martedì 19 marzo 2013

LE ASPETTATIVE DELL'AMORE


La prima volta che Edoardo vide Rossella, i due erano le uniche figure statiche nel viavai frenetico e caotico della sala arrivi dell'aeroporto di Fiumicino: lui in cima alla scala mobile, con il colletto della giacca di pelle ben alzato e gli occhi gelidi e appuntiti: la cercava fra la folla; Rossella, calata in un tailleur rosso, in bilico su tacchi che la rendevano ancor più alta di quanto già fosse, gli faceva ampi cenni con un braccio alzato sopra le altre teste in transizione. 
I capelli corvini, corti e ribelli come fiamme nere, due occhi scuri e profondi e un sorriso radioso a illuminarle la bocca. 
Una bocca carnosa e lucida come un frutto maturo. 
Una bocca che lui aveva immaginata migliaia di volte mentre ne ascoltava la voce al telefono.
Quella stessa voce, roca e profonda, che lo agitava ogni volta che la sentiva: era squillante e provocante, dietro alla quale Edoardo aveva strutturato un'immagine di donna sicura di sé, bella e sfuggente, come si fa sempre in questi casi.
Adesso Edoardo poteva sovrapporre all'immagine virtuale di Rossella quella che, a ondate progressive, gli si stava definendo davanti agli occhi. 
La distanza fra loro si era assottigliata a scatti, come un vecchio film che salta i fotogrammi: e quando Edo le era finalmente giunto a un passo, tanto da poter fissarla negli occhi scuri e profondi, tanto da poter percepire il suo profumo dolciastro, Rossella gli aveva passato una mano dietro alla nuca, lo aveva attirato a sé e gli aveva dato un bacio sulla bocca, sorprendendolo; sì, sorprendendolo, per quanto quel bacio lui se lo fosse in qualche modo augurato.

--- messaggio originale ---
da:
***@mail.it

a: ***@mail.it
inviato: 12 febbraio 2001 08:14
oggetto: week end a roma

ciao rossella. ieri sera sono uscito presto dall'ufficio e sono passato davanti ad un'agenzia viaggi e mi sono detto "perchè no?" - così sono entrato e ho prenotato un volo per roma.
adesso non mi ricordo bene gli orari dei voli, ma la cosa rilevante è che fra tre giorni sarò a roma. credo che la cosa ti faccia piacere, visto che nelle ultime tre settimane mi hai chiesto di raggiungerti almeno duecento volte! non so bene cosa aspettarmi da questo week end.
anzi, per la verità cercherò di non aspettarmi niente: ogni volta che ho permesso che la mia immaginazione prefigurasse degli scenari, dopo mi è rimasta solo delusione.
cerchiamo di non caricare questo incontro di troppe pretese. inutile dire che, nel bene o nel male, non sarà più la stessa cosa. voglio dire: dopo settimane di mail, di telefonate, di chat, questa sarà in ogni caso una svolta!
spero solo che tutto non si disperda in inutili tentativi per rompere il ghiaccio e trasferire nella realtà il livello di confidenza e di intimità virtuale che abbiamo raggiunto.
paradossalmente, sarebbe meglio che ci baciassimo subito: sono sicuro che dopo saremmo più disinvolti! e come potrebbe essere diversamente?
a presto.
edoardo


--- messaggio originale ---
da:
***@mail.it

a: ***@mail.it
inviato: 12 febbraio 2001 08:57
oggetto: re: week end a roma

maddài! non ci posso credere, vieni a roma!
peccato, io in quei giorni sarò via, sarebbe stato bello vederti in faccia...
dai, scherzo!!!!!! non vedo l'ora!!!! sono d'accordo con te, viste le circostanze sarebbe stupido sprecare tempo in timide attività di avvicinamento, dopo tutto quello che ci siamo scritti e detti in queste settimane, no?
anzi, sai cosa faccio? io il bacio te lo dò davvero, e poi vediamo cosa succede. ok?
stasera ti chiamo, così ci mettiamo d'accordo, magari ti vengo a prendere con la macchina.
evviva,
ross
ps: prometto di non aspettarmi niente da questo week end.

