mercoledì 16 gennaio 2013

NON ANCORA



[breve racconto sconclusionato e datato]


Ero arrivato decisamente in anticipo. Da mezz'ora aspettavo, sprofondato in un divanetto di pelle antica, con in mano un giornale di arredamento per abitazioni prestigiose. Il ticchettio costante di una grossa pendola mi cullava, calandomi in un dondolio ipnotico favorito dalla penombra di quell'elegante sala d'aspetto e dall'aria condizionata che mi dava finalmente tregua dal caldo che da settimane infiammava la città.


La segretaria si alzava frequentemente dalla sua scrivania passando davanti a me e offrendomi così il notevole spettacolo delle sue gambe tornite. Sentivo il frusciare dei collant ad ogni suo passo, e mi chiedevo come quella ragazza riuscisse a portare i collant con quel caldo africano. Mi chiedevo anche come sarebbe stato passare il palmo della mano fra quelle cosce. Antonella, si chiamava: in quella mezz'ora, dal suo ufficio, il notaio Masone l'aveva chiamata per nome almeno quattro volte, con una voce roca e strascicata. E lei ogni volta si era alzata e - ancheggiando lentamente - era entrata nel suo ufficio e ogni volta ne era uscita con delle carte, sempre con lo stesso passo da pianura, sempre con lo stesso sorriso enigmatico e distante a curvare le labbra rosa e carnose.


Lo stesso sorriso impersonale con cui, mezz'ora prima, mi aveva - con fredda gentilezza - fatto notare di essere arrivato in anticipo di tre quarti d'ora. Ma non mi importava di dover star lì ad aspettare tre quarti d'ora. Avrei aspettato anche due ore, quel giorno. Mi accomodai meglio sul divanetto e cominciai a pensare a come sarebbe cambiata la mia vita da lì in poi. A come si sarebbe dilatata la mia libertà una volta uscito da quell'ufficio. Basta giacca, basta cravatta. Questa era una certezza. E sicuramente niente levatacce al mattino per tuffarmi nel traffico fino all'ufficio. Nè orari da rispettare. Nè ordini da prendere. No, niente di tutto ciò.

La voce gentile di Antonella mi strappò delicatamente a quelle fantasie.
- Signor Ripamonti, il notaio Masone adesso la può ricevere. Mi segua, prego.
La ragazza lasciava dietro di sè una scia di profumo secco come un bicchiere di Martini Cocktail. Seguii volentieri quel fluido ondeggiare di fianchi fino all'ufficio del notaio: un camerone quadrato, dal soffitto altissimo, le cui pareti erano completamente rivestite da una libreria antica, colma di libri di ogni genere, quasi tutti tomi giuridici e codici, ma anche edizioni eleganti di classici della letteratura. E giornali sparsi ovunque, ingialliti e pieni di polvere.
Al centro, un'imponente scrivania di mogano, pesante e scura, e delle poltroncine in pelle nera. Numerose piante d'appartamento facevano sembrare l'ufficio una via di mezzo fra una giungla e una serra. Una grossa finestra si apriva sull'antico quartiere e la luce del mattino entrava abbagliante, odore di tabacco da pipa e di carta antica tutt'intorno.
Il notaio Masone mi venne incontro, sorridendo bonario e tendendomi una mano, mentre con l'altra sembrava quasi volermi abbracciare. Mi fece accomodare su una delle due poltrone davanti alla scrivania. Ero completamente a mio agio, per quanto una certa smania mi stesse montando dentro lentamente, come chi ha atteso una vita ed ora non riesce a reggere i pochi istanti che lo separano dall'obiettivo.
- Signor Ripamonti, stia tranquillo è tutto a posto - Masone mi parlava, seduto dall'altro lato della scrivania, con il busto leggermente inclinato in avanti, accompagnando le parole con lenti tentennamenti del capo, che volevano essere rassicuranti - Mi scusi se l'ho fatta aspettare qualche giorno in più, ma ho voluto fare le cose con calma. Proprio per assicurare il massimo della discrezione.

