: riduzione del personale. E così é: il mio problema é che io sono la soluzione al suo.

Non sono sicuro che il Gran Capo abbia finito di parlare. Ciononostante, mi alzo in piedi e tendo la mano a Flanaghan.

- Ben fatto, Marcus - gli sussurro, facendogli l'occhiolino. Poi mi giro ed esco.

Comincio a camminare, lentamente, sfiorando gli altri colleghi che mi sbattono contro, e si girano esterrefatti. Cammino giù per le scale, attraverso il piazzale pieno di Audi e Bmw, oltrepasso il cancello. Non ho spento il mio computer, ho abbandonato la valigetta, l'agenda, il cellulare, non ho fatto telefonate di commiato. Non ho raccolto le mie cose nella canonica scatola di cartone che accompagna usualmente all'uscita i licenziati. Ho lasciato le due foto sulla scrivania, il portamatite in legno decorato, il portaoggetti in pelle rossa che avevo comprato in quel negozio del centro dove vendono oggetti per ufficio, la Mont Blanc che mi avevano regalato il giorno della mia laurea. Non ho salutato i miei compagni di viaggio, né il custode.

Cammino, con lo sguardo perso nel vuoto, e un ronzio fastidioso nelle orecchie. Sento un cerchio alla testa e le ginocchia che cedono. Mi siedo su un muretto, un centinaio di metri oltre al cancello della mia azienda. Mi giro a guardare l'elegante palazzo in acciaio e cristallo. Che sbadato che sono: non é più la mia azienda.

Forse non lo é mai stata. Mi chiedo cosa resterà di me, da questo momento in poi: probabilmente non ho lasciato nessuna traccia; centinaia di bilanci, rapporti, prospetti, schemi, relazioni, numeri, numeri, numeri che si sono mescolati a quelli prodotti da qualcun altro e ad altri ancora, in un fiume di informazioni tritate, masticate e digerite.
Probabilmente non ci sono mai stato. Nemmeno nelle vite dei miei colleghi: chiacchiere al caffé, riunioni, il pranzo alla mensa aziendale, le telefonate, le trasferte. Tutto cancellato. Qualcuno di loro troverà una scrivania nell'hq di Norimberga, qualcun altro si siederà su un muretto come il mio, qualche fortunato si ricollocherà nel mercato del lavoro devastato dalla crisi.

Tutte ombre, che svaniranno presto. Mi sento solo, solo come non mi sono mai sentito: non ho nessuno con cui parlare di quello che (non) sento, nessuno con cui piangere, nessuno con cui ridere nervosamente, di quel riso rabbioso che tanto assomiglia al pianto. Eppure questa solitudine mi é indifferente.

La disfatta ha un sapore incredibilmente dolce, che permane a lungo, appiccicoso e denso, sul fondo del palato. Resto lì, sul muretto, mentre i pedoni indaffarati - con ancora delle prospettive e delle aspettative - sfilano davanti a me, senza nemmeno notarmi: mi sento leggero, completamente privo di peso. Sulla casa di fronte qualcuno ha scritto una frase con una bomboletta di vernice nera:

the slave has nothing to lose but his chains.

Lo schiavo non ha altro da perdere, tranne le sue catene. Le mie catene erano la speranza e le aspettative. Ora che ho perso anche quelle posso restare seduto su questo muretto a contemplare la fine.

4 commenti:

  1. Prima di definire questo post, un capolavoro letterario, l'ho letto e riletto. Ne ho consigliato la lettura qui http://www.inesplorazione.it/2012/08/razionalizzazione-il-passe-par-tout-di.html Capita raramente di incrociare uno scrittore con talento che riesce a sviscerare così bene dinamiche complesse come quelle che hai descritto. Veramente, complimenti.

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    1. Grazie per questo bellissimo commento che, a distanza di anni, ancora mi lusinga.

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  2. Sono d'accordo con Alberto. Vorrei solo aggiungere che la famosa frase "lo schiavo non ha niente da perdere, tranne le sue catene" è stata nei tempi della prima rivoluzione russa (1917) un fortissimo movente nella lotta per la liberazione e l'uguaglianza(anche se fantomatica) dei diritti umani. Oggigiorno ha acquisito tutt'un altro senso. Mi sono resa conto solo adesso, grazie a questo post, del "rovescio della medaglia", di quanto si sbagliavano "i schiavi di allora" sul senso ed il vero scopo di questo mòtto - lasciare "leggeri e calmi" tutti quanti: potete perdere pure le catene, tanto non avete avuto e non avrete mai niente! Caro Sigma, se ti aiuta, anch'io sono una dei tanti ... Cordiali saluti.

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  3. L’amore è per la gente vera
    Ecco di che cosa aveva bisogno un uomo: di amore e speranza.
    Era l’assenza di speranza a scoraggiare un uomo

    Bukowski da: Factotum

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