giovedì 10 gennaio 2013

IL GRANDE GIOCO





[Ovvero: dell'opportunismo pernicioso delle Nazioni occidentali
nei luoghi dell'Asia Centrale e nel Medio Oriente]

Ho recentemente ultimato la lettura di un saggio di Peter Hopkirk, intitolato Il grande gioco.
Il grande gioco é la definizione che R. Kypling dà di tutta una serie di attività belliche, militari e diplomatiche in senso lato, svolte principalmente da Russia e Inghilterra nel corso dei secoli XVIII e XIX e tese ad ottenere l'egemonia in una vastissima area dell'Asia Centrale compresa fra il Caucaso, i confini meridionali della Russia, la Cina e l'India.
Terre dai nomi carichi di fascino - Buchara, Samarcanda, Chiva, - valichi oscuri come il passo Bolan o il Kiber, fiumi misteriosi e mitologici il cui corso é tuttora parzialmente inesplorato (l'Oxus), deserti difficili da attraversare (il Karakum) e celebri catene montuose come il Karakorum o l'Hymalaia, nonché regioni ancor oggi di attualità, la Persia e l'Afghanistan su tutti, divennero per due secoli abbondanti lo scenario di occupazioni, carneficine, rivolte e soprattutto missioni diplomatiche e commerciali.
La ragione dell'impegno di tante risorse, economiche e militari, e del sacrificio di innumerevoli vite, risiede nel fatto che questi territori erano strategici per la Russia zarista che intendeva allargare la propria area di influenza  verso il mar Mediterraneo e l'Oceano Pacifico. Inevitabile quindi che gli sbocchi fossero la Turchia e l'India.
Di contro, l'Inghilterra aveva interesse a bloccare l'avanzata russa per evitare che si avvicinasse troppo al proprio forziere asiatico: l'India.
Per far questo aveva bisogno di creare una serie di stati-cuscinetto che garantissero una certa resistenza contro eventuali manovre aggressive degli Zar, e assicurassero la tranquillità ai traffici del Regno Unito. Da notare che mai gli eserciti ufficiali di Russia e Inghilterra pervennero - in quegli anni - ad uno scontro diretto: era preferibile, allora come oggi, allearsi o imbonirsi i governanti di questi piccoli Stati, trasformandoli in veri e propri strumenti tattici, lasciare che fossero loro a combattere contro l'invasore, piuttosto che impegnarsi in scontri sanguinosi e costosi anche a livello di credibilità verso il mondo.

E allora ecco sovvenzioni, invii di esperti militari per addestrare i mal organizzati eserciti locali, agenti istigatori a fomentare rivolte contro la parte avversaria, forniture di armi; oltre ad una incessante attività di ambasciatori e consoli, abili a blandire, minacciare, corrompere; tutto era lecito, purché propedeutico al raggiungimento dell'obiettivo: la contrazione della presenza nemica e l'arretramento del suo confine.

Il libro di Hopkirk é un lungo resoconto di trionfi e sconfitte, di imprese fallite a causa di mezzi inadeguati, di sfide sovrumane contro le terribili intemperie, di massacri perpetrati dagli Europei ai danni delle popolazioni indigene, ma anche degli Afghani ai danni degli Inglesi o dei Chivani ai danni dei Russi.

Esploratori coraggiosi, predoni e sovrani sanguinari, generali ambiziosi e uomini intriganti si sono succeduti su questo palcoscenico conquistando fugacemente il ruolo di protagonisti per poi uscire di scena quasi sempre di morte violenta.
La parte che ho trovato più entusiasmante é quella che narra le vicende degli esploratori, geniali e spregiudicati pionieri di quelle zone tutt'ora ostili e impenetrabili, che avevano l'incarico di mappare i territori al fine di trovare vie percorribili da eventuali eserciti invasori, con lo scopo o di predisporrne l'attacco o organzzarne la difesa.
Durante la lettura consideravo quanto manchi nei libri di storia l'analisi delle ragioni di fondo che hanno mosso gli eserciti e scatenato le guerre. Spesso, sui banchi di scuola, mi sono reso conto di quanto la vanità di un potente - Re, Zar o Imperatore - fosse insufficiente a giustificare tutte le guerre che hanno insanguinato questo piccolo pianeta dall'inizio della sua storia. Non erano ideali filosofici, non era la necessità di imporre una religione sull'altra, non era l'ambizione di un regnante superbo, nè la follia di un dittatore che intendeva imporre una razza superiore sulle altre.
La vera ragione, spesso occulta, all'origine dei conflitti bellici, soprattutto in questa zona del mondo brulla, impervia, spesso coperta di neve e comunque ostile, é stato il commercio. Tutto ciò che la Storia ci ha raccontato a proposito dei grandi conflitti degli ultimi secoli é l'anticamera di quello che oggi chiamiamo con una certa indifferenza globalizzazione.
C'é sempre un interesse economico dietro ad ogni guerra. Prima della rivoluzione industriale le guerre rappresentavano il tentativo di annettere terre migliori, più fertili, con giacimenti maggiori o di maggior qualità. Dopo la Rivoluzione Industriale é venuto a crearsi un surplus di prodotto che non veniva smaltito sui mercati interni di ogni Nazione: si é reso quindi necessario per ogni Stato estendere il proprio mercato oltre i confini.

