mercoledì 26 giugno 2013

LA STANZA NUMERO 4



Nell'aprile del 1935, il quotidiano presso cui lavoravo mi inviò a Stresa per seguire gli sviluppi del congresso AngloFrancoItaliano: quelli erano gli anni in cui la Germania di Hitler riteneva legittimo espandersi per garantire ad ogni tedesco il giusto lebensraum, lo spazio vitale: i tedeschi, è noto, sono sempre stati convinti di necessitare di uno spazio maggiore rispetto altri popoli.
Avevo ben capito che tale Congresso aveva lo scopo di formare un fronte antigermanico che si opponesse alle dichiarate aspirazioni di Hitler e scongiurasse il rischio di una nuova Guerra Mondiale; d'altro canto, negli ambienti diplomatici si supponeva che Mussolini lo avesse fortemente voluto per rinvigorire la propria immagine di Statista agli occhi della scettica Europa che continuava a giudicarlo come un pittoresco guitto autoritario in costante agitazione sulla scena politica internazionale.
Feci il viaggio da Milano a Stresa in compagnia di Piero Rovelli, un collega più anziano ed esperto di me, che avrebbe dovuto seguire gli aspetti strettamente politici della vicenda: analisi degli equilibri, articoli di fondo, opinioni tese a formare un’opinione nei lettori.
Rovelli era un cronista ed un analista politico eccezionale e ogni sua parola pesava come un macigno, presso l'opinione pubblica.
A me toccava la parte più frivola e meno prestigiosa: quella che il Direttore fingeva tuttavia di tenere in forte considerazione e che chiamava, non senza sussiego, cronaca di costume: nella sostanza avrei dovuto scrivere brevi articoli sulle toilettes delle consorti degli ambasciatori, sui menù dei ricevimenti, sui concerti che si tenevano in concomitanza dell'evento; senza, ovviamente, trascurare i pettegolezzi, le gaffes e così via.
Ma forse andava bene così: in fondo io non riuscivo a comprendere le logiche contorte che sottostavano ai comportamenti di chi deteneva il potere.
Ero un semplice, che osservava gli avvenimenti; talvolta elaborando opinioni personalissime, a volte strampalate, spesso incomprensibili a chi mi stava intorno; certo non ero un interprete degli eventi come Rovelli: ero più che altro un guardone della Storia che osservava ad occhi spalancati il baratro nel quale stavamo sprofondando; da quegli occhi spalancati le parole mi fluivano nella penna e, da essa, negli articoli che scrivevo.
"Ben venga - mi dissi - questo lavoro da ficcanaso superficiale: mi distrarrà dalla cupezza incombente sull'Europa".
Viaggiammo per quasi tre ore su un treno semivuoto, freddo; i sedili erano estremamente inadatti a un lungo viaggio: di legno lucido senza rivestimento.
Fumavamo una sigaretta dietro l'altra, guardando con espressione allucinata, il paesaggio ancora invernale che si srotolava oltre i finestrini appannati dal nostro respiro. A ogni scossone che i binari imponevano ai vagoni nel loro corso irregolare, le valigie dondolavano pericolosamente nella retina sopra le nostre teste.
Rovelli era un uomo ruvido, di poche parole con il volto scavato e l'espressione sempre ostile. Parlava con frasi breve e secche, senza divagare.
Non interloquiva mai con me; era impossibile fare conversazione, se non una fatta di poche battute asciutte: lui parlava, e io mi limitavo a insinuarmi nei silenzi, pochi e brevi, che intercalavano le sue riflessioni a alta voce, senza peraltro riuscire ad ottenere la sua approvazione con le mie ovvie affermazioni. Poi prendeva all'improvviso il suo taccuino e annotava pensieri e domande che sottolineava più volte, senza più ascoltarmi e senza concludere la conversazione.
I suoi occhi grigi erano privi di espressione, e quando mi fissava in silenzio avevo la netta sensazione che mi stesse guardando in trasparenza. La sua personalità enigmatica mi affascinava e metteva in soggezione.
Era opinione di entrambi che questo incontro fra potenze non avrebbe condotto a nessuna soluzione e concordavo con lui che fosse imminente un nuovo conflitto.
Non esprimevamo mai opinioni su Mussolini: sapevo che Rovelli ne era infatuato, mentre io ero distaccato e prudente, come nei confronti di tutto ciò di cui mi occupavo.
