giovedì 3 ottobre 2013

2 OTTOBRE 1977


Nella vita di ogni ragazzino arriva il momento dell’esperienza mistica, quella che ti segna nel profondo: una specie di marchio riconosciuto da subito e, con altrettanta immediatezza, ammesso nella ristretta cerchia dei sentimenti destinati a trascendere lo scorrere del tempo e a durare tutta la vita, nella buona e nella cattiva sorte: una fase destinata a non essere superata.

La mia esperienza mistica è datata 2 ottobre 1977.

Non sto parlando dell’amore, o della prima esperienza sessuale, o del giorno in cui scoprii quale fosse la mia vocazione professionale e la mia fede religiosa (su questi ultimi due temi vado ancora cercando certezze).
Il 2 ottobre 1977 coincide con la mia prima esperienza allo stadio. 
Milan – Lanerossi Vicenza. 
A quei tempi il Milan non era la corazzata travolgente che negli ultimi 30 anni ha dominato l’Europa; negli anni settanta era semplicemente una squadra dal passato glorioso che lottava pur sempre ai vertici e aveva nelle sue fila degli splendidi campioni.
Questo passato glorioso non era nemmeno importante, per quanto mi riguardava.
Spesso ci si perde nel tentativo di spiegare con percorsi logici le ragioni di una scelta; la verità è che le emozioni – l’amore per una donna, il tifo per la propria squadra del cuore, l’amicizia, la passione per un gruppo musicale – non hanno il sostegno della razionalità, vengono fatte d’impulso e solo successivamente le si riempie di motivazioni che si rivelano surrettizie. 
Non mi innamorai del Milan perché vinceva ogni partita, perché tutti i giornali ne parlavano o i miei compagni di classe erano in maggioranza milanisti.
Del Milan mi piacque il fatto che fosse la squadra della mia città, che avesse un bell'accostamento di colori (il rosso e il nero), che giocasse in uno stadio meraviglioso e che fosse la squadra per la quale faceva il tifo mio papà: tanto mi bastava. 
Mi approcciai al Milan con serena fiducia.
Di quel giorno ho memorie ovattate dal passare del tempo, ma non per questo meno vive.
Il giorno precedente quella domenica mio padre mi disse "se domani non piove andiamo a vedere la partita"; ai tempi Milano era ancora una città dal clima sub mediterraneo, pertanto gli autunni partivano in modo dolce e la pioggia, insieme alla nebbia, arrivava solo a novembre. 
"Se domani non piove". 
Passai il sabato pomeriggio ad osservare il cielo, nel timore di vedere nuvole incombenti sulla città e sulla mia partita; si trattava di una paura immotivata, il 2 ottobre si presentò infatti come una giornata soleggiata e tiepida.
Lo Stadio di San Siro, non ancora ingigantito dal terzo anello costruito per i mondiali del 1990, si presentava come un enorme catino di cemento grigio, dall'aspetto monumentale e un po’ lugubre; tutt'intorno, però, era un brulicare di carretti dei gelati, di venditori di caldarroste e di panini, di bancarelle che vendevano maglie, bandiere, cuscinetti e fotografie di Gianni Rivera, l’idolo indiscusso; il merchandising ufficiale che adesso pare rappresentare la principale fonte di sostentamento di una società di calcio non esisteva ancora: pertanto ogni banchetto aveva un prodotto differente dall'altro, senza che si potesse parlare di contraffazione. 
Era come andare ad un’allegra fiera di paese, con la differenza che questa precedeva un evento sportivo, ed era ambientata in una zona semicentrale di una metropoli e non nella piazza di un paesino dal contesto rurale o medioevale. 
Mio padre mi comprò una bandierina di un metro per un metro e un cuscinetto di gomma piuma con i colori della nostra squadra. Poi mi allungò un cartoccio fatto con carta di giornale nel quale fumavano una decina di caldarroste. L’aria era satura di tanti profumi mescolati: pane tostato, castagne abbrustolite, zucchero filato, frittelle, fumo di sigaretta e tabacco da pipa.
L’accesso agli spalti avveniva tramite delle rampe che come enormi fasce a spirale sovrapposte avvolgono il corpo delle gradinate: io e mio fratello corremmo ripetutamente avanti e indietro su quelle rampe, meravigliandoci di vedere la città dall'alto e il brulicare degli spettatori che si affrettavano agli ingressi. Io guardavo sventolare la mia bandierina di viscosa e mi sentivo felice. Finché non svoltammo l’ultima curva della rampa d’accesso: il colore verde del campo ci abbagliò insieme alle innumerevoli bandiere e striscioni che tappezzavano lo stadio.