Come in un gioco, appunto, da giocare sul grande tabellone del Mondo. Risiko. O Monopoli, forse: occupare, significava - e significa tutt'ora - allargare la propria clientela, spesso sottraendola al nemico.  Invadere un altro Paese, poteva voler dire conquistare uno sbocco sul mare o su un corso d'acqua, che erano le vie più comode e veloci per esportare prodotti in nuove terre.

L'ultimo episodio del Grande Gioco in Asia centrale é rappresentato dall'invasione dell'Afghanistan ad opera dell'Unione Sovietica. Per l'URSS era indispensabile espandersi per poter instaurare il sistema economico fondato sul socialismo reale: diversamente - lo stesso Stalin ne aveva coscienza - il comunismo si sarebbe estinto; l'unica via era l'imperialismo.

A difesa dei mujaheddin si impegnò in forma semiclandestina il Congresso degli Stati Uniti, che stanziò somme inaudite per fornire armi ultramoderne ai ribelli. Un film di Mike Nichols, La guerra di Chalrie Wilson, descrive brillantemente il cinismo con cui gli americani affrontarono questa vicenda. Nessuno ebbe a cuore la libertà di quei popoli che subirono l'invasione dell'Armata Rossa. Fondamentale era mettere i bastoni fra le ruote al nemico di tanti anni di Guerra Fredda, impedirgli di crearsi nuovi sbocchi commerciali.

Tuttavia una volta ricacciati i sovietici oltre le sponde dell'Oxus, nessuno ebbe l'acume di portare avanti una politica di miglioramento delle vite di quelle tribù ingovernabili che ancora oggi popolano gli altipiani centroasiatici. Sebbene fu sufficientemente facile  portare armi evolute e tattici ispirati che istruirono i ribelli, fu ritenuto meno interessante costruire scuole ed ospedali.

Finché i giovani afghani si scoprirono nemici dell'Occidente, o vennero educati ad esserlo dalla classe politica che aveva interesse a renderli tali.

Sì, perché questo comportamento opportunista - ripetuto in Iraq, e più di recente nella Libia del dopo Gheddafi - se dal punto di vista dell'egemonia economica può portare a risultati di breve o medio periodo, da un punto di vista politico produce solo ostilità.

Il cinismo con cui gli Stati Uniti d'America - ma anche le Nazione aderenti all'Unione Europea - valutano se e come intervenire per portare la libertà in una Nazione scossa dalla guerra civile é palese e spesso disgustoso. L'interesse economico é la ratio che guida le scelte, la paura di restare invischiati in conflitti disastrosi o in incidenti diplomatici ad ampio raggio la regola per i comportamenti in materia di politica estera.

Da un punto di vista pratico, possiamo anche ritenerlo legittimo: ciò che trovo discutibile é l'aura altruista e libertaria con cui si vogliono ammantare queste azioni belliche.

Quando sento usare l'espressione esportare la democrazia, traduco automaticamente in implementare un'economia di mercato. Infatti quello che é importante é poter imporre le leggi liberiste, prima ancora che i principi liberali. In virtù delle prime si potrà trasformare i popoli in consumatori (o, nel caso del petrolio, in fornitori compiacenti), e invaderli non più con le armi, ma con i prodotti. Soffocando nella maggior parte dei casi le economie autoctone, con buona pace del libero mercato.

Finché non si renderà necessaria una nuova espansione, nuove guerre e nuovi interessi da nascondere dietro l'ipocrita maschera della democrazia imposta.

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