mercoledì 11 settembre 2013

QUANDO MILANO ERA DA BERE


Spesso mi sono chiesto se i pubblicitari che hanno realizzato lo spot dell'Amaro Ramazzotti, avessero l'ambizione non solo di incrementare le vendite del proprio cliente, ma anche di lasciare un'impronta duratura nel costume e nel linguaggio italiano. Fatto sta che al giorno d'oggi l'espressione "Milano da bere" restituisce un significato beffardo alla lettura dietrologica di quelli che sono stati gli anni ottanta nel capoluogo meneghino.

Lo spot era un'efficace carrellata su quelli che ai tempi erano i luoghi simbolo della vita serale e notturna milanese, che possiamo definire - con un termine dal sapore anglofilo - smart. Non si trattava di mistificazione, ma di un effettivo modo di vivere, spregiudicato, scioccamente spensierato, ambizioso e superficiale.
Recentemente mi è capitato di rivedere alcuni spezzoni di due film dei fratelli Vanzina, Yuppies e Vacanze di Natale, e mi sono intenerito a dove ammettere che non si trattava di sciocchi film contemporanei ma di veri documentari dai riflessi vagamente satirici di un'epoca che si è chiusa con Tangentopoli ma che bisogna accettare come parte della nostra storia recente.
Ho ritrovato la stessa atmosfera leggendo il libro dell'esordiente Angelica Russotto, intitolato - guarda caso - Quando Milano era da bere. Immaginate due ragazze sufficientemente gnocche e disinibite, una città fiammeggiante animata da locali elegantissimi, popolati da una fauna di arricchiti snob e cafoni, in un'epoca precedente al pool di Mani Pulite; mettete in sottofondo, che ne so, un pezzo degli ABC o degli Spandau, fatevi circonfondere da un'atmosfera vagamente erotica da fast food del sesso e iniziate a leggere. La storia scorre via facilmente, si potrebbe dire che si beve proprio come un'amaro: sì perché in fondo a questo breve romanzo, Angelica Russotto ci fa assaporare l'amarezza che - chiunque abbia attraversato i favolosi anni 80 - ha poi trovato alla fine di quel decennio di incoscienza: alla fine del luccicante trenino durato dieci anni scarsi, c'era la resa dei conti.
Jay McInerney aveva descritto la crisi degli eighties ne Le mille luci di New York: il manager che aveva dissipato la sua vita fra cocaina e party con modelle, si ritrova solo e senza lavoro in una calda mattina d'estate nel cuore di Manhattan e scopre le motivazioni per ricominciare assaggiando un pezzo di pane appena sfornato. Nel libro della Russotto, la protagonista trova - in un freddo mattino milanese - le forze per rialzarsi e la risposta alle domande che l'accompagnano per tutto il romanzo. Questa presa di coscienza di ciò che è stata la sua vita recente è il passo per il suo nuovo inizio.

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