martedì 29 gennaio 2013

INTO THE WILD


«Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». 
Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?" E disse: "Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia". 
Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?" Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio»
[Lc 12, 13-21]

La storia dell'umanità é attraversata sporadicamente da figure che hanno saputo distaccarsi dalla ricchezza materiale per trovare il senso della propria esistenza in valori intangibili: San Francesco rinunciò alle fortune accumulate del padre per dedicarsi all'estasi meditativa di Dio; Madre Teresa spese la sua vita nell'inferno terreno delle baraccopoli indiane per portare soccorso a poveri e malati; Ernesto Guevara abbandonò la vita comoda dell'universitario ben pasciuto presso la sua ricca famiglia a Buenos Aires per combattere e morire in nome della libertà degli oppressi.

Ma anche senza riferirsi a santi ed eroi, ci sono altri esempi di persone che hanno saputo dare una rilevanza residuale al concetto di ricchezza. Penso a Fabrizio de André figlio di un importante industriale genovese che - ad una sicura carriera di manager - scelse la carriera del cantautore e una vita un po' più randagia.

E penso a Christopher McCandless: questo ragazzo della West Virginia, poco dopo la laurea, si separò dalla famiglia, e inseme ad essa si distaccò  da tutte le convenzioni legate allo stile di vita dell'americano ricco, per intraprendere un viaggio senza schemi nè programmi, alla scoperta dell'America più genuina. Il suo viaggio, avventuroso ed affascinante, terminò - insieme alla sua giovane vita - in Alaska, per un bizzarro scherzo della sorte. La sua storia é stata narrata da John Kraklauer in un libro intitolato Nelle terre estreme. Questo libro - basato sul diario che il ragazzo tenne per tutto il suo vagare nelle terre più selvagge degli Stati Uniti - ha ispirato Sean Penn, che da esso ha tratto un bellissimo film, intitolato Into the wild.

McCandless é una figura emblematica per questa nostra epoca. Una specie di anti-modello dei giorni nostri perché ha saputo rinunciare al mero benessere economico per rincorrere un concetto tanto vago quando fragoroso che é la libertà. Una scelta più intima e minimalista, forse anche egoista, mirata al soddisfacimento di urgenze meno convenzionali.


Non é casuale che la colonna sonora del film di Penn sia stata composta da Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam uno dei gruppi simbolo del movimento grunge. Nato a Seattle sul finire degli anni ottanta, da semplice stile musicale si trasformò in fenomeno culturale nei primi anni novanta: incarnava ideali minimalisti ed era contro il potere precostituito e le convenzioni dell'America di quegli anni.

E' ancora possibile provare ad imprimere una svolta alla propria vita e indirizzarla verso l'indipendenza dagli oggetti? L'attuale struttura della nostra società, quella dell'accumulo, del consumismo, del possesso di oggetti, é  davvero la migliore a cui possiamo aspirare, considerati tutti i fattori pro e contro di essa? E' ragionevole pensare di rinunciare a tutti i progressi materiali che hanno caratterizzato il mondo negli ultimi cento anni, senza creare danni peggiori di quelli che stiamo lamentando ultimamente?
La violenta aggressione di una parte della società - quella dei produttori di beni di consumo - e l'impostazione estrema che il capitalismo sta imprimento alle nostre vite, con la richiesta di una produttività sempre maggiore, e la conseguente necessità di dedicare sempre più tempo al lavoro, sottraendolo alla cura dei propri affetti e della riflessione sul senso della propria vita, ci pone al centro di una vera contrapposizione.
Da una parte c'é la civiltà del possesso, della schiavitù degli oggetti, la cultura dominante oggi, in una società estremamente comparativa, le cui misure di riferimento sono status symbol predefiniti: auto, telefonini ultratecnologici, vesititi di lusso, vacanze esclusive, gioielli.

Dall'altra c'é la scelta di vivere il tempo in modo diverso, libero dalle cose, consapevoli che il tempo é l'unico bene non replicabile, non rigenerabile. L'ossessione per il possesso ci sta trasformando in una generazione di schiavi, completamente ottenebrata dalla necessità dell'acquisto, totalmente manovrabili da chi ha bisogno della nostra schiavitù per dominare ed arricchirsi.

Le vite della maggior parte delle persone, specialmente nelle grandi città e nelle periferie, sono condizionate da questa schiavitù. Traffico, pendolarismi, orari a volte estremi, stress, frustrazioni varie, inaridimento culturale ed emotivo, solitudine.
Passo gran parte delle mie giornate chiuso in un ufficio, circondato da gente incazzata, seduto davanti ad un computer a fare un lavoro tutto sommato grigio e totalmente frustrante. In cambio di tutto ciò, ricevo uno stipendio più che invidiabile.

Ho una moleskine su cui annoto - ogni giorno - le cose delle quali potrei fare a meno senza che questa rinuncia pregiudichi un'esistenza più che soddisfacente. La lista si allunga quotidianamente. Presto potrei non avere più bisogno di fare questo lavoro (che una volta amavo nella sua essenza), potrò rinunciare alle responsabilità e agli oneri che mi avvelenano i giorni: rinunciando ad essi dovrò logicamente rinunciare allo stipendio cospicuo; a quel punto sarò libero.

Quando ne parlo con colleghi o amici, mi accorgo di essere considerato un matto o un visionario dal cervello un po' bacato: trascurare la carriera, disprezzare il posto fisso, proprio ora, poi! Una sconsideratezza. Ma non ci posso fare niente, questo pensiero mi accompagna quotidianamente, da qualche anno.

D'altronde sono un convertito, non sono sempre stato così, lo ammetto; una volta ero ambizioso, ma questa ambizione si é sciolta davanti all'improvvisa consapevolezza di essere un criceto che gira sempre sulla stessa ruota. Sono certo che se riuscissimo tutti a ridurre la dipendenza compulsiva dall'acquisto di beni superflui, vivremmo meglio. Tutto dipende da come si occupa il tempo.

Ho ancora nelle orecchie la lezione che un sorprendente ragazzino di quattordici anni - mio fratello - fece ai nostri genitori che un giorno criticarono due amici di famiglia per aver rinunciato ad una carriera importante scegliendo invece l'insegnamento presso una scuola statale.
"Non capite che così - disse mio fratello - avranno più tempo per stare con i loro figli piccolini? E' più importante questo che non diventare direttore di una fabbrica".

Ora quel ragazzino é cresciuto, é diventato top manager di una delle più importanti istituzioni finanziarie del mondo, e dedica alle figlie poche ore alla settimana.

Ma la sua lezione di tanti anni fa non ha perso il proprio valore.

3 commenti:

  1. Condivido.Basterebbe occupare il tempo facendo cio' che ci fa stare bene ed eliminando cio' che ci confonde e ci destabilizza.Banalmente...vivere!

    RispondiElimina
  2. Si ricorda quello che aveva detto ai tuoi genitori? O non gli fa più comodo ricordarselo...
    Quando ricopriva il ruolo di figlio, sentiva l'importanza della vicinanza emotiva e psicologica dei genitori, ma crescendo e diventando genitore, ha dovuto rivestire più ruoli contemporaneamente e si vede che ha scelto quello che per lui era prioritario.... Ma tu che ricordi ancora quella frase, potresti fare in modo di ricordarla anche a lui.
    Non c'è bisogno di fare come S. Francesco la rinuncia dei beni e spogliarsi di quello che si ha. Si possono trovare altre cose che compensano, così come stai facendo tu, tenendo un blog. E quando te la sentirai, scrivendo e pubblicando libri. B.

    RispondiElimina