domenica 11 agosto 2013

A DAY IN THE LIFE



Il bianco dell'asettica cameretta d'ospedale sembra essersi rovesciato fuori dall'ampia finestra, stamattina, per inondare questo cielo lattiginoso e piatto: é probabile che fra poco nevichi.

L'uomo dall'aspetto di un anziano getta lo sguardo verso lo strapiombo oltre i vetri, nove piani più in basso: il viavai ritmato della vigilia di Capodanno si sta facendo intenso: strade e marciapiedi brulicanti di piccoli insetti indefiniti, che si spostano in direzioni differenti fendendo l'aria profumata di neve. L'uomo ne percepisce il freddo, per quanto il caldo nella stanza sia quasi insopportabile e il pesante pigiama di lana - che da troppi giorni lo copre - stia diventando una scorza di sofferenza.

Si sente in attesa, incerto di poter distinguere fra ansia e serenità, fra fretta di uscire e voglia di restare in quel rifugio irreale, protetto dalla cura di decine di persone. Oggi é il grande giorno, ma non sa se essere felice o meno.

Un lieve bussare alla porta e un piccolo uomo dai radi capelli scuri, i modi burberi e il sorriso bonario, interrompono la meditazione silenziosa.
- Come va, oggi, Sigma?
- Me lo dica lei, dottore. Come vado?
- Bene, direi. Molto bene: i tuoi valori ematici sono rientrati nella norma. Ti dimettiamo.
- E...quando dovrò rientrare?
Il medico osserva l'uomo dall'aspetto anziano da dietro un paio di occhiali cerchiati d'oro. Sorride con la testa incassata nelle piccole spalle. Se lo ricorda ancora quando, sei mesi prima aveva incassato con incosciente indifferenza la diagnosi gravissima di un Linfoma Non-Hodgkins di media stadiazione. Qualcosa di simile ad un biglietto di sola andata per l'aldilà che non aveva tuttavia scomposto il suo ciuffo di capelli biondi.
- Sigma, sei guarito: rassegnati, non devi più rientrare. Capisci cosa voglio dire?

Capisce sì, Sigma. Negli occhi azzurri - resi grigi da mesi di chemioterapia e di segregazione nella penombra di una camera sterile - si tratteggia all'improvviso lo smarrimento di chi deve intraprendere da solo una nuova strada. L'ospedale stava diventando un punto fermo, qualcosa di rassicurante. Orari e procedure predefinite e una costante attenzione. Una permanenza transitoria che dava l'impressione di poter essere definitiva, finale.
Insieme all'odore di piscio, vomito, sangue rappreso, brodo vegetale, disinfettante per pavimenti ed etere.
Una comunità di moribondi stretti da un legame inimmaginabile per chi non é mai stato in un reparto di ematologia.

Il luogo ideale per chi non vuole più orizzonti nè si aspetta nulla dal resto della propria esistenza.

Sigma, camminando lentamente, quasi strisciando i piedi, esce dalla porta della sua camera: é la prima volta da venticinque giorni. Viene investito da un'inattesa sensazione di libertà, come se fosse appena scarcerato. Sono le 10,30 del 30 dicembre. L'animazione del corridoio nell'orario di visita lo frastorna provocandogli un capogiro.

Nella camera accanto, il letto é sfatto e il materasso é piegato in due: lì, fino alla sera prima c'era Alberto, o é meglio dire che c'era il suo fantasma agonizzante. Lo sguardo di Sigma incrocia quello di Serena, un'infermiera. Ha le labbra serrate e lo fissa dritto con quegli occhi neri e appuntiti che tutti - lì dentro - conoscono bene. Scuote il capo, turbata, le labbra serrate in una smorfia di profondo dolore, le lacrime trattenute per un miracolo di compostezza. Anche per Serena quel reparto rappresenta tutto l'universo. O almeno: la parte positiva del suo universo. Il lato oscuro del suo mondo é quel marito manesco e silenzioso che la aspetta a casa per regalarle qualche nuovo livido. Difficile affidare tutti i propri sentimenti ai ricoverati del reparto di ematologia: più che difficile, pericoloso. Pericoloso come legarsi oltremodo ad Alberto, entrato in quel reparto con scarse probabilità di guarigione. E ora che non c'é più, sotto i piedi di Serena si allarga una voragine.