Con gli occhi spalancati a guardarsi intorno un po' perplesso e la lingua salata di Rossella che gli guizzava in bocca, Edoardo cercava di razionalizzare il rapido succedersi degli avvenimenti.
Solo un mese prima era nel pieno di una conversazione definitiva con una piagnucolosa fidanzata che - fra soffiate di naso, abbracci pietosi e isterici scoppi di pianto ad arrossarle gli occhi e a rigarle le guance pallide - gli sciorinava a memoria il manuale del commiato compassionevole sotto un cielo grigio che schiacciava persino la Torre Velasca, un cielo grigio e opaco che rifletteva la piattezza del suo stato d'animo.
le macchine sfecciavano tutt'intorno, il buio incedeva freddo - strisciando insieme alla nebbia, i rumori della città stemperavano la voce stridula della donna che lo stava lasciando, e forse stemperavano anche l'effetto stesso di quell'abbandono. Un effetto per certi versi devastante, nella realtà, ma che in quel momento gli sembrava attutito dall'indifferenza della città che scorreva intorno a quella separazione.
Come al solito, dopo un breve periodo di rapimento totale, le reciproche pretese avevano trasformato il rapporto in un'insostenibile girandola di attese deluse, di parti da recitare, di ruoli cuciti addosso, che avevano generato solo frustrazione.
E dopo la frustrazione, l'inevitabile risentimento e il rancore. 

Finalmente, poi, come una ghigliottina: la separazione.
Ora, lì, con il profumo di Rossella a inondargli le narici, un profumo dolce e vellutato che gli scendeva in gola, cercava di ricostruire il percorso attraverso il quale - da quel buio freddo che gli si era infilato nelle ossa - fosse stato proiettato fino alle luci al neon di quell'aeroporto, a quel bacio improbabile e travolgente con una semisconosciuta.
In ogni caso, il bacio, da maldestro e irreale che era, aveva acquistato gradualmente disinvoltura: così i ragazzi avevano deciso di protrarlo molto più a lungo di quanto entrambi avessero previsto.
Edoardo, ad un certo punto le aveva cinto la vita con un braccio e l'aveva stretta a sé con una tale vitalità con un tale entusiasmo da far loro perdere l'equilibrio lì, in mezzo a quella folla distratta e confusa, che certo non li notava e che, se li avesse notati, li avrebbe scambiati per due amanti di vecchia data.
Infine Rossella si era staccata, gli aveva preso la mano e se lo era portato via, come un bagaglio appena recuperato dal nastro trasportatore; il ragazzo non aveva opposto resistenza, divertito da tanta sfacciata determinazione. 
Poco dopo erano a passeggio per Trastevere, e si studiavano con lunghi sguardi silenziosi, interrotti da sorrisi, altri baci, brevi frasi di approccio; Edoardo camminava svogliatamente, cercava di assaporare tutto, come si sorseggia lentamente un buon vino per cercare di prolungarne il gusto in bocca: il rumore dei loro passi, il profumo di quella notte, l'allegria rumorosa che rimbombava in ogni vicolo, la mano calda di Rossella che camminava mezzo metro avanti a lui e si girava di tre quarti a sorridergli, senza parlare.
Lui la lasciava andare avanti di qualche passo, quel tanto che bastava per guardarle le gambe e i fianchi e la curva del sedere fasciato nella gonna. E poi se la riprendeva, tirandola a sè. Era abbastanza tardi ma l'oste della trattoria in cui erano entrati non aveva avuto cuore di lasciarli fuori e li aveva serviti con generosi piatti di avanzi, che loro avevano quasi trascurato, troppo
impegnati a recitare la parte di due innamorati; avevano ripreso il filo delle loro conversazioni, solo che, finalmente, fra loro non c'erano più telefoni nè computer, nè centinaia di chilometri di distanza, solo un tavolino con una tovaglia bianca. 

E allora, allora sì, si erano finalmente riconosciuti.

Dopocena rientrarono subito a casa di Rossella; un piccolo sottotetto ristrutturato e niente più, arredato in modo essenziale e raffinato, con due grandi finestre che dall'alto del Gianicolo si aprivano sulla città ancora illuminata.

Era febbraio, ma a Roma sembrava già primavera, ed Edoardo aveva paura di abituarsi troppo in fretta ai profumi, all'aria tiepida e al cielo stellato di quella città, sapendo che presto il freddo di Milano lo avrebbe di nuovo accerchiato senza tregua.

