domenica 15 settembre 2013

NIENTE DA CAPIRE

 
 
In una recente intervista, Francesco De Gregori ha confessato di non riconoscersi più in nessun partito della sinistra, tantomeno nel Partito Democratico.

Non sorprende lo sconcerto di tanti elettori di vecchia data che hanno dovuto assistere alla metamorfosi di un'organizzazione politica che - nel corso di venticinque anni - si è trasformata da partito di lotta e di opposizione a movimento di potere.

Le figure di spicco del PCI erano Berlinguer, Ingrao, Pajetta, Amendola: gente così, poco glamour, molto pratica, a volte spietata nelle proprie posizioni, che piacessero o meno (non sempre mi piacevano, ma le apprezzavo perché quelli che le portavano avanti erano persone rispettabili per la determinazione con cui le sostenevano e difendevano); si parlava di lavoro, di lotta di classe, di redistribuzione del reddito, di aborto, di divorzio, di diritto allo sciopero, di appartenenza o meno all'alleanza Atlantica. Non si ponevano questioni relative all'essere o meno fotogenici, nè alla modernità del proprio metodo comunicativo: sapevano comunicare quanto bastava, alla propria maniera, e arrivavano al bersaglio.

Oggi i leader della sinistra sono ossessionati dal confronto con il Re dell'Apparenza, e - come lui - vogliono proporre una facciata patinata e rassicurante: dietro la facciata, purtroppo, abbiamo scoperto non esserci niente; Rutelli, Veltroni, Franceschini con la barba, Renzi e tutti gli altri: belli, bucano il video, niente da dire; ma dopo aver bucato il video, cosa fanno passare da questo buco? Niente. Il vuoto cosmico.

Piuttosto mi lascia perplesso l'affermazione di De Gregori a proposito della metamorfosi del Grande Partito della Sinistra: mi lascia perplesso perchè, a mio parere si deve anche a lui la deriva che ha trasmigrato questo partito da movimento operaio a icona radical chic per intellettual(oid)i e snob altolocati; è come se il Giuseppe Bottazzi di Brescello avesse tolto cappellaccio e fazzoletto rosso e si fosse rivestito da Dolce&Gabbana per sedersi sui divani accoglienti dell'annoiata alta borghesia milanese e romana.

Mentre in parlamento si ammassavano elementi assetati di potere e indifferenti alle cause sociali, nel nuovo partito hanno avuto un ruolo egemone, da un punto di vista ideologico e visivo, numerose figure che della lotta operaia non se ne facevano nulla, e che si caratterizzavano per un atteggiamento altezzoso. aristocratico: da De Gregori a Nanni Moretti, al gruppo satirico coagulato intorno a Serena Dandini (vero braccio armato della propaganda) per arrivare a Fabio Fazio, Jovanotti (!) e Valter Veltroni.

Quest'ultimo, dopo aver trasformato L'Unità - il quotidiano bandiera della classe operaia - in oggetto di marketing, ha rivoluzionato l'antico PCI, dandogli una parvenza kennediana, come se l'impronta kennediana fosse rilevante per i grandi problemi che assillano le classi meno abbienti del tessuto sociale italiano degli ultimi venti anni.

In tutto ciò, il PD non ha fatto altro che specchiarsi nel suo grande rivale - Silvio Berlusconi - al punto che si è confuso nel suo riflesso ed ora non riesce a vivere senza garantire all'antagonista la sopravvivenza politica (immeritata). In sottofondo un ininterrotto bla bla di lotte intestine che non hanno portato nessuna proposta seria; solo posizioni uniformate a quelle del PDL, e un europeismo retorico quanto sterile.

Ora ci ritroviamo, quindi, con una classe dirigente che si nasconde dietro ad un venditore di aria fritta - Matteo Renzi - mentre la base si guarda intorno sconfortata, chiedendosi che fare e i disoccupati e i precari si chiedono dove cercare tutela al momento del voto.

Non c'è niente da capire - come direbbe appunto De Gregori: questa è la conseguenza di ciò che è stato fatto.

Nessun commento:

Posta un commento