giovedì 4 ottobre 2012

ALLE DIPENDENZE DI UNO STRAGISTA



Quando, per la terza mattina consecutiva, mi ritrovai in ginocchio, a vomitare sangue nella tazza del cesso, mi resi conto che non potevo reggere a lungo la finzione che fosse tutto normale. Mi alzai in piedi e raggiunsi a fatica lo specchio, bestemmiando fra i denti: ero magro, pallido, avevo perso otto chili in sei mesi. La mia pelle trasparente era cerchiata sotto le palpebre da pesanti segni violacei. L'azzurro dei miei occhi era quasi completamente iniettato di sangue. Quello non ero io.

Dormivo poco, mangiavo meno. In compenso fumavo un pacchetto di sigarette al giorno e non passavo sera senza ubriacarmi al bar di piazzale Lodi. Era un piccolo bar, poco frequentato e male illuminato, con tanti specchi alle pareti e un arredamento anni ottanta eccessivamente vissuto e polveroso. Non aveva particolari attrattive tranne quella di essere a poche centinaia di metri dal mio ufficio.

In ogni caso, ecco un primo Negroni giusto per sentire l'alcool correre e bruciare come un brivido lungo l'esofago. Giù un secondo come una carezza per alleviare lo stress accumulato. Giù un terzo per raggiungere quell'irresistibile stato di ebbrezza che mi rendeva piacevolmente insensibile e mi spediva a letto con il cervello vagamente ottuso e sgombro di pensieri. E così via finché non mi sentivo sufficientemente intontito e malconcio da dimenticarmi chi fossi, cosa facessi, dove vivessi. Infine una corsa spericolata sulla moto, in mezzo al traffico svogliato della città di sera, nell'inconscia ricerca di uno schianto liberatorio.

La mattina seguente - poi - mi travestivo da manager. Giacca, camicia, cravatta, eccetera.
La nausea, il pesante cerchio alla testa e l'ansia insopportabile che mi stritolava i polmoni, mi ricordavano tuttavia le modalità della finzione.

Eppure era cominciato nel modo giusto: era il marzo del 2001, ed avevo ottenuto un colloquio di lavoro.

Lo scenario: un bellissimo studio in un elegante palazzo d'epoca nei dintorni del Castello Sforzesco, con poltrone in pelle e una scrivania di legno scuro, coperta di curriculum e mensili di alta finanza.
Da una parte l'headhunter, il suo sorriso accattivante e gli occhiali griffati. Di fronte stavo io, emozionato nel mio abito grigio acquistato il giorno prima all'Upim e la cravatta stile regimental che mi era stata regalata il Natale precedente.

Osservavo gli attestati alle pareti, la kenzia frondosa all'angolo della stanza principale, i saggi ordinatamente disposti sulla costosa libreria,  chiedendomi come il mio scarno curriculum  avesse potuto attirare l'attenzione di un cacciatore di teste tanto qualificato; avevo un pessimo percorso universitario, non avevo master, nè esperienze pregresse che puntellassero la mia credibilità e in più parlavo le lingue in modo sanguinoso.

In quel momento però la necessità di un lavoro a tempo indeterminato e di uno stipendio che mi permettesse almeno di mantenermi, guadagnava priorità rispetto ai pensieri razionali.

I colloqui di lavoro si somigliano tutti: prima l'headhunter si presenta, mistificando la qualità della propria attività, focalizzando l'attenzione del candidato sulla accuratezza e sulla serietà del processo di selezione; prosegue magnificando l'azienda cliente e la personalità del datore di lavoro; infine tocca al candidato concludere la recita, iperbolizzando la validità delle proprie esperienze passate, infiocchettando il proprio cv e dichiarando il proprio amore ed il proprio entusiasmo nei confronti dell'azienda presentata.

Sipario, applausi.