Rossella aveva messo della musica, e ora gli stava parlando con voce profonda e roca, la sua solita voce calda come una carezza lenta e maliziosa; la bocca rossa attirava l'attenzione del ragazzo, al punto che le parole che ne uscivano avevano perso il significato convenzionale, divenivano quasi superflue nella comunicazione fisica che si stava instaurando fra i due.
Edo vedeva le labbra muoversi, socchiudersi, arricciarsi, distendersi e protendersi verso di lui, e il suono basso e perverso delle parole si mescolava alla musica, provocandogli una sorta di vertigine, un capogiro che aveva fatto sovrapporre nella sua mente l'immagine di una bocca e quella di un sesso turgido, umido e dischiuso.

Whole lotta love, Led Zeppelin. Una dichiarazione sufficientemente esplicita, un sottofondo sufficientemente conturbante.

Probabilmente Rossella gli aveva letto nel pensiero, perchè all'improvviso era
scivolata rapida fra le sue gambe e, fissandolo con gli occhi che lanciavano fiamme, aveva iniziato un pompino lento e sfinente, al termine del quale Edoardo le era sgorgato in gola tirandola a sé per la nuca come se in quella bocca, sulla quale aveva fantasticato per tutta la serata, non volesse affondare solo il proprio sesso eccitato, bensì sprofondare tutto sé stesso, ormai strappato all'apatia di quell'inverno freddo e grigio e alla sua patologica sensazione di solitudine.
E mentre la notte fresca svuotava le strade da ogni rumore, inondandole di buio, poche candele facevano da contorno alla notte insonne di quei due amanti improvvisati.
La musica aveva finito di rimbalzare fra le pareti di quella stanza. 
I loro respiri, il fruscio delle lenzuola e della loro pelle nuda, i piccoli cigolii del letto, le loro brevi risate divertite e sommesse, sommesse come solo quelle degli amanti clandestini sanno essere, divennero gli unici suoni ad accompagnare la danza delle loro ombre sulle pareti.
Proseguirono a lungo, spegnendosi lentamente, finché le energie lasciarono il posto al molle torpore che li invase e sorprese, rallentando le loro parole fino ad affogarle nel sonno.

§

Seduta sulla spalletta di un ponte, la ragazza fissava negli occhi Edoardo e sorrideva. Lui le ricambiava lo sguardo sfregando le proprie mani ossute sulle cosce di lei. Cercava di seguire il corso dei propri pensieri, senza perdersi i lampi che uscivano dagli occhi scuri della giovane che aveva di fronte a sé e che non riusciva a smettere di sorridergli.
Entrambi cercavano di dissimulare, con sorrisi, smorfie e brevi risate ironiche e goffe, quella strana sensazione di allegria che li agitava e che li faceva sentire sganciati dal resto del mondo, indifferenti ai romani; a quelli che li sfioravano attraversando il ponte, a quelli che passeggiavano intorno senza notarli, ai turisti che si godevano il pomeriggio mite, ai bambini in maschera, alle macchine che si inseguivano a colpi di clacson sul Lungotevere, alle nuvole che correvano spinte dal vento tiepido, al fiume stesso che scivolava giallastro sotto di loro.
Parlavano come se niente fosse, cercando di evitare l'argomento "la notte passata", timorosi di rovinare con le parole l'atmosfera magica che si era creata dal momento del loro incontro.
Con lo sguardo irretito dallo scorrere ipnotico del fiume e la sigaretta alle labbra, Edoardo ripensava al loro incontro in chat, a come gli era sembrato assolutamente strano e improbabile portare avanti una conversazione prolungata con una ragazza di cui stava cominciando a conoscere l'anima prima ancora che l'aspetto. Ma gli era piaciuta da subito.
In chat di solito incontrava delle persone allucinanti, che non potevano fare a meno di scrivere parole sincopate o con le finali prolungate, infarcendo le frasi di faccine che dovevano colmare la mancanza di argomenti, così che le conversazioni si esaurivano nel giro di pochi scambi.
Rossella no, lei lo aveva provocato, lei aveva giocato con lui, sottraendosi e ricercandolo, concedendosi progressivamente, senza cedere troppo in fretta alla sua curiosità, senza indulgere alla propria.
Con grande stupore del ragazzo, alla fine era stata Rossella a lasciargli il proprio indirizzo di posta elettronica, cosa che lo aveva disorientato, perché gli sembrava così improbabile e strano e inutile continuare una corrispondenza senza prospettive; ma ogni volta che trovava una sua mail si dimenticava di tutto e sprofondava nella lettura, con una avidità di cui si stupiva.
Ora, mentre giocava ad imboccarla tenendo fra le mani un sacchetto di piccole frittelle acquistate in una bottega del Ghetto, spargendole lo zucchero sul suo mento e sulle labbra, fingendo di concederle un boccone per poi sottrarlo all'ultimo, lasciandola con la lingua fuori dalle labbra per aumentare la sua golosità, cercava di ricordare le sensazioni del pomeriggio precedente, quando seduto nella sala d'attesa dell'aeroporto, sfogliava nervosamente il Corriere della Sera maledicendosi per l'ingenua assurdità di quella situazione.
Adesso l'aveva davanti, e non la vedeva proprio, tutta quell'assurda ingenuità.
Vedeva due labbra aperte, rosse e lucide, sporche di zucchero, pronte per essere morse, o leccate, come tutto il resto di lei; così curiosa, così disponibile, così luminosa e allegra e piena di energia.
Allora l'aveva presa per mano, tirata giù dalla spalletta del ponte quasi a forza e ridacchiando e prendendosi in giro erano risaliti a piedi fino a casa.