Prendemmo posto in gradinata e mio padre iniziò a spiegarci come funzionava la faccenda: ci indicò la curva degli ultras, il tunnel da cui sarebbero entrati i giocatori, il tabellone rudimentale che segnava l’ora e il risultato, i riflettori utilizzati per le partite in notturna. Tutto mi sembrava estremamente affascinante (e il bello è che ancora oggi, ogni volta che ci metto piede, provo lo stesso entusiasmo).
Della partita ricordo poco: il Milan vinse 3 a 1, con un gol di Turone e due gol di Maldera; Gianni Rivera recitò il ruolo predestinato del numero 10 tutto genio e sregolatezza da cui la folla si aspetta sempre meraviglie: in quell'occasione fu più sregolatezza che genio e si beccò un’infinità di insulti; il carico maggiore di offese personali fu tuttavia riservato ad Egidio Calloni un centravanti talmente brocco da costringere Gianni Brera a scomodare Alessandro Manzoni e affibbiagli il soprannome di Sciagurato Egidio
Ciò mi stupii: imparai presto che il tifoso ama in modo viscerale e che – come un innamorato deluso – può arrivare anche ad insultare l’oggetto della propria idolatria, salvo poi rimetterlo sul piedistallo alla prima giocata pregevole. Gran parte del corposo bagaglio di parolacce e volgarità che tutt'ora utilizzo, lo appresi su quegli spalti, da quel giorno in avanti: una specie di tradizione orale che si tramanda di generazione in generazione; avevo dieci anni e mi trovavo a gridare e a sbracciarmi, seguendo degli adulti che si agitavano, imprecavano ed esultavano in modo talmente teatrale e coordinato da dare l’illusione che ci fosse una regia superiore: mi sentivo parte di qualcosa, e non era affatto spiacevole.
Negli anni 70 i calciatori erano semplicemente uomini e ragazzi che giocavano delle partite di pallone: non erano modelli, indossatori di capi alla moda; non recitavano nelle pubblicità, non erano testimonial di occhiali da sole; , non si accompagnavano a veline e attricette; non frequentavano discoteche di tendenza né party con modelle e tutte quelle cianfrusaglie da fighetti che contraddistinguono la vita quotidiana dei giocatori del 2000 molto più simili a tamarri che ad atleti.
A vederli dalle gradinate dei popolari, però, questi ragazzi dalle vite ordinarie e dalle pettinature un po’ beat sembravano appena scesi dall'Olimpo del Calcio. La distanza che mi separava dal campo, se alla vista li rimpiccioliva tanto da farli sembrare pupazzetti del Calcio-balilla, ne sovradimensionava il fascino, facendoli assomigliare a semidei irraggiungibili.
In trentacinque anni le cose sono cambiate: le televisioni hanno obbligato le squadre a giocare in qualsiasi momento del giorno, in qualsiasi giorno della settimana; ogni cosa viene pesata e valutata, il denaro è lo scopo del gioco, non lo scudetto o la coppa; i giocatori sono veicoli pubblicitari, i presidenti investitori o politici che cercano di accattivarsi la simpatia ed il voto dei tifosi dalle menti semplici e il cuore grande. In tribuna vanno le autorità in cerca di consenso, le starlette in cerca di pubblicità. Gli stadi hanno dovuto di conseguenza trasformarsi in lussuosi salotti, dove alloggiare anche negozi e ristoranti, per non venire classificati come obsoleti.
Per questa ragione, ancora adesso, mi piace rintanarmi su in cima, al terzo anello che è il più popolare dei settori: lì, lontano dallo sfarzo degli assurdi skybox della tribuna centrale, dai vip che la popolano, si parla solo di calcio, di schemi e di tiri in porta; si sente odore di marjiuana e di birra; ogni tanto incontro qualche bimbo che sale i gradini tenendo per mano il papà mentre sgrana gli occhi per l’emozione di trovarsi nella pancia di quel mastodonte di cemento e acciaio e mi rivedo in lui e so esattamente cosa sta provando.
Lì in alto non vedo tutto lo showbiz che ruota intorno a questo sport, non vedo i tatuaggi e le pettinature alla moda dei miei giocatori.
E mi sembra di assistere solo a una banale partita di pallone.

3 commenti:

  1. sai sempre creare quella alchimia perfetta di sostantivi,aggettivi, verbi...un insieme perfetto.il risultato:sembra di essere li'.complimenti

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  2. A volte dalla parole nascono immagini...altre volte dalle immagini nascono parole.
    Davvero un racconto figherrimo!

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  3. io s.siro l'ho visto in occasioni di concerti...magico...

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