Io parlai per circa sette minuti, mentre l'headhunter calcò il palcoscenico per un'ora, da navigato mestierante: la figura della titolare, ne uscì sproporzionatamente ingigantita, come quella di una donna energica, dinamica, geniale, brillante. In ogni caso l'opportunità mi sembrava davvero interessante e quando sparai la cifra che chiedevo per andare a ricoprire la posizione di capo della contabilità, la voce mi uscì frammentata dalla timidezza e dal pudore: chiedevo tre milioni netti al mese.

Avrei dovuto cogliere nel risolino del selezionatore un segnale d'allarme. Non lo colsi. Tre milioni mi sembravano un'enormità: fino a quel momento le condizioni retributive migliori erano state un contratto di collaboratore a settecentomila lire nette al mese, una miseria senza discussioni. Eppure l'headhunter non batté ciglio, si alzò, mi diede una vigorosa stretta di mano invitandomi ad aspettare una sua telefonata.

Che arrivò meno di due ore dopo.

Fu maledettamente facile avere quel lavoro, troppo facile. Ma a quel punto io avevo raggiunto il mio obiettivo, e stavo per diventare ricco, molto ricco. Almeno, ai miei modesti occhi di precario. E quindi non avevo voglia di farmi domande.

Due mesi dopo era già calato nel mio inferno privato, fatto di dodici ore passate a lottare con una contabilità mal tenuta, un magazzino sproporzionato rispetto alle richieste del mercato, flussi di denaro provenienti da paradisi fiscali ai quali dovevo trovare plausibili giustificazioni contabili, coordinando un gruppo di otto ragazze più esperte di me, animate da un buona volontà e con gli occhi colmi di spavento.

La titolare non era esattamente quel personaggio affabile, dinamico e vulcanico che mi era stato descritto in sede di colloquio. Era una balena dalla pelle bianchissima, dagli occhi smeraldo e dai capelli color rame, vestita con degli enormi camicioni arancio, viola e fucsia: un vero pugno negli occhi.

Le mani - dalle lunghe unghie laccate di porpora - sembravano gli artigli di un'aquila; dell'aquila aveva anche il naso adunco e la voce strepitante con cui ingiuriava i dipendenti ad ogni loro mancanza o ritardo. Le labbra, carnose e prominenti come una breve proboscide, erano coperte di un lucido rossetto color fuoco, mantenevano perennemente una piega beffarda, un ghigno inquietante.


Mi imprigionava nel suo ufficio di cristallo per interminabili monologhi sulla fatica di essere imprenditrice in un mondo di uomini. Si commuoveva per sè stessa, diventava elegiaca e plateale. Era evidente che mi avesse preso in simpatia e che volesse educarmi a modo suo, con lo scopo di farmi diventare un buon manager. Ma ogni volta che volgeva lo sguardo verso di me, mi sentivo affettare l'anima. Ed era una sensazione che detestavo.

In quel posto tutti erano schiavi a tempo indeterminato, sottomessi al volubile umore della balena variopinta e alle sue necessità: il direttore tecnico o quello commerciale potevano diventare - secondo il bisogno - autisti, confidenti, lacché, camerieri e chissà cos'altro.


Non trovavo senso al mio lavoro. Per quanto mi prodigassi, mi accorgevo che non avrebbe fatto la minima differenza anche se lo avessi fatto male. Quel luogo, quell'azienda, puzzavano di posticcio.

Poi cominciarono i fatti strani.

Una mattina, trovai sulla scrivania di una delle impiegate della contabilità - una copia del Corriere della Sera. Impulsivamente la presi fra le mani e mi misi a sfogliarla. Prima che arrivassi a pagina quattro, la stessa impiegata mi sottrasse il quotidiano, lo ripiegò con cura e lo riappoggiò sulla scrivania, sopra una busta gialla.
Con un secco cenno del capo mi fece capire di seguirla sulla terrazza, con la scusa di fumare una sigaretta. Uscimmo nel tepore della primavera che incalzava, seguiti dallo sguardo delle altre impiegate. Mentre aspirava boccate da una Philip Morris, mi spiegò, guardando nel vuoto, che ogni giorno doveva spedire una copia intonsa del Corriere della Sera al GM, che viveva a Tokyo. Sorrideva, divertita dall'assurdità di quella spiegazione.