Arrivammo a Stresa che il sole stava già calando dietro alle montagne e lunghe ombre gettavano la cittadina nell'oscurità; dal Verbano saliva una nebbia che recava con sé tutto il freddo e l'umido di quella pigra primavera.
Mi accesi una Nazionale dal pessimo aroma e mi guardai intorno alla ricerca di un veicolo che potesse portarmi alla pensione dove avrei alloggiato per le cinque notti successive. Si avvicinò un ometto smilzo e rinsecchito, vestito in modo estremamente modesto; gli abiti sdruciti emanavano un odore di alcool unito a sudore, faticavo a stargli vicino resistendo alla tentazione di mettermi un fazzoletto davanti alla bocca e al naso; non era esattamente quello che cercavo.
L’ometto, reggendo il cappello fra le mani e biasciando poche parole brevi, mi spiegò che avrebbe potuto darci un passaggio in qualsiasi posto ad un prezzo ragionevole.
Feci un cenno a Rovelli e salimmo su una Renault nera che, contrariamente all'autista, era tirata a lucido; dopo un breve e tortuoso tragitto che ci portò lontano dai grandi alberghi sul lungolago, la macchina si fermò davanti alla Pensione La Rocca, un lugubre edificio squadrato di pietra grigia, con le imposte appena riverniciate di marrone scuro e un'insegna in metallo verniciato che sovrastava la pesante porta in noce nero.
Il tetto, spiovente, incombeva su di noi, come del resto il cielo carico di pioggia.
L'interno era coperto di tappeti. Si respirava polvere ad ogni passo, ma l'ambiente era caldo e confortevole: una grossa stufa in ceramica, le luci soffuse di numerose lampade alle pareti ed un gentile suono di pianoforte, che proveniva da una qualche stanza privata, contrastavano con la facciata.
Mi lasciai andare su una poltrona e accesi l'ennesima sigaretta della giornata in attesa di potermi sdraiare sul letto e occupare il tempo che mi separava dalla cena ripassando gli appunti.
Quando il suono del pianoforte cessò, comparve al banco dell'accoglienza una giovane donna dall'aspetto rarefatto, il cui sguardo miope era protetto da spesse lenti. Teneva i capelli modestamente raccolti in una crocchia: ciò nondimeno la sua bellezza fragile traspariva limpida.
Aprì il registro e cercò i nostri nomi.
Trovò subito quello di Rovelli e gli assegnò la stanza numero 7. Ma quando cercò il mio nome, scosse la testa e si morse un labbro; riprovò senza successo e, con un sorriso cortese che non servì a mitigare la mia frustrazione, mi sussurrò con dolcezza:
Mi dispiace, signore, non abbiamo prenotazioni a vostro nome.
Ricaddi sulla poltrona, con la viva tentazione di mettermi a bestemmiare. Ma mentre stavo per indulgere ad una piccola crisi di nervi, un uomo nerboruto e calvo, con due folti baffi bianchi uscì da una porta laterale e spostando non senza malgarbo la giovane donna, mi disse che la camera 4 si era liberata in quanto il tale che l'aveva prenotata non si era fatto ancora vivo e quindi potevo ritenerla mia.
Mentre mi rallegravo, il gigante si rivolse bruscamente alla ragazza e le intimò di cancellare la prenotazione di Enrico Zanovini e mi porse la chiave della stanza, alla quale mancava il pendaglio con il numero.
Non diedi particolare importanza a questo fatto, né all'espressione beffarda che mutò il volto di Rovelli, quando sentì pronunciare quel nome, né all'esitazione della ragazza la quale guardò più volte l'omone prima di fare quello che lui le aveva ordinato: volevo un letto e una vasca piena di acqua calda e, anche se quella stanza fosse stata di Galeazzo Ciano in persona, per me non avrebbe fatto differenza.
Salii in camera e dopo poco mi addormentai profondamente, ancora vestito e con il taccuino fra le mani.
Successivamente il mio sonno si mutò in una sorta di dormiveglia, un torpore denso e appiccicoso che mescolava immagini sognate al rumore dello scalpiccio oltre la mia porta, ad un bisbigliare di voci concitate e indistinguibili unito ad altri rumori indistinti e quasi soffocati.
Finché tre colpi secchi alla porta della mia camera, uniti alla voce di Rovelli che pronunciava il mio nome in modo perentorio, non mi strapparono definitivamente a quella piacevole deriva della percezione.