§
 

La mattina della domenica, Rossella, nuda davanti allo specchio, aveva osservato a lungo il proprio corpo e le tracce della notte appena passata, percorrendo la propria pelle con due dita.
Edoardo, con la faccia piena di schiuma da barba ne scrutava le forme seducenti riflesse nello specchio: il suo corpo atletico illuminato per metà dalla luce della sottile finestra, gli ricordava ancora gli amplessi delle ore precedenti.
Il suo sedere era ancora arrossato per le sculacciate con cui l'aveva percossa prima di rigirarla ed entrare in lei più volte.
Lei aveva riso, ad ogni colpo che subiva, un po' per sincero divertimento, un po' per la sorpresa. Ma si lasciava battere. Per la verità, gli aveva lasciato fare - incosciente - ogni cosa che a Edorardo potesse saltare in mente.
Adesso la giovane donna si teneva un seno nella mano e seguiva con un dito l'impronta bluastra e circolare che i denti di Edoardo le avevano lasciato sulla pelle. Percorreva quel livido sottile e irregolare, come si percorre un tatuaggio appena fatto.
- Tu sei pazzo - disse sorridendo con dolcezza - guarda qui che segno mi hai lasciato!
- Un lavoro ben fatto, direi - sogghignò lui raschiandosi la faccia.
- Sì, ma adesso cosa dico alle mie amiche quando ci cambieremo negli spogliatoi della palestra?
- Risparmiami queste immagini, mi sto già eccitando!
Rossella allungò il piede nella vasca piena d'acqua calda, e scosse la testa divertita; vi si calò lentamente. I contorni del suo corpo tremavano deformati dal vapore. Non per questo era meno bella: Edo se la rimirava riflessa nello specchio: si era sforzato di non immaginarla nei dettagli, ogni volta che le parlava al telefono, ogni volta che le scriveva. Di sicuro non sarebbe riuscito a raffigurarsi quel viso asciutto dal colorito olivastro, né quelle gambe lunghe e sottili, né il seno sodo né tutto il resto.
- Peccato che tu debba già partire, stasera.
Edo alzò le spalle. Odiava le separazioni e i commiati, specie quelle con un lungo prologo: non sapeva che dire.
- Pensavo che. Ora mi prenderai per pazza. Insomma: un mio amico ha uno studio legale, qui a Roma. Potrei chiedergli di prenderti da lui, no?
- Stai scherzando?
- No, lascia perdere, dicevo così per dire, non ti allarmare!
Si immerse completamente nell'acqua e stette in apnea per quasi un minuto. Riemerse.
- Certo, mi aspettavo magari una reazione diversa.
- E' che ci eravamo rpomessi di non costruire proiezioni sul futuro.
- Il fatto è che credo di essermi innamorata di te.
- Oh-cazzo!
- Però! niente male come reazione! Sono impressionata!
- Dai, Rossella, non rovinare tutto con il sentimentalismo! E' stato bello, vero, questo week end?
- Appunto, è stato bello: perché non continuare?
- No: è meglio di no.
- Perché?
- Perché no.
- Beh, non è una gran risposta.
- Perché so già come va a finire. Stiamo bene, ci troviamo interessanti: allora uno dei due decide di innamorarsi, e convince l'altro. E poi io conosco meglio te e tu conosci meglio me. E io mi affeziono a te, so come sono fatto. Magari mi trasferisco anche a Roma, perché no? E' una città bellissima e tu sei qui e sei quanto di meglio un uomo possa desiderare. Allora io comincio a pretendere da te cose che adesso non mi sognerei mai di pretendere, no?
- Ma.
- E a questo punto si creano un sacco di aspettative reciproche.
- Per esempio?
- Per esempio tu pretenderai la mia presenza, e io la tua. E ci prenderemo come punti di riferimento. E comincerai ad aspettarti che ti telefoni. Che ti capisca sempre. Che dica sempre la cosa giusta. Che ti sia d'appoggio. Che sia dell'umore giusto. E come te, anche io. E, a un certo punto, non ce la faremo più a corrispondere a tutte queste pretese, capisci?
- Non sono sicura di capire, scusa.
- Aspettative, Rossella, sto parlando di aspettative. Le aspettative mi schiacciano: mi schiaccerebbero le tue, perché so che ti deluderei, sono bravissimo a deludere le persone, io!
- Ma chi ti dice che succederebbe?
- Succederà, vedrai: e tu farai lo stesso con me.
- Ma che ne sai?
- Lo so, perché, se mi faccio coinvolgere da una persona, divento esigente; pur non avendone diritto. Presto o tardi mi accorgerò che le mie proiezioni hanno distorto la realtà: questo mi darà solo un senso di solitudine pazzesco. Sensazione che odio, la vivo regolarmente, e la voglio evitare. E' un paradosso, lo so, ma appena mi lego ad una persona mi sento solo.
- Edo, è davvero paradossale quanto dici!
- Lasciamo perdere l'amore, tanto. L'amore è un'utopia surrettizia, per giustificare tutto il resto.
- Ok, fai come se non avessi parlato.
- Bene. Dammi un bacio.
Tornò a guardarsi nello specchio, per rifinire la rasatura, e per un momento intravide una strana smorfia che gli increspava la bocca di crudeltà, e non si riconobbe.