- Chi é, questo GM?
- Non le hanno detto niente, dottore? E' un amico di infanzia della titolare, sono stati anche amanti, forse lo sono tutt'ora. E' il socio di maggioranza di questo posto, anche se lei si comporta da padrona.
- Ma chi é? Come si chiama?
- Senta, non ho voglia di passare per pettegola, quindi non mi faccia altre domande.

Tornai alla mia scrivania: sulla mia Moleskine annotai Tokio e "Il Corriere della Sera non arriva in Giappone" e "Chi é GM?".

Due giorni dopo, incontrai - per via di alcuni conti correnti - un funzionario di una importante banca. Una volta esaminati i dati che gli sottoponevo, mi sorrise affabile e concluse l'incontro stringendomi la mano. La frase di commiato mi lasciò perplesso tutto il giorno: "Con la vostra azienda abbiamo sempre lavorato bene. Se solo sapessimo anche chi c'é dietro la fiduciaria che detiene le quote di maggioranza, sarebbe perfetto".

Rientrato in ufficio stampai una visura camerale e con mia sorpresa venni a sapere che il 95% delle quote di possesso erano detenute da una fiduciaria svizzera. Il fatto che il socio di maggioranza si celi dietro ad una fiduciaria può voler dire tutto o niente; di sicuro, però, sta a significare che intende dissmulare la propria identità.

E poi, ancora. Un giorno la balena mi convocò nel suo ufficio. Era in compagnia di un ragazzo invecchiato con gli occhiali da secchione il viso ben paffuto. Sorrideva, come si sorride al fratellino discolo, mentre mi guardava dall'alto in basso.
La balena mi fece cenno di accomodarmi e mi spiegò che mi trovavo di fronte al mio predecessore che era venuto a mostrarmi la struttura societaria nella sua interezza.
Troncando i convenevoli, il ragazzone rappresentò su un foglio A4 una galassia di società; quella per cui lavoravo era nel quadrante sud est. Guardavo i nomi e la nazionalità di quelle società. Hong Kong, Lussemburgo, Antigua, Bogotà, Marsiglia, Tokio. Che coincidenza: erano tutti paradisi fiscali a gogò e capitali strategiche di traffici poco edificanti.
Il sole di quella galassia era la medesima società fiduciaria con sede legale a Lugano. Ogni società era collegata a numerose altre della da una serie di frecce che rendevano il foglio A4 una mappa poco lineare che prevedeva triangolazioni commerciali e flussi finanziari complessi. Mi sembrava di essere un piccolo ingranaggio in qualcosa che non riuscivo ad interpretare.

Invitai il ragazzone a prendere un caffé al bar sull'altro lato della strada. Faceva caldo, la luce entrava abbagliante dalle due porte spalancate una sulla via e l'altra sul campo di bocce del retro, ombreggiato da un glicine. Sorseggiamo il caffè in silenzio, evitando di guardarci. Poi decisi di rompere il ghiaccio.
- Ho riscontrato, in queste settimane, delle irregolarità nella tenuta dei libri iva. Niente di grave, sia chiaro, più che altro trascuratezza.
- Hai perfettamente ragione. Era così anche quando me ne occupavo io.
- Ma non hai fatto niente per risolverle.
- No.
- Perché?
Diede una scrollata di spalle e posò la tazzina.
- Stai tranquillo, non riceverai mai una visita dagli uomini in grigio - mi strizzò l'occhio e sorrise compiaciuto - sei in una botte di ferro.
Non capii. Decisi di proseguire.
- Inoltre non é mai stata fatta una vera pianificazione sui flussi di cassa.
- Non ti preoccupare, ti ho detto. Quando c'é bisogno di liquidità, la liquidità arriva. Vai tranquillo.
- Ma allora cosa ci sto a fare qui?
- Tu preoccupati di fornire i dati delle vendite, il conto economico. E di svolgere gli adempimenti verso le società che ti ho mostrato sul diagramma. E' già tanto.
- Mi occupo io della contabilità di quelle società?
- Non ci pensare nemmeno. Tu limitati a seguire queste di Milano, al resto ci penso io.