Aprii la porta: il mio collega era sconvolto. Aveva la cravatta allentata e teneva la mano sulla fronte, con la sigaretta tra le dita.
 C'è un cadavere.
- Qui?
 Sì, perdio! Nello stanzino delle scope: l'ho trovato io, cercavo un bagno e mi sono trovato questa bella sorpresa. E sai di chi si tratta? Di Enrico Zanovini.
 Quello della mia stanza?
Rovelli fece un cenno con il capo e mi fissò dritto negli occhi senza aprire bocca. Feci spallucce.
Beh, ma io che c'entro? Non penseranno mica che io lo abbia fatto fuori per prendermi la sua stanza?
Rovelli cambiò espressione e per un momento restò in silenzio.
 Dimmi un po' mi disse sei sempre stato così stupido? Tu sai chi é, chi era, diamine, Zanovini?
 Certo che no: altrimenti non sarei qui, sulla porta della mia camera a discuterne con te quando vorrei riposarmi!
 Zanovini lavorava per l'Ovra. Si occupava di stampa ostile al regime.
 Per l'Ovra? – sibilai una bestemmia e mi sedetti sul letto, mentre Rovelli faceva, con un passo in avanti entrava nella mia stanza - Perfetto: significa che siamo nei guai. Come è morto?
 Gli hanno infilato un coltello in gola.
Mi diressi verso la porta della camera, mi sporsi in avanti, giusto quel tanto che bastava per avere la visuale dello sgabuzzino, la cui porta spalancata mostrava il cadavere dell'uomo, in posizione scomposta.
Mi stupii che nello sgabuzzino non ci fosse la pozza di sangue che mi aspettavo: il pavimento era pulito, così come i vestiti del cadavere; proprio quei vestiti avevano qualcosa di strano, qualcosa che non andava.
Ma non riuscivo a capire cosa.
A parte il fatto che fossero puliti, ovviamente.
Mi passai una mano sugli occhi; sbuffai, mentre quella sottile voglia di bestemmiare stava riaffiorando prepotentemente.
Rientrai in camera, indossai la giacca, cercai nella tasca interna il pacchetto di sigarette, ne portai una alla bocca. Restai alcuni secondi con lo zolfanello fra le dita a rimuginare. Poi lo sfregai, e lo avvicinai alla sigaretta. Cominciai ad aspirare freneticamente, con le mani che tremavano. Mi rivolsi a Rovelli mentre spegnevo il cerino.
 Cosa ci faceva qui? Della stampa, in questa pensione, siamo solo io e te, credo.
 Credi male. Siamo addirittura in quattro: tu, io, Saladanna e Mastrostefano.
Il nostro dialogo fu interrotto dall'arrivo del gigante calvo, i cui muscoli tendevano la flanella della camicia amaranto. Si fermò davanti alla porta della nostra camera e incrociò le braccia sull'ampio petto. Guardò Rovelli con durezza e parlò sottovoce ma sibilando le parole a denti stretti:
 Sentite bene: nessuno sa che quello lì è morto nella mia pensione. A parte noi tre, chiaro. Io non voglio problemi, capito? Se la polizia scopre cosa è successo, proprio in questi giorni, io ho finito di lavorare e buonanotte, vacca di una Eva. Voi lo stavate dicendo proprio ora al vostro amico: non c'era sangue nel bugigattolo. Significa che non é stato ucciso lì, no? Qualcuno voleva fare il furbo, porca vacca: lo ha ammazzato da qualche parte e poi lo ha portato nella mia pensione. E come è stato portato qui, io lo porto via. Capito, signore?
Guardai Rovelli e, non visto dal gigante calvo, mi toccai la tempia: quello era pazzo.
Rovelli tuttavia sembrava prenderlo sul serio: lo guardava fissamente, con gli occhi stretti sbattendo nervosamente le palpebre e sfregandosi i polpastrelli dell'indice e del pollice della mano destra.
 Va bene, fate come volete. Non ho tanta voglia di subire un'indagine. Basta che non ci tiriate in mezzo a questa follia: io non ho responsabilità su questo luogo, affari vostri. Piuttosto, sapreste consigliarmi un posto dove mangiare un boccone caldo? Oggi abbiamo mangiato solo panini.
 C'è l'osteria della Marta, giù per questo vicolo, poco prima del lungolago. Vi tratterà bene, ditele che alloggiate qui da me.
Rovelli annuì e mi diede appuntamento per le otto; avevo ancora due ore per me. Prima che l'energumeno se ne andasse, Rovelli gli disse, con l'usuale tono secco, di ricordarsi di portargli degli asciugamani puliti, perché la camera sette ne era priva e prima di coricarsi intendeva farsi la doccia. Quell'altro alzò un braccio e non capii se stesse scusandosi o semplicemente intendesse mostrare di aver capito.