§

La notte di Linate lo accolse a braccia aperte: le luci gialle di viale Forlanini si facevano largo a fatica nella nebbia densa. Il taxista guidava svogliato, ascoltando la partita alla radio. Portava un cappellino da benzinaio e masticava una gomma americana al mentolo.
Edo teneva gli occhi chiusi e il capo contro il sedile, cercava di farsi cullare dalla voce monocorde del radiocronista e dal movimento impercettibile dell'auto. Dentro la testa gli ribolliva un magma: sopra ogni cosa - ancora una volta - la bocca di Rossella; ma questa volta le sue labbra erano stiracchiate in un sorriso di plastica, quasi una ghigno, mentre lo salutava.
Gli risuonava nella testa quello che la giovane donna gli aveva detto prima di andarsene, per assecondarlo o forse per convincere sé stessa: "Salveremo il ricordo di questi giorni".
Adesso, però, con tutta quella nebbia intorno, non riusciva più ad avere le idee tanto chiare.

5 commenti:

  1. paura di correre il rischio. Già "sentito" troppo, troppe volte.

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  2. La "scighera" non confonde...nasconde.
    Ma poi sparisce e tutto è di nuovo chiaro.

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  3. "Le persone si dividono in due categorie: quelle che ti vogliono e quelle che non ti vogliono. Il resto sono scuse. La verità è che non gli piaci abbastanza. E non esistono le eccezioni".
    Noleggio €2,00=. Filmetto americano.
    Complimenti per il racconto.

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  4. Come smontare un'analisi accurata...ah ah aha!!!!!
    Edo, forse non ha tutti i torti!
    Ma il racconto rimane super!

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  5. Da uomo non posso che dirti "geniale"!!!!!!

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