Condensai la mia frustrazione sulla moleskine, cerchiando la parola Bogotà in rosso.

Ma non era finito. Mi sembrava di essere su un fiume in piena, destinato alle rapide, senza possibilità di raggiungere la riva per salvarmi. Sapevo che a breve sarei incappato nella risposta a tutte le mie domande. Avevo paura di scoprire la verità, e allo stesso tempo lo desideravo.

Era solo una questione di tempo.

Venni nominato rappresentante legale per intervenire in una causa di poco conto. Mi recai dal legale per preparare le mie risposte: non avevo mai partecipato ad un'udienza e dovevo essere istruito per il colloquio con il giudice.

L'avvocato era un napoletano dall'aspetto bonario, che aveva un ampio studio in via Manzoni. La sua scrivania era un campo di battaglia, pieno di confusione: pratiche ammassate, appunti, codici, riviste specialistiche, ritagli di giornale, quotidiani impilati. Proprio il primo del mucchio, attirò la mia attenzione. Era aperto e ripiegato su una pagina interna. C'era un trafiletto, in alto a destra, di due colonne; il titolo recitava "Fra tre giorni la sentenza della Cassazione sulla Strage di Piazza Fontana".


Fu come ricevere uno schiaffone in pieno viso. I pochi pezzi del puzzle si composero in modo inequivocabile. Delfo Zorzi, uno dei principali imputati per la strage di Piazza Fontana, già condannato nei precedenti due gradi di giudizio, era il mio datore di lavoro. Viveva a Tokio, operava clandestinamente in Europa tramite una fiduciaria e utilizzava aziende semifantasma per riciclare denaro proveniente da traffici illeciti. Mi accomiatai il più rapidamente possibile dall'avvocato e scesi per strada. Il rumore di via Manzoni mi sembrava dilatato all'inverosimile. Le macchine sembravano sfecciarmi ad un millimetro, L'aria calda di giugno mi soffocava, eppure sudavo freddo. Svoltai in una via laterale, più silenziosa e tranquilla e composi il numero dell'Headhunter.
Rispose con voce allegra.
- Mi hai mandato a lavorare per uno stragista!
- Cosa dici?
- Quando mi hai fatto l'overview dell'azienda a cui mi proponevi, ti sei dimenticato di dirmi per chi avrei lavorato.
- Sigma, ti senti bene?
- Rispondi-alla-mia-domanda, bastardo: tu lo sapevi?
- Sì, Sigma, lo sapevo, e allora? Cosa ti cambia, me lo dici? Fra tre mesi, diventerai direttore finanziario, guadagnerai più di quanto tu riesca a pensare. Non vorrai mica rinunciare a tutto ciò?
- Come no! Io mi dimetto.
- Sigma, per favore: se ti dimetti, mi tocca cercarne un altro. La signora é contenta di te, dice che sei scrupoloso e bravo. Non rovinare tutto!

Riattaccai. Il mio cellulare squillò ripetutamente, ma non gli risposi. Passeggiai a vuoto per le vie del centro, cercando di dominarmi. Sapevo cosa dovevo fare. Dimettermi e restare senza lavoro: ricominciare da zero. Facile a dirsi, meno a farsi.

Rientrai camminando come uno zombie. Vedevo gli occhi di tutti che mi fissavano, severi, stupiti, vuoti. Vidi quelli della balena, da dietro i vetri della sua gabbia-ufficio, seguirmi per tutto il corridoio. Sul volto aveva un sorriso beffardo, lo sguardo aveva una luce folle e allo stesso tempo materna. Sapeva già tutto, ne ero certo. L'headhunter l'aveva sicuramente avvertita. Mi fece un cenno del capo, e con il movimento di due dita mi convinse ad entrare.
Restai in piedi, dondolando avanti e indietro. Non raccolsi il suo invito a sedermi su una delle sue maledette poltrone dal design elegante.