§

L'Osteria della Marta era piena di giornalisti: evidentemente non eravamo gli unici a cui era stata consigliata. Fra le tante cose che detestavo del mio lavoro, la convivenza forzata con i colleghi era la meno sopportabile.
Anche quella volta fu uguale. Al tavolo, oltre Rovelli e me, si aggiunsero Galimberti, Viviani e Costa.
Fumo, brusio e un unico argomento: il lavoro; e per una mezza tacca del giornalismo come ero io, era un vero supplizio trovarmi in mezzo a tutti quei primattori che mi si rivolgevano con il fare di chi te la vuole contare giusta.
Fortunatamente lo stufato d'asino arrivò presto: era morbido e pepato, e fece tacere tutti. A metà della cena, quando il pane nero era ormai finito, Galimberti se ne uscì con la notizia del secolo.
La diede a mezza voce, senza smettere di guardare nel suo piatto; la diede come se fosse l'informazione più banale del mondo, pronunciando le parole in modo frettoloso e quasi distratto, con la voce secca e impersonale che gli era propria:
 Avete sentito? Hanno rinvenuto il cadavere di Zanovini.
Rovelli si rabbuiò e mi lanciò una rapida occhiata:
 Dove? chiese con un tono ancora più brusco del solito. Le guance e gli occhi erano talmente infossati che indovinavo la forma del suo teschio.
 Lungo la ferrovia, poco prima della stazione di Stresa. Era riverso nelle foglie, con la gola aperta in due. Lo hanno trovato un'ora fa e adesso la Polizia é sul luogo del ritrovamento.
 Come fai a saperlo?
 Ho anche io i miei informatori, Rovelli. La polizia sta indagando, sembra in modo molto silenzioso. Un omicidio di un giornalista è quanto di più distante dai desideri di Mussolini, soprattutto adesso, qui.
Intervenne Costa, che aveva bevuto già parecchio, e ciò amplificava il lato querulo del suo carattere. Si lisciò il ciuffo nero e sogghignò:
 Va beh, signori, facciamo un brindisi ad un ficcanaso in meno. La sanno tutti che Zanovini lavorava per l'Ovra. Più di una volta me lo sono ritrovato fra i piedi.
Galimberti non replicò, abbassò lo sguardo e riprese a mangiare e sul volto gli si disegnò un'espressione sarcastica, mentre Rovelli continuava a seguirlo con lo sguardo; le guance sempre più scavate e gli occhi talmente infossati nelle orbite da farli sembrare due fessure.
Così, i commenti si smorzarono rapidamente e tutti finirono la propria cena più o meno in silenzio, facendo sporadici commenti sul vino, sugli articoli che avrebbero dovuto scrivere il giorno successivo, sul Congresso e tutto il resto. A fine cena, nessuno si alzò: tutti restammo al tavolo a fumare senza proferire parola, con lo sguardo perso nel vuoto; qualcuno con la mano nella tasca dei pantaloni, altri rigirandosi il bicchiere vuoto fra le mani. 
Intorno a noi si muovevano lentamente e in modo placido le vite degli altri clienti che ignari dei pensieri che si agitavano in noi.