Quindi Sigma ha inteso bene.

Alberto ha lasciato tutti. La leucemia si é portato via una persona meravigliosa. Sigma ricorda una notte in particolare: un temporale fuori stagione infuriava rumoreggiando oltre le finestre. In fondo al corridoio, nel reparto femminile, una donna piangeva disperata per la paura della morte e il dolore che le straziava le ossa. Incrociò lo sguardo di Alberto, divorato dalla malattia e per questo appoggiato allo stipite in equilibrio precario, ma la mente lucida. Aveva le braccia e il collo pieni di aghi; come Sigma del resto. La malattia e - più ancora - la cura, li aveva resi tutti uguali: degli alieni senza peli nè capelli, nè ciglia e sporacciglia, nè sangue nelle vene. Volti emaciati e pallidi, con lo sguardo vitreo e poca carne intorno alle ossa del viso. Alberto gli sussurrò. "Senti come piange, poverina" Sigma annuì e l'altro proseguì "Ti va di dire una preghiera per lei?". In realtà Sigma non aveva mai pregato nemmeno per sè stesso, ma il tono di Alberto era così santificante e l'atmosfera talmente sepolcrale che non riuscì a negarsi. Unirono le mani e recitarono un'Ave Maria e poi un'altra e un'altra ancora. La donna continuò a disperarsi per oltre un'ora, finché le infermiere le iniettarono della morfina pietosa.

Ora Alberto non c'é più. Il suo letto é un materasso ripiegato a cubo. Appoggiato allo stesso stipite di quella notte tempestosa, c'é Salvino. Il compagno di Alberto. Abbandona la propria pinguedine contro quella porta e piange sommessamente nel vuoto. Tiene le braccia abbandonate lungo i fianchi e la testa penzoloni e lascia che un'onda di lacrime gli inondi il viso; indifferente al viavai che lo attornia ignorandolo. Per tutti Salvino é un'ombra. Nessuno sa chi sia realmente. Un amico, dicono. Ma la sera, a orario visite concluso, si fermava un po' di più e teneva la mano di Alberto, gli accarezzava la fronte, gliela baciava e lo guardava con dolcezza. Gli sistemava i cuscini dietro la schiena sofferente e gli portava i giornali. Facevano progetti insieme e si incoraggiavano a vicenda. "Quando sarai guarito" gli sussurrava. Fanculo ai progetti, fanculo al coraggio. Alberto non c'è più, si é portato via il segreto della sua omosessualità, celato ai suoi bigotti genitori, agli amici, a lungo persino a sè stesso, fino a farsi divorare da quel medesimo segreto che avrebbe persino potuto rappresentare la gioia; fino all'ultimo.

Nessuno ha avvertito Salvino della morte del suo amante, così questo povero essere umano, calvo e pingue, vestito in modo modesto e con il pizzetto brizzolato che nasconde un mento inesistente, ha dovuto scorprilo da solo - in modo crudo - stamattina; senza una parola di conforto, negata dall'arroganza delle convenzioni che non lo ammettono nella lista di chi è legittimato piangere la morte di Alberto. E la solitudine lo ha di nuovo abbracciato come prima di conoscerlo.

Barcolla con le lacrime agli occhi, in direzione dell'uscita. Incrocia lo sguardo desolato di Sigma e distrutto si dirige verso l'atrio. L'ascensore segue esattamente il corso della sua esistenza, precipitandolo nel vuoto di una vita che in quel momento gli sembra mutilata, tuffandolo nella vertigine buia di un'assenza definitiva. Nell'assenza perfino di un saluto che saprebbe rappresentare l'illusione di un conforto.

Il bianco che da troppe ore appiattiva il cielo del mattino si é finalmente condensato, e la neve cade a grossi fiocchi gioiosi, sciogliendosi fra le lacrime del vedovo che vedovo non può dirsi, perché nessuno ha riconoscito quell'unione segreta. Salvino avanza incerto nel piazzale ricordando a malapena la via dell'uscita.