Mentre mi elencava le accortezze e le premure prese per garantirmi la massima discrezione, frugava maldestramente con la mano sinistra in un cassetto nel quale dava l'idea di volersi tuffare per intero alla ricerca di qualcosa, che poi capii essere una chiave. Me la mostrò sorridendo e si alzò andando ad aprire la grossa cassaforte accanto alla finestra.
Ne tolse una comune valigetta da rappresentante, che appoggiò sotto i miei occhi, prima di aprirla. Dentro vi erano tanti rettangoli di carta bianca, con impresso il marchio della banca che li aveva emessi e dei numeri stampigliati sopra. Restò in silenzio a gustarsi la mia vertigine, poi proseguì.
- Sono quattromilacinquecento assegni circolari del valore di diecimila euro l'uno.
- Quindi quarantacinque milioni di euro.
- Esatto. Ho incassato io personalmente la somma e poi ho provveduto a fare emettere gli assegni a suo nome. E' più sicuro - poi guardò verso la porta e gridò roco - Antonella, venga un momento per favore!
Rimasi seduto, sforzandomi di restare impassibile davanti a quella fortuna. Ma il sangue mi affluiva alle gote, e il cuore pulsava imbizzarrito. Sentii alle mie spalle i passi della ragazza. Con la coda dell'occhio vidi le sue caviglie sottili, i polpacci affusolati.
Ma non riuscivo a staccare gli occhi da quella valigetta. Mi scappò detto:
- Raramente ho visto qualcosa di più eccitante.

Antonella si voltò quasi di scatto ad occhi spalancati, perdendo per un istante la flemma che fino a quel momento le avevo riconosciuto. Un lieve rossore le colorò le guance.
- Mi riferivo alla valigetta, mi scusi - sussurrai distrattamente.

Il notaio sorrise, scosse il capo e mi diede dei fogli da firmare. Li siglai senza quasi nemmeno guardare cosa ci fosse scritto. Masone rincontrollò tutto, congedò Antonella, infine si adagiò sullo schienale della poltrona a scrutarmi silenzioso.
- Adesso sono suoi. Dicono che quando si ottengono senza fatica abbiano un sapore migliore.
- Ne sono certo. Se si vincono, come li ho vinti io, non puzzano di sudore - sorrisi - Mi perdoni il cinismo, ma io non credo alla retorica della fatica. E nemmeno lei, credo.

Masone sorrise accondiscendente. Si accese la pipa e tirò un paio di boccate. Provai ad immaginare quel fumo caldo e amarognolo nella mia bocca e mi venne la nausea, pensando a quel caldo afoso che l'aria condizionata dell'ufficio appena mitigava.

- Mi permetta di pregarla di non perdere la testa, ora. Mi raccomando: è una somma enorme, c'è chi è impazzito per molto meno. Che farà ora, con quei soldi?
- Non ho ancora programmi, per la verità. Potrei andare a vedere il concerto di Paul McCartney al Circo Massimo.
- Beh, ma quello è gratis, può andarci chiunque!
- Lo so. Ma è l'unico programma che ho al momento. Mi manca ancora qualcosa per poter realizzare il mio progetto. E non so se l'avrò mai.
- Certo, capisco - sorrise - qualcosa di molto più importante, immagino. Le auguro buona fortuna.

Si alzò in piedi mi strinse la mano e mi accompagnò verso l'uscita. Antonella, seduta alla scrivania mi seguì con lo sguardo e il busto eretto, sorridendo gentile ed altera come sempre.

Mi ritrovai nella via affollata e inondata di luce e caldo umido. La camicia mi si appiccicò addosso subito, passeggiai per qualche minuto, strisciando contro i muri alla ricerca di minime zone d'ombra, stringendo il manico della valigetta fino ad imprimergli la forma della mia mano. Ridevo, ridevo sguaiatamente tutto solo. Ridevo senza trattenermi, indifferente agli sguardi sospettosi degli altri passanti accaldati che sbuffavano su e giù dai marciapiedi, con le camicie gorate di sudore. Mi sentivo leggero e pesante insieme. Tutto quello di cui avevo bisogno al momento era una banca. Una semplice, banalissima banca.