§

La mattina seguente mi alzai presto e feci colazione in solitudine. La presenza di Rovelli mi trasmetteva inquietudine e i misteriosi fatti del giorno prima, nella loro totale incoerenza temporale, mi turbavano.
Dovevo prendere il battello per Isola Bella: volevo farmi accreditare senza ulteriori inconvenienti e dare un'occhiata alla Sala della Musica, l’ambiente deputato ai lavori del Congresso.
Fu così che mi ritrovai accanto Galimberti, il quale aveva le medesime intenzioni. Fumava già a quell'ora, reggendo fra le dita giallastre di nicotina una sigaretta che si era arrotolato da solo.
Scrutava il lago, immobile.
Quando mi vide si portò una mano alla falda del cappello e increspò le labbra; mi allineai a lui e osservai le tre isole che spuntavano dalla leggera foschia diradata dal sole crescente.
- Galimberti, ieri sera ad un certo punto ti sei obbligato a tacere.
 Cosa vuoi dire?
 Voglio dire che sai più di quello che hai raccontato.
Scrollò le spalle e sorrise amaro.
 Ti manda Rovelli, per caso?
 Senti un po': Rovelli mi mette paura, ultimamente. Non mi manda nessuno. Ma non sono stupido: ieri sera ti ho visto. Quando Costa ha detto quella cosa di Zanovini tu hai preferito tacere. Zanovini non lavorava per l'Ovra, vero?
 Sì e no. Era prezzolato dal regime, ma da quello che so faceva il doppio gioco e passava informazioni ai dissidenti esuli a Parigi e Londra.
- Ma così si sarà fatto nemici su tutti i fronti.
Galimberti alzò le spalle.
 Lo hanno ucciso per questa ragione, quindi?
 Diciamo che il suo gioco era rischioso. Comunque non so chi lo abbia fatto fuori. Quello di cui sono certo è che non lo hanno ucciso dove lo hanno ritrovato. Ero lì, con gli agenti. Non c'era una goccia di sangue e la ferita, un buco nella parte destra della gola, dal basso verso l'alto, era tonda e ampia come un dito.
Fui tentato di dirgli che sapevo dove lo avevano accoppato. Tuttavia l'immaginazione mi fece un brutto scherzo: vidi il volto di Galimberti mutarsi in quello di Rovelli, e quell'espressione dura e ostile mi indusse a tacere.
Il battello arrivò e cambiammo discorso. Lo spettacolo del lago, delle isole e del litorale di Stresa era talmente bello che quasi ci distrasse.
Forse, più semplicemente, non volevamo più pensare a quell'omicidio. Prima di scendere, tuttavia, mentre il battello procedeva alle manovre di attracco, riuscii a chiedere a Galimberti:
- Com'erano i vestiti di Zanovini?
Galimberti sussultò in una risata che diceva tutto:
- Non erano i suoi. Ma credo che questo tu lo sappia già, se mi fai questa domanda.
Di Zanovini e di quello che era successo, non parlammo più, né quel giorno né in quelli successivi.
Mussolini, MacDonald e Laval irruppero sulla scena: i lavori del Congresso assorbivano gran parte del nostro tempo e dei nostri pensieri.
Ma la sera, appena rientravo nella stanza numero quattro, appena mi scioglievo il nodo della cravatta, mi levavo le scarpe e mi sdraiavo sul letto, ritornavo immediatamente al giorno del mio arrivo in quell'albergo.
E mi riaffiorava il ricordo di quel trafficare sommesso che aveva interferito con il mio dormiveglia: una sensazione ricorrente che ridava vita ai miei interrogativi.
Faticavo ad addormentarmi e accostavo, come quando si prepara il menabò di un quotidiano, le varie immagini fissate nella memoria dagli eventi avvenuti due giorni prima. Gli asciugamani, i vestiti, i rumori, l'espressione di Rovelli. La sceneggiata del proprietario della pensione.