- Sigma, lei é giovane: deve imparare a lottare contro i propri demoni. Fintanto che uscirà sconfitto da questa battaglia, resterà un ragazzino.

Mi infilai le mani in tasca, le voltai le spalle e tornai alla mia scrivania. Il fattorino, un vecchio milanese vicino alla pensione, entrò in silenzio, con uno sguardo strafottente dipinto sul volto. Si sedette, scartò una cicca americana, e mi guardò negli occhi:

- E allora? Noi lo sappiamo da sempre. E allora? Cosa dovremmo fare, secondo te, lasciare tutto? Andare a fare i mendicanti? Senti un po': io lo vado a prendere ogni tre mesi a Mendrisio. Lo faccio salire sul sedile posteriore della Mercedes e lo porto in Italia da un valico tranquillo. Nel tragitto chiacchieriamo. Lui é gentile con me. Mi chiede di portarlo in centro; va a fare quattro passi in Galleria, va a cena al suo ristorante preferito. Viene qui in fabbrica, guarda i conti e poi se ne torna in Giappone. Ci mantiene tutti, lui. Vuoi che restiamo a casa solo per accontentare la coscienza? La coscienza non ci dà da mangiare. Hai capito?

Passai tre mesi interi a fissare il vuoto, giorno dopo giorno, senza che nessuno - tantomeno la balena - mi rimproverasse alcunché. L'attività dell'ufficio proseguiva per il senso di responsabilità delle ragazze. Ero svuotato, confuso.

Poi iniziai a stare male, sempre peggio. Lo stato di prostrazione dei primi mesi, quando a distruggermi erano solo la fatica e la tensione nervosa, erano insignificanti rispetto all'angoscia attuale.
Finché mi risvegliai abbracciato a quella tazza, dove stavo colando sangue dalla bocca.
Mi sciacquai il volto, feci una doccia, misi un paio di jeans e una camicia. Calzai delle scarpe da jogging. Mi recai in ufficio senza fretta. Era una mattina calda di fine estate, per la prima volta dopo mesi mi accorsi di quanto il cielo fosse luminoso.
Mi sedetti alla scrivania fra lo stupore di tutti: nessuno era più abituato a vedermi sorridente e rilassato. Accesi il pc e preparai la lettera di dimissioni. Stampai, rilessi e firmai senza esitazioni.

La balena non era in ufficio. Meglio così. Lasciai la busta in bella vista sulla sua scrivania e sgattaiolai rapido fuori dalla gabbia di cristallo, sentivo la smania soffocarmi rapidamente. Salutai le ragazze una ad una, abbracciandole. Un paio di loro si commossero perfino.
Poi imboccai la scala di servizio, scendendo a rotta di collo: la scelta delle scarpe da jogging si era rivelata decisamente opportuna.

Correvo, quasi rotolavo, pur di allontanarmi da quel posto. Sentivo in bocca un gusto amaro, quasi di sangue misto a ferro. Correvo, con il cuore impazzito, e un nodo alla gola, come se qualcuno mi stesse inseguendo per riportarmi dentro. Scesi in strada, urtai due passanti. Uno mi rivolse un'occhiataccia, un altro mi insultò. Non ci feci caso, allungai il passo e svoltai una volta, due, tre, non ricordo nemmeno più quante. Poi finalmente rallentai. Avevo perso tutto, ma ero libero: potevo ricominciare da zero.

Diedi uno sguardo alla città, era una bella giornata di settembre, il mondo sembrava migliore.

Avevo fame e non mi succedeva da tantissimo tempo, così entrai in un bar. C'era un televisore acceso, e un capannello di gente intenta ad ascoltare un'edizione straordinaria di un telegiornale.

Due aeroplani avevano colpito il world trade center di New York.

3 commenti:

  1. Se tutto quello che hai scritto ti e' successo veramente...bhe' complimenti per la scelta di mollare tutto.Davvero coraggioso.

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  2. Caspita...che colpo...!!!!!

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