venerdì 27 settembre 2013

IL DEFAULT DELLA DEMOCRAZIA


Come si può far capire a Silvio Berlusconi che la più seria minaccia per la democrazia in Italia è costituito da tutti coloro che – come lui – hanno recepito in modo distorto il concetto di libertà, piegandolo ai propri interessi? Questa generazione di imprenditori neo-liberisti ha voluto confondere l’interesse privato con quello pubblico e - soprattutto - ha giocato sull’equivoco che libertà significhi assenza di regole; l’assenza di regole porta all’anarchia e al disordine, l’introduzione di regole sotto forma di buone leggi porta ad un equilibrio, che a volte si può chiamare ordine, senza che questo termine debba essere visto come una gabbia che imprigioni l’individualità. Ancora, individualità non significa individualismo, non quando si è parte di un’organizzazione (che si chiami famiglia, azienda, partito politico o Stato). L’appartenenza ad un’organizzazione pone la necessità di un rispetto delle regole che questa stessa organizzazione si è data e su cui essa stessa si fonda.
Rifiutare una sentenza definitiva, compiutasi dopo tre gradi di giudizio ed emessa da un Tribunale competente e legittimamente insediato, equivale a disconoscere l’esistenza stessa dell’organizzazione chiamata Stato Italiano. E’ bene che chiunque ne rappresenti le Istituzioni operi in modo determinato, attivo ed efficace per eliminare questa minaccia; Silvio Berlusconi, infatti, rifiutando la sentenza che lo condanna della Corte di Cassazione, si macchia di un reato ben più grave di quello già spregevole di evasione fiscale: rifiutando le regole del gioco, mette a repentaglio la struttura stessa del Sistema Stato. La sua azione disgregante, pur se condotta con strumenti diversi, è identica a quella delle organizzazioni terroristiche che negli anni 70 hanno scosso la Nazione. E’ simile all’atteggiamento di negazione proprio delle organizzazioni mafiose, che non riconoscono le leggi dello Stato e creano un’organizzazione sotterranea e parallela: non per niente Berlusconi è un affiliato alla Loggia P2.
Silvio Berlusconi non riconosce niente che non sia dalla propria parte: contesta il risultato delle consultazioni elettorali in cui non esce vincitore, contesta le sentenze di condanna, contesta le leggi che imbrigliano la sua spregiudicata attività imprenditoriale.
Su Repubblica di oggi Ezio Mauro rimprovera al mondo politico e Istituzionale la propria passività ventennale nei confronti del piccolo dittatore brianzolo; un’incapacità congenita di opporsi in modo strutturato al fine di limitarlo e neutralizzarne gli aspetti eversivi. Mi trovo in linea con le sue considerazioni: le responsabilità del problema che stiamo affrontando ricadono su tutte quelle forze politiche che hanno negoziato con questo delinquente. Ricadono anche su chi si è offerto o non ha rifiutato di fare da cassa di risonanza per le idee farneticanti del Capo pidiellino. Quando mai un Vallanzasca, un Riina, un Curcio, un Freda hanno avuto l’opportunità di diffondere sulle reti nazionali un videomessaggio in cui dichiarare la propria innocenza, attaccare la Magistratura, offendere i propri avversari politici ed incitare alla rivolta? A Berlusconi è stata data questa opportunità (o meglio: si è preso questa opportunità senza che nessuno lo fermasse): questo – per l’Italia è più umiliante di uno spread a 450%; questo è il default della democrazia.
Da troppi mesi le altre forze politiche ne minimizzano gli atteggiamenti, per non urtarne la suscettibilità, fingono di ignorarne gli obiettivi, cercano di incontrare le sue richieste eversive, il tutto con lo scopo di tenere in piedi un Governo inconcludente che dovrebbe rassicurare gli investitori e le altre Nazioni consorelle nell’Unione Europea. Non vedo come questo esecutivo - fragile e nell’incombenza di un gigantesco ricatto – possa rassicurare qualcuno (forse l’unico ad esserne rassicurato è proprio il signor B.).
E in ogni caso, prima di badare allo spread, all’UE, agli investitori stranieri, occorre raggiungere l’obiettivo della legalità: uno Stato che immola la legalità per evitare una crisi parlamentare (o perfino una crisi economica) è uno Stato che non ha prospettive: la crisi – la crisi a livello complessivo, economica, politica, istituzionale, sociale – arriverà nel modo meno reversibile possibile. Quando mai uno Stato in mano a dei briganti ha costruito qualcosa di duraturo e positivo? Mai.
Quindi potremmo interpretare la decisione delle dimissioni di massa dei parlamentari PDL come l’occasione – la prima occasione – per fare pulizia in Parlamento di pregiudicati, incompatibili e impresentabili. Successivamente – non essendo finita la legislatura – andrebbero indette le elezioni suppletive nei collegi dei dimissionari per coprire i seggi vacanti (con che coraggio il PDL presenterebbe ancora dei candidati?).
I fatti di questi giorni dimostrano che va rivisto il ruolo e la figura del Presidente della Repubblica: l’idea del vecchio saggio dal passato nobile, quieto e silenzioso garante delle istituzioni, è superata: non per niente è stato Berlusconi a voler riconfermare Napolitano; gli faceva comodo avere un vecchio stanco e fragile in quel ruolo, così come a Hitler fece comodo avere un Hindenburg incapace di opporsi alla sua ascesa criminale.
Non ci serve un nonno che dia buoni consigli e che vada a dormire presto; ci occorre che il Quirinale sia occupato da una persona giovane, forte e dinamica, moralmente ineccepibile che sappia contrastare per il futuro attacchi alla democrazia come quelli che si stanno verificando ultimamente.

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