§

Vivemmo quei giorni come deportati di lusso in un luogo incantato: l'incanto, tuttavia era inficiato dalla perniciosa incombenza della tragedia. Io la percepivo, ma non era tanto la guerra, la cui presenza si faceva quotidianamente più corposa alla conclusione di ogni incontro fra diplomatici; era la morte di quell'uomo, evocata di sfuggita e ignorata da tutti noi, come se la morte fosse un evento ordinario da considerare al pari di altri eventi. Ogni tanto, nei sogni, mi compariva all'improvviso la gola di Zanovini, trapassata da un punteruolo: vedevo i margini della ferita, puliti e slabbrati, e un buco profondo e infinito che mi attirava come una nera vertigine nei meandri della sua gola fino a farmi scomparire nel buio di quel delitto.
Una sera notai, una strana ombra sulla mia porta: come avevo fatto a non accorgermene prima?
Era un annerimento lieve sotto il numero della mia camera. L'ombra, formava un angolo che assomigliava tanto al numero 7. Entrai, mi richiusi la porta alle spalle e mi ci appoggiai, con la testa in subbuglio. Uscii dalla stanza e mi mossi alla mia destra. La camera più vicina era la numero 8. Tornai sui miei passi, oltrepassai la mia camera e mi fermai davanti alla successiva: la numero 6. La mia camera era la numero 7, ma ad un certo punto il 4 e il 7 erano stati scambiati.
Mi venne subito l'istinto di dire tutto a Rovelli, ma una forza istintiva mi bloccò. Rientrai nella mia camera e mi buttai sul letto. Non so quante nazionali consumai; so solo che dopo due ore il locale era saturo di fumo e il mio portacenere traboccava di mozziconi schiacciati.
Ma la mia mente era sgombra.

§

Viaggiammo in silenzio, per tutto il tragitto che ci riportava a Milano. Rovelli era ancor più cupo del solito, e sgarbato. Se doveva rivolgersi a me, lo faceva senza gentilezza, quasi con dispetto.
Arrivati alla stazione percorremmo la banchina, scivolando lungo il treno che ancora sbuffava per la lunga corsa. A metà del binario allungai un braccio e afferrai quello di Rovelli, strattonandolo; si voltò sorpreso, con il volto livido di ira.
 Cosa?
 Dì un po', Rovelli: lo avete ucciso voi, vero?
 Che diavolo stai dicendo? – sibilò digrignando i denti.
 Sì, Zanovini: c'è il tuo zampino. Tu, tu lavori per l'Ovra. Hai preso il suo posto.
 Bada bene a cosa dici, idiota. Potrebbero sentirti.
 Ascoltami: Zanovini faceva il doppio gioco e tu avevi il compito di eliminarlo. Così ti sei accordato con il locandiere, sicuramente un tuo complice, che lo ha sgozzato. Zanovini è morto nella camera numero 4 a cui è stato cambiato il numero prima del nostro arrivo. E nella tua camera non c'erano asciugamani perchè erano serviti per pulire il sangue che era schizzato, o per tamponarlo, non so: quell’energumeno con i baffi non ha fatto in tempo a liberare la stanza, così ha cambiato i numeri sulle porte. E poi al tuo arrivo lo avete portato fuori dalla stanza e avete creato quella messinscena surreale per aggiungere mistero confondendomi le idee o per qualche altra ragione che ancora non riesco a comprendere. Credo proprio che sia andata così.
 Tu credi? Tucredi?
Mi accesi una sigaretta e aspirai piano, fissandolo negli occhi. Senza paura. Lui scrollò le spalle. E riprese a camminare.
 Vai a dirlo alla polizia, allora! – rise sguaiatamente come non lo avevo mai sentito – Vai, vai. Ti ascolteranno volentieri. E mi raccomando, porta loro tutte le prove che hai raccolto.
La sua risata si sperse nell'aria tiepida della primavera milanese.
Finii di fumare la sigaretta, osservando lo stanco viavai di chi partiva o arrivava. Rovelli si allontanava veloce, inghiottito in quel brulicare. E con lui tutte le mie certezze.


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