venerdì 15 novembre 2013

MORIRE, DORMIRE, SOGNARE FORSE



Mi gusto il fumo dell’ultima sigaretta prima di salire, certo che questo sia l’ultimo amaro che guasterà la mia bocca per molto tempo. Nel cortile, decine di enormi Audi, tutte austere, scure, e rigorosamente aziendali, mi osservano seriose dall’angolo dei loro fari sagomati.

Lui è di sopra che mi aspetta: sì, l’uomo del Valore Aggiunto uguale a zero sa già che cosa gli devo raccontare, e ciò mi riempie di una frenesia sarcastica e dissacrante. Schiaccio il mozzicone nel portacenere, sistemo il nodo della cravatta e abbottono la giacca: sono pronto. Entro nell’ascensore e mi appresto alla lenta ascesa verso il piano nobile, destinazione top management. Davanti allo specchio, nel grande ascensore blu, provo smorfie e linguacce. Sgrano gli occhi, aggrotto la fronte. Sbuffo. Faccio persino una pernacchia. Rido.

Parquet rossiccio, pareti bianchissime, porte socchiuse dalle quali si intravedono scrivanie lucide, serigrafie alle pareti e gigantesche piante di ficus elastica: Fantozzi è passato anche di qui. Le segretarie dei megadirettori sono eleganti e con la faccia deformata dal sussiego; mi incrociano senza capire lo stato catatonico che mi muove lungo quei corridoi silenziosi e solenni.

La porta del mio capo è aperta, questa volta. Strano, dal punto di vista di chi la trovavo sempre chiusa. C’era sempre qualcuno di più importante di me. Qualche manager americano, o giovani colleghe da suggestionare con atteggiamenti da Wall Street. Magari anche qualcuno dei miei collaboratori, desideroso di scavalcarmi e di trovare un orecchio comprensivo per le lamentele sulla mia pretesa di disciplina.

Ma oggi è il mio giorno e tutto mi si spalanca. VA-zero è in piedi, accanto alla sua scrivania, le braccia conserte, lo sguardo che vaga nel vuoto. Al telefono quando gli ho chiesto cinque minuti di tempo per presentargli di persona le dimissioni ha emesso un piccolo sospiro; no, meglio: un gemito soffocato, come se una stilettata lo avesse trafitto. Come se si aspettasse di avermi sempre nella sua squadra a smazzare, a correre, a sostituirmi alla sua assenza, e a subire le sue meschinità, le sue gelosie, le sue debolezze di uomo paranoico convinto sempre che esista al mondo qualcuno che vuole fotterlo, qualcuno da fottere.

Mi invita ad accomodarmi con un ampio gesto della mano, insolitamente ospitale. In questo istante sento un nodo allo stomaco e il respiro che fatica a fluire. "Questa ansia è figlia di un retro pensiero che non ha più senso di esistere – mi dico – lui non può più farmi male".

- Vuoi un caffè, Sigma? – mormora con la sua voce da bamboccio viziato, mentre armeggia dentro un armadietto alla ricerca delle capsule di Nescafé.

- No, grazie – la mia voce esce secca, mi è piaciuto il suo suono; fermo, sicuro, non tremolante come usciva di solito quando dovevo fronteggiare il suo umore scostante, il suo broncio infantile.

Prepara il suo caffè, appoggia alla scrivania la grossa tazza con i colori della Juventus e si siede. Mi fa un cenno con il capo per invitarmi a parlare, la pantomima diversiva è finita: tocca a me.

- Gli americani, quelli che ti piacciono tanto, suddividono il cambiamento in due tipi: change for gain – change for pain. Ecco, per me queste dimissioni sono un cambiamento: un change for pain, perché qui io sto malissimo, e la causa di questo mio malessere sei tu. Solo tu.

Resto a guardarlo un istante, mentre riceve il colpo. O fa finta di riceverlo. La sua faccia è così impermeabile alle espressioni sincere che non si ha mai la certezza di cosa stia provando. Avrei voglia di prendere quella tazza da bambinone e tirargli il caffè bollente in faccia. O picchiargliela sul cranio calvo.

- Non credo che le mie dimissioni ti sorprendano, né che ti dispiacciano, visto che hai quotidianamente fatto di tutto per mortificarmi, delegittimarmi, contrastarmi.

- Qui ti sbagli. Se sei obiettivo devi riconoscere che i progressi della tua carriera hanno scritto il mio nome e cognome.

- Certo. Fintanto che ti facevo comodo. Ora mi vedi come una minaccia e da anni stai facendo di tutto per destabilizzarmi. Hai vinto tu.

Ha vinto, eppure è lo sconfitto. Io ho perso, perché lascio tutto ciò che avevo seminato in dieci anni; eppure vinco, perché sono libero. Lui ha perso: ha perso me.

Mentre balbetta preconfezionate frasi di circostanza per definire in modo superficialmente lusinghiero ciò che io ho fatto e le ragioni per cui lui vorrebbe che restassi, stacco l'audio, smetto di ascoltarlo e penso.

Penso a quanto sia difficile dare un taglio, chiudere definitivamente una porta. Lasciarsi alle spalle decine di rapporti coltivati e rafforzati in dieci anni di fatica quotidiana, di confronti e incontri, di lavoro serio e stancante. Lasciare alle spalle tutto ciò, sopraffatto dalla gelosia altrui, dalle trame dell'invidia, dai piccoli soprusi clandestini; dalle piccole dosi di veleno quotidiano che ho dovuto assumere in silenzio, minacciato da un invisibile e gigantesco ricatto che metteva in discussione la mia posizione, il mio posto di lavoro.

Ogni distacco richiede coraggio, incoscienza, e stanchezza. Guardo VA-zero negli occhi, mentre le sue labbra continuano a pronunciare un non richiesto elogio funebre alla mia carriera in questa azienda; