lunedì 28 ottobre 2013

WALK ON THE WILD SIDE



Siamo tutti diversi, in questo mondo. Dipende dal punto di vista dal quale ci osserviamo; il colore della pelle, le inclinazioni e le abitudini sessuali, la fede religiosa, l’abbigliamento, il look, interessi e passioni, le opinioni politiche, la passione calcistica, i gusti musicali, la corporatura e chi più ne ha più ne metta: tutto  differenzia ciascuno di noi da chiunque altro.
In natura la diversità viene vissuta come una ricchezza, la cui mancanza impoverirebbe il mondo. Fra gli esseri umani, al contrario, succede che un gruppo dominante composto da individui che si sono coagulati fra loro sulla base dell’individuazione di pochi fattori comuni si arroghi l’autorità di tracciare una linea per definire arbitrariamente che cosa sia giusto e cosa sbagliato all’interno dell’ordine precostituito del quale fanno parte e che li ha posti al vertice della comunità. Indifferenti al dubbio se questi criteri siano corretti ed etici.
Nasce così, per esempio il temine WASP, acronimo che indica – negli Stati Uniti americani – la razza superiore: white, anglo-saxon, protestant. Bianco, anglosassone, protestante. Detieni queste tre caratteristiche e sei in; non le detieni sei out. Fuori dal giro buono, emarginato, invisibile. Dimenticato.
Lou Reed è cresciuto nei quartieri alti della New York degli anni 60, in quel Greenwich Village in cui cominciava a fermentare una rivoluzione culturale in contrapposizione al conservatorismo sul quale la classe dirigente fondava il proprio potere e la propria sopravvivenza.
Attraverso il potente strumento del rock, il quasi trentenne Lou Reed fece propria la missione di scandalizzare l’America perbenista portando avanti il concetto di diversità, vista dal lato dei consumatori di eroina, degli omossessuali, dei perdenti.
Loser, negli Stati Uniti è un termine totem, l’ossessione di chiunque: uscire sconfitto da un’impresa qualunque equivale tutt’ora a farsi imprimere sulla fronte la L di loser (perdente); nel gergo gestuale dei ghetti e degli ambienti sportivi americani, portarsi alla fronte la mano con le dita piegate a disegnare una L equivale a sbeffeggiare il proprio interlocutore accusandolo di essere un perdente. Che, in quanto tale, va disprezzato.
Lou Reed non ha esattamente avuto cura del proprio corpo: droga, alcool e una vita sregolata hanno minato il suo organismo. Ieri questo organismo logoro e vecchio ha ceduto, portandone via la mente provocatoria e iperattiva.
Quasi a rappresentare una forma di contrappasso, a Roma un giovane omosessuale si è suicidato perché non riusciva più a sopportare la discriminazione che quotidianamente gli si opponeva come un fronte invisibile e silenzioso: a 21 anni ha deciso che questa vita da altri definita sbagliata era insopportabile. Nel biglietto d’addio ha invitato gli omofobi a fare i conti con la propria coscienza.
E’ il terzo suicidio, nel 2013, per ragioni simili. Un’enormità.
Quello che mi agita è l’incapacità di comprendere le ragioni dell’omofobia, così come quelle di ogni forma di discriminazione precostituita e aprioristica: non sono certo uno che ama tutti, ma cerco di evitare che i miei comportamenti e le mie scelte siano guidati da preconcetti.
In Walk on the wild side, uno dei suoi più celebri brani – non il mio preferito che resta Tripitenas’s song – Lou Reed invita a saltare al di là della barricata di pregiudizi che rappresenta la rassicurante coperta dei benpensanti, per scoprire cosa c’è sulla sponda selvaggia della vita.
Credo sia proprio questo quello che manca tutt’ora: nel diverso, nello sconosciuto si vede il pericolo, per una forma istintiva di diffidenza. La conoscenza, sotto forma di istruzione, di informazione, riduce quella zona oscura che genera la diffidenza. E’ il motivo per cui in città cosmopolite come Londa o San Francisco, dove si mescolano genti di differenti colori, culture e abitudini, sia molto meno probabile rinvenire forme di discriminazione rispetto a luoghi, come l’Alabama o la Brianza dove le infiltrazioni dall’esterno sono molto più rare e quindi suscitano il rigetto. Sorprende tuttavia che in una città come Roma che da millenni è soggetta a flussi migratori da ogni parte del mondo e che ha sei milioni di abitanti, la diversità sia vista ancora come un facile obiettivo della prepotenza e del bullismo.
Certo, in Italia il discorso é complicato: l’approccio alla sessualità è influenzato in modo determinante da un malinteso messaggio della Chiesa – per secoli guidata da un’ottusa omofobia che solo ora viene lievemente scalfita dalle parole e dagli atteggiamenti di un Papa illuminato; ciò ha generato una forma di machismo che nel corso della storia ha trovato sponsor importanti. Da Mussolini che spediva al confino gli omosessuali e invitava la donna ad essere la macchina per riprodurre la specie italica (e capirai!), a Berlusconi che, per difendersi non senza ingenuità dalle accuse dei giudici durante il Ruby-gate, sostenne che è comunque meglio interessarsi alle belle ragazze che essere gay, come se essere gay fosse una malattia, una colpa, un vizio.
Spesso inoltre l’omosessualità è stata associata alla pedofilia. Frutto dell’ignoranza, dicevamo. La strada da percorrere per il rispetto (perché è di questo che stiamo parlando) e la convivenza pacifica è ancora lunga: lunga e sconnessa perché insiste sul vuoto culturale e sull’intelligenza complessiva di un popolo.
E allora, let’s take a walk on the wild side.

3 commenti:

  1. Perfect Day....bellissimo pezzo!

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  2. "Just a perfect day
    you made me forget myself
    I thought I was someone else, someone good"

    Sei davvero molto bravo. Scrivi bene. Non che la cosa conti, ma complimenti.
    S.

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  3. Bellissimo articolo Simone, bravo, che altro aggiungere? Hai detto tutto

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