Un coppia matura lo sfiora, senza riconoscere il suo struggimento. L'uomo e la donna hanno un sorriso radioso che illumina i loro volti segnati dalle prime rughe dell'eta che incede e da mesi di terrore senza soluzione di continuità. Sono i genitori di Sigma, oggi lo riportano a casa. Un Dio generoso sembra avere ascoltato le loro preghiere: il padre ha barattato qualsiasi sacrificio, mercanteggiando con quell'entità Superiore la vita de figlio. Fioretti, li chiama lui. Baratto, ribatte Sigma. La donna parla fitto, sorride, e allunga il passo per coprire in un lampo i nove piani che la separano da lui.

In un altro luogo, più lontano, in una camera ancora calata nella penombra, una giovane donna seminuda si divincola dall'abbraccio sonnolento di un uomo, guarda l'ora e sguscia fuori dalle coperte. L'uomo mugola, la cerca, la reclama indieto.
- Non posso, dai! Oggi Sigma esce dall'ospedale. Devo farmi trovare quando arriva a casa sua.
- Ma se non sei mai stata al suo capezzale per tutti questi mesi - bofonchia quello ad occhi chiusi - avrà capito, no?
Lara fa spallucce, e infila i piedi in spessi collant, barcollando senza cadere.
- Non so nemmeno io cosa avrebbe dovuto capire. Ma non gli posso rovinare la giornata. Almeno non oggi.

Nel parcheggio antistante all'Ospedale, Andrea sta cercando un posto per l'auto: vorrebbe guidare fin dentro alla camera di suo fratello tanto è felice; ha temuto di perderlo e il suo proverbiale autocontrollo non riesce a governare l'entusiasmo di riavere Sigma in famiglia. Sigma con le sue iperboli e le impennate di un carattere non facile. Sigma e uno stile così distante dal suo: vino, sigari e ore piccole, inconcepibile per chi ha sempre fatto vita da atleta. Lui era lì, all'inizio di tutto: c'era quando è nato, c'era quando lo hanno trattenuto in ospedale perchè qualcosa non andava.

La neve ha già formato un bianco strato di almeno due dita. L'uomo dall'aspetto d'anziano scivola inosservato verso il locale dei bagni. Vi entra, lasciandosi alla sinistra il lungo specchio orizzontale. Ad un tratto si arresta, chiedendosi infastidito chi sia quel vecchio rinsecchito che zoppica affaticato al suo fianco. Osserva meglio: si tratta di sè stesso; curvo, calvo, esangue, la pelle grigia, le labbra svuotate da polpa e colore, screpolate.

Fuori nevica, e sul suo letto c'é una cartella con scritto "guarigione completa". Con la lentezza del fluire, come se un maleficio si fosse spezzato, la sua pelle riprende colore e la sua postura riacquista un'andatura completamente eretta. L'illusione di una vita diversa prende a scorrere in lui, riportandogli energie che possono rivelarsi solo una menzogna, un semplice inganno per fargli riprendere il cammino. Ma tanto basta, al momento per renderlo consapevole di avere solo 28 anni.

Lì fuori ci sono degli orizzonti, delle prospettive. Forse. Probabilmente c'é solo la stessa, solita esistenza miserrima, fatta di delusioni e di aspettative frustrate. Di cadute e di tentativi destinati al fallimento.

Ma questo, in fondo, é solo uno dei tanti giorni in una vita.

4 commenti:

  1. Semplicemente bellissimo, con tanti spunti su cui riflettere; grazie mille, Simone.
    Ciao
    sinforosa castoro

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  2. Io penso che la vita sia un dono, e quando si "nasce" due volte, allora vuol dire che dobbiamo goderne appieno, ma ricordandoci sempre di chi è meno fortunato di noi

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  3. Oddio, secondo me è stato IL giorno della tua nuova vita, ma ognuno poi è libero di apprezzare o meno i regali.
    Ad ogni modo complimenti, bellissimo.

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  4. Mi hai fatto commuovere, intenerire e pensare a tanti momenti inutilmente sprecati.
    Altri giorni in questa vita ti aspettano, tutti singolarmente meravigliosi, come questo racconto. Grazie

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