 *  *  *

La luce filtrava dalle fessure delle persiane e andava a disegnare strisce irregolari di chiaroscuro sulla schiena di Esther, sul suo sedere e sulle sue gambe. Nuda, riversa sul letto, respirava lentamente e in silenzio, sfinita dal caldo, e dall'amplesso clandestino che avevamo consumato in silenzio, muovendoci lentamente uno dentro l'altra, guardandoci negli occhi, scambiandoci baci profondi e parlando sottovoce senza smettere di muoverci.
Il sesso con Esther era un'oasi di calma nella frenesia quotidiana: ogni volta era come se improvvisamente tutto si fermasse, smettesse di fluire nell'inutile isteria, e ci attendesse. Come se tutto ci aspettasse per il tempo che ci serviva. E ogni volta mi sentivo svuotato da tutta quella fretta che mi aveva agitato e trascinato fino a lì, una fretta che aveva una sola giustificazione: Esther, appunto, solo lei. Rallentare insieme a lei era una sensazione bellissima, così come era bellissimo muoversi dentro il suo corpo, perdermi nei suoi occhi chiari, respirare il suo odore intenso. E ascoltarne la voce soffiata e gentile. Quella giovane donna era rannicchiata accanto a me, con la testa sul mio petto.

Pensavo.

Pensavo ad un sacco di cose, e la testa mi girava per il caldo, per una strana sensazione di deriva, per i mille pensieri di fuga che mi animavano da sempre e che ora, forse, potevo realizzare. Pensavo e guardavo ipnotizzato la grossa ventola in legno e ottone che girava appesa al soffitto e che muoveva appena l'aria collosa di quell'estate impazzita, proiettandovi ombre indefinite in continuo movimento.

E pensavo. 

Ai miei pensieri si sovrapponevano i rumori lievi della città che correva fuori, sotto, oltre le finestre e che filtravano attutiti dagli spessi vetri. Sentivo il respiro leggero di Esther, mentre la mia mano scendeva lungo la sua schiena fino ad indugiare sulla curva morbida del sedere.

Il mio pensare si stava trasformando ormai in un naufragio. Non riuscivo a dominarli, si susseguivano troppo rapidamente, e io cercavo di affrontarli senza riuscire a risolverli. Affondai il naso nei suoi capelli chiari, la strinsi a me e mi venne in mente la prima volta che ci eravamo baciati, il suo sguardo colmo di spavento e sorpresa, la smorfia stupita di una resa inevitabile davanti ad un'evidenza che io avevo percepito molto tempo prima di lei, forse troppo. Un bacio che era una svolta, e che pure non rappresentava la soluzione. Non eravamo mai stati solo amici, non avremmo potuto essere più intimi di quanto già lo fossimo. Esther lo aveva previsto, io lo avevo voluto: quel bacio avrebbe cambiato tutto. E in effetti tutto era cambiato, quantomeno nelle prospettive.

Esther si mosse, rialzandosi sui gomiti e mi fissò, mi fissò con due occhi furbi e chiari, dalle pupille dilatate come quelle di un felino notturno.

- A cosa pensi?

Allungai la mano sul tavolino, cercando a tentoni il pacchetto di sigarette. Ne accesi una, soffiai il fumo in alto, impegnandomi inutilmente a trovare una risposta adatta a dissimulare il caos che avevo in testa. La leggerezza della mattina sembrava essersi sciolta nel caldo del pomeriggio.

- A tuo marito - risposi ridacchiando e soffiando di nuovo in alto il fumo, per poi osservarlo disperdersi nella penombra della stanza, come se il dissolversi del fumo potesse rappresentare anche il dissolversi di suo marito. Mi venne in mente per un istante il volto di quell'uomo, il suo sorriso compiaciuto e saccente, la sensazione di antipatia provate nell'unica occasione in cui gli avevo parlato, senza che lui sapesse chi fossi davvero. Ricordavo perfino di aver pensato malignamente all'ironia della circostanza: mentre lui, sorseggiando un bicchiere di vino bianco ad un'elegante festa natalizia organizzata per beneficenza dalla società di cui era vicepresidente, mi raccontava - con pedanteria e fierezza - l'amore per il proprio lavoro, che lo costringeva a trascurare la moglie. Si illuminava di un sorriso da topo, mi aspettavo quasi di sentirlo squittire. "Non potrei rinunciarvi mai", mi disse sorridendo, strizzando i suoi occhietti in un'espressione ottusa e orgogliosa.
"Nemmeno io potrei rinunciarvi" gli risposi velenoso e condiscendente, guardando Esther da lontano, senza che lui riuscisse ad intuire - tutto preso dalla propria boria - che la mia non era invidia per il suo lavoro, ma sincero sollievo per il fatto che lui volesse starsene così spesso lontano da casa, trascurando così la sua giovane moglie, di cui ormai io non potevo più fare a meno. Più tardi, affacciato al balcone dell'elegante palazzo per sottrarmi al vociare festoso e molesto degli invitati, ai brindisi e ai finti sorrisi, e ai finti abbracci e ai finti auguri, mi ero trovato a considerare quante forme di tradimento potevano mutilare un matrimonio senza essere condannate dalla morale: la mancanza di rispetto, di entusiasmo, di affetto, di attenzione; l'appiattimento di prospettive su una quotidianità devastante, fatta di trascuratezze e di sottointesi; la non-condivisione di scelte e decisioni. Tutto era concesso. Tutto. Tranne naturalmente l'adulterio. I miei pensieri erano stati interrotti dall'arrivo di Esther, che guardando fissamente davanti a sè, la città illuminata, mi aveva stretto la mano, stupendomi di quel gesto affettuoso e non protetto, non calcolato, non nascosto agli occhi dei presenti, così spontaneo e manifesto da farmi colare la dolcezza in fondo al cuore. "Ultimamente - mi disse - è come se la mia vita fosse un fiume che mi scorre attraverso" e continuava a guardare lontano, ma sorrideva. Dentro al salone, suo marito intratteneva - con aneddoti di lavoro declamati a voce alta - due signore ridanciane, eccessivamente truccate, a loro agio nei loro vestiti costosi. Quando a notte inoltrata Esther se ne era andata insieme a lui, ero stato aggredito da un violento istinto di spaccare tutto, rovesciare tavoli, frantumare bicchieri, sentire rumori sgradevoli di oggetti che si rompono, e urla e tonfi. E di sentire il dolore di un pugno nello stomaco o magari di un manrovescio sulle guance, qualsiasi forma di dolore che potesse distrarmi da quello - reale ed improvviso - che mi soffocava salendo dalla bocca dello stomaco.

Quella sensazione di dolore inevitabile riaffiorava adesso, mentre mi specchiavo negli occhi blu di Esther. Il volto le si era illuminato di un buffo sorriso, e gli occhi le si erano assottigliati come lame affilatissime. Con un movimento rapido si era messa a cavalcioni su di me, e mi aveva accolto dentro. Muoveva lentamente il bacino, in modo estenuante e lento, e mi guardava con espressione assente, ma con gli occhi fissi su di me.

- Vediamo se riesco a non farti pensare a lui - la sua voce era sospesa, e sorrideva provocatoria e beffarda. Avrei voluto dirle quello che pensavo dalla mattina. Avrei voluto parlarle della fortuna che avevo versato su un conto corrente di una banca del centro, avrei voluto chiederle di partire con me, avrei voluto convincerla a buttarsi dietro tutto, a scegliermi in modo definitivo. Avrei anche potuto provare a rapirla, stringendola per un polso e trascinandola dietro di me. 

Ma sapevo che non era ancora il momento.

Conoscevo a memoria le sue ragioni, le sue risposte. Aveva bisogno di tempo, era una decisione coraggiosa che non era ancora pronta a prendere. E io cominciavo a pensare che non sarebbe mai stata pronta a determinare una frattura così profonda nella propria vita. Sapevo benissimo che non sarebbe nemmeno stata capace di separarsi da me, sapevo di essere entrato senza preavviso nel suo cuore, e che a quel punto anche il separarsi da me sarebbe stata una frattura dolorosa. Non potevo aspettarmi nessuna decisione da lei. Toccava a me prenderla per entrambi, per quanto mi risultasse difficile. Ma quello era il momento giusto. Era una questione di sopravvivenza. Io dovevo sopravvivere, e dovevo anche far sopravvivere quel che di buono si era creato fra noi, prima che una catena di rimorsi, di recriminazioni, di pretese e di incomprensioni venisse a logorarlo. Esther socchiudeva gli occhi, inconsapevole del fatto che - proprio mentre mi regalava ancora una volta il piacere - avevo deciso di separarmi da lei.

