martedì 24 settembre 2013

TIME E IL LATO OSCURO DELL'INDIVIDUO CONTEMPORANEO

Waters - Guilmore - Mason - Wrght, in altre parole i Pink Floyd. Ogni volta che passo del tempo ad ascoltarli, mi rendo conto di quanto essi abbiano rappresentato, nel panorama culturale occidentale, un faro filosofico cui fare riferimento.
L'ultima volta in cui mi sono trovato a fare questo genere di considerazione è stato ieri, mentre ascoltavo Time, un brano tratto dal celebre The dark side of the moon, disco che dal marzo 1973 ancora staziona nelle classifiche inglesi: stiamo parlando di quaranta anni.
Time è un brano che trovo si adatti alla perfezione al momento attuale, periodo storico che vede - più che mai - l'individuo perso alla rincorsa di obiettivi più simili a miraggi destabilizzanti che deformano il senso della vita soggiogando l'individuo.
Il testo di Time è sibillino tanto da apparire premonitore se riletto quarant'anni dopo: nello stillicidio di secondi che rendono noiosa una giornata, l'individuo dilapida e spreca le ore della propria vita, prendendo a calci pezzi di terra nella propria città, in attesa di qualcuno o qualcosa che gli indichi la via, convinto che la vita sia lunga e che ci sia tempo da ammazzare. Finché non si ritrova vecchio e corto di fiato, in definitiva ogni giorno più vicino alla morte.
Ogni giorno della mia vita vedo intorno a me un brulicare di esseri che si agitano senza soluzione di continuità, mossi dalla convinzione di essere prossimi al raggiungimento che renderà significativa la propria esistenza.
In essi io mi rispecchio e - fuoriuscendo da me stesso - mi ritrovo invischiato in quella massa, perso anche io dietro a qualcosa che non riconosco e che ormai stento a ricordare cosa sia, dimenticando che il tempo è una risorsa non replicabile, non rinnovabile.
Achievement, un termine anglosassone ancora una volta aberrato dall'etimologia della carriera, sottoprodotto culturale di retaggio americano. L'unico raggiungimento che l'individuo è attualmente autorizzato a perseguire è il successo professionale, quel pernicioso stato di servizio che permette di distinguere i vincenti dai perdenti, i giusti dagli sbagliati. In e out.
Ogni sera, abbandono il mio lavoro - ad un'ora che considero già tarda - e vedo altri uffici ancora occupati; mi fermo nei bar della mia città e sento pronunciare frasi come "ieri sera sono uscita dall'ufficio alle 10 di sera" oppure "ho lavorato persino domenica"; colgo in queste affermazioni una sorta di autocompiacimento solo in parte mascherato da un tono lamentoso.

C'è una trasformazione, degna di analisi antropologica, che colpisce il maschio e della femmina irretiti in questo turbine snaturante della carriera: abito grigio lui, tailleur grigio lei, un'uniformazione spersonalizzante che li rende tutti uguali. Milano, in questo senso è un museo a cielo aperto sulla mutazione genetica del manager. Ne rido, ma con una certa inquietudine, perché in un certo senso io mi sono spinto - per impostazione educativa e altro che sto ancora esplorando - ai margini di questo universo, che mi ha attratto e spaventato al tempo.

Ripenso a mio papà, un uomo diligente e colmo del senso del dovere, ma che tuttavia non avrebbe mai concepito né accettato l'idea di trascorrere il 50% della propria vita chiuso in un ufficio, aggrappato ad un laptop e ad un blackberry.

"Che idiozia!" lo sento esclamare spesso.

Mi piace osservare gli esseri umani, investigarli più o meno da lontano, studiarli. Provare ad immaginare i loro pensieri, le loro emozioni. E poi avvicinarli, stabilire un contatto, conoscerli. Faccio la stessa cosa con i cinque eletti del top management della mia azienda e scopro che dietro al loro successo, ai loro fottuti achievements, c'è un vuoto abissale. Uno strapiombo nel nulla.

Il CFO, per esempio: mastica principi contabili internazionali come se fossero noccioline; ha una capacità di lettura dei numeri incredibile. Lavora dalle sette di mattina alle nove di sera.
"Cos'hai fatto lo scorso week end?" gli chiesi un giorno. Mi restituì uno sguardo vacuo, mentre mi rispondeva "Niente. Ho letto le mail a cui non riesco a rispondere durante la settimana".
 
Ci si può valutare solo in relazione al tempo lavorato?

E' la trappola di questa epoca: l'esca del successo diventa la gabbia all'interno del quale anche l'individuo dotato di intelligenza si rinchiude, per farsi dire cosa è giusto fare, a cosa ambire, cosa comprare, cosa ostentare, come essere e cosa avere, per venire infine spremuto in nome della produttività e del profitto, reso mansueto con il miraggio dell'autoaffermazione attraverso il percorso dell'evoluzione professionale ascendente.

E intanto il tempo passa, e la fine si avvicina senza che il grande miraggio sia stato raggiunto, finché all'orizzonte si stagliano tutte le inevitabili prese di coscienza tardive, che si accompagnano al logorio del proprio organismo e al vuoto di un cuore nel quale l'ambizione ha scacciato tutte le altre soddisfazioni.

E voltarsi indietro è superfluo: il grande miraggio sta sorgendo per qualcun altro, qualcun altro a cui non interessa l'esperienza appena maturata. L'importante è rincorrere.


Pink Floyd - Time

1 commento:

  1. Corriamo sempre...che poi alla fine anche se si dovesse tagliare il traguardo per primi, non si vincerebbe nulla...e allora mi viene in mente il titolo di una canzone dello "Zecchino d'Oro" - che in queste sere ha monpolizzato l'attenzione di mio figlio - "vivere come un bradipo"...pianino pianino.
    Ciao e complimenti per il racconto
    S.

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