Scendemmo per strada, il calore montava dal porfido e ci abbracciava ad ondate frequenti. Attraversammo via del Corso, con gli occhi protetti da lenti scure. Il sole, ancora alto, rimbalzava sui vetri delle finestre, sbucava dai tetti delle case, nel cielo ritagliato dai palazzi antichi. Camminavamo l'uno accanto all'altra, in silenzio, confusi dal torrido che non accennava a diminuire, evitando i turisti che a gruppi sostavano agli angoli delle vie, camminando senza una direzione precisa, solo per mescolarci alla folla, e stare ancora un
po' vicini, in quell'affollato pomeriggio di luglio. Presi Esther per mano, e me la tirai appresso, sgusciando nella folla. Mi fermai a guardarla: era bellissima. I capelli chiari le scendevano sulle spalle, e il vestito di lino le si adagaiava mollemente alle forme, mentre il seno saliva e scendeva per la corsa a perdifiato nel pullulare disordinato del pomeriggio romano. La appoggiai rudemente contro il muro e la baciai, con foga, con disperazione anche. Cercavo di trovare la conferma alla mia decisione, speravo di restare indifferente a quel bacio. Ma era inutile. Più la baciavo più mi riusciva difficile separarmi da lei. Eppure dovevo.

La presi di nuovo per un braccio e la trascinai dentro un portone. In quell'angolo in penombra e fresco, con il vociare dello struscio domenicale, la appoggiai senza delicatezza contro il muro, le alzai la gonna, e - tenendole una coscia con la mano - mi infilai rudemente dentro di lei, senza lasciarle il tempo di parlare, senza smettere di baciarla, senza chiudere gli occhi; perché non volevo smettere di guardarla. Quegli occhi mi sarebbero mancati per sempre.

Mentre si ricomponeva, sorridendo confusa e stupita, le dissi a bruciapelo:
- Domani mattina parto.
- Come?
- Sì, Esther, ho deciso. Me ne vado.
- Perchè?
- Perchè non ce la faccio più. Vorrei averti ogni momento. Vorrei poter andare in giro con te senza dovermi guardare intorno, senza dover temere che qualcuno ti riconosca - sbuffai - no, cazzo! Non è per questo. Lo sai già. E' solo perchè voglio averti.
- Ma tu mi hai! E più di quanto io avrei mai immaginato possibile...Io non riesco a darti più di questo ...non sarà mai abbastanza per accontentarti?
- Non mi accontento, mi conosci. E' quest'ingordigia che mi mangia da dentro, non riesco ad accontentarmi. Voglio tutto. E' una questione di orizzonti.
- Non ce la faccio a gettar via tutto il resto, Niccolò ...nè a fare a meno di te! Non sono ancora pronta... - e nei suoi occhi c'era uno sguardo spaventato, quasi un'implorazione.
- Lo so, forse non lo sarai mai. Forse faccio del bene più a te che a me, ad andarmene adesso. Forse, così, almeno i tuoi rimorsi si calmeranno. Forse, almeno, smetterai di sentirti in colpa. Forse soffrirò tantissimo.
- Non andare via, Niccolò! Non ancora.

La guardai negli occhi, proprio mentre l'azzurro stava per affogare nelle lacrime. Alzai le spalle, e uscii dal portone, lasciandomela alle spalle.

Non so per quanto tempo passeggiai, cercando di scrollarmi di dosso la sgradevole sensazione di quel distacco ruvido da Esther, un distacco che era avvenuto come uno strappo. Cercavo di pensare al mio viaggio, mi sforzavo di immaginare posti esotici o città frenetiche e moderne e affascinanti, piene di gente interessante e nuova. Ma non riuscivo ad attutire l'eco della voce di Esther che mi diceva di non andarmene.

"Non ancora". 

Camminavo a testa bassa, quasi barcollando, risalendo controcorrente il fiume di giovani e turisti che si dirigevano verso il Circo Massimo, mentre il sole stava per scendere dietro ai monumenti e ai palazzi e le ombre si allungavano. Contemplavo la fermezza assurda della mia decisione che mi avrebbe portato lontano da ogni luogo, ma non dalla mia testa e dai miei pensieri intrisi di Esther. Una decisa brezza si stava levando, portando un inatteso refrigerio dal caldo che da giorni stava martellando senza tregua la città. Turbini di polvere e brandelli di carta si sollevavano in una danza improvvisa. Piegai in via Condotti ed arrivai in piazza di Spagna. Turisti con i piedi a mollo nella barcaccia, un calessino con un cavallo accaldato sotto la bardatura, tavolini fuori dai bar, una coppia di giapponesi sorridenti alla ricerca di qualcuno che scattasse loro una foto con lo sfondo della scalinata. 
Il marito mi venne incontro e dopo un inchino mi porse la digitale di ultima generazione. Svuotato com'ero non mi lasciai vincere dall'insofferenza, e aspettai che si mettessero in posa, che avessero il sorriso giusto, che nessuno si frapponesse fra loro e l'obiettivo: loro, almeno, erano insieme e felici. 
Inquadrai, e scattai.

Mentre restituivo la macchina fotografica vidi una scritta blu su un muro "Nesta traditore". sorrisi inebetito e ripresi a camminare. 
La sera stava arrivando e io ero ancora lì, ad interrogarmi su dove andare. 
Mi accorsi che c'erano troppi tradimenti in questa storia. Il marito di Esther tradiva la moglie con il proprio lavoro. Esther tradiva il marito con me. Nesta aveva tradito i tifosi della lazio per andare al Milan. 
E, soprattutto, io stavo tradendo me stesso, lasciando l'unica persona che avrei voluto avere sempre accanto.

Il cielo rimbombò di un tuono lontano e finalmente cominciò a scendere una pioggia fresca e allegra. L'acqua cadeva dritta e pesante, rimbalzava sui tetti delle macchine, sulle tende dei negozi, sui tavolini abbandonati velocemente. Un profumo di terra asciutta mi si impresse nelle narici e mi schiarì le idee. 
Mi tornarono alla mente le parole del notaio Masone "adesso non perda la testa". 
Inspirai ancora una volta l'aria fresca del temporale. La mia fortuna era ancora lì.
Il mio biglietto aereo - qualunque fosse la destinazione - poteva star chiuso ancora un po' nelle mie tasche. 
Sapevo che, forse, un giorno avrei dovuto abbandonare Esther, ma quello non era ancora il momento. Per il momento, sarei restato, almeno per vedere come sarebbe finita fra noi.


14 commenti:

  1. carina, epilogo un po' deludente.

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  2. Emozionante... l'ho letto d'un fiato... non mi aspettavo questo finale!

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  3. Facci sapere come va a finire tra Niccolò e Esther.
    E complimenti!

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  4. Mi è piaciuto tanto il racconto e sono molto curiosa di sapere come si è svolta la loro storia. Bella la descrizione della città in estate - mi sono proprio sentita li, nelle strade del centro con tutta la loro agitazione caotica e afa insopportabile... Centrato il concetto di "mutilamento del matrimonio" - nessuno ci pensa più di tanto. Ho anche postato l'articolo sul mio modesto blog http://shoppingconrodi.blogspot.it/ ed ho inserito il suo nel menu a destra in basso nei I miei preferiti. Avrei postato tutti i suoi articoli ma ho deciso di non toccare la politica. Grazie.

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  5. racconto stuzzicante ,ti lascio un caro saluto...poetanarratore

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  6. Anche io ho avuto la "mia" Esther. Ti ringrazio perchè mi hai fatto rivivere la follia più grande di tutta la mia vita.
    Un racconto bellissimo.

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  7. Niccolò, prendi il primo volo diponibile e scappa a gambe levate. Questa non si schioda!!!!!!

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  8. veramente splendido.

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  9. Qualche anno fa la "Esther" che frequentavo avrebbe lasciato tutto per me, e io sono scappato... ma non avevo 45 milioni di Euro in tasca.
    Complimenti per la storia

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  10. Un bel racconto, ben scritto, complimenti.
    anna

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  11. A chi non è mai capitato di avere tra le mani "Esther"....io sono stata capace di rovinare ogni cosa, non sono stata in grado di tenermi stretto un regalo che mi era piomobato dal cielo.
    Bravo Nicolò!
    e complimenti per il racconto
    S.

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  12. L’amore è un cane che viene dall’inferno. Diceva il vecchio Buk.

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  13. "e quegli occhi li conosco
    io li ho visti spesso nudi
    ma non si vedeva mai la fine
    il tuo cuore accelerato
    le pupille dilatate
    e non mi restituisci il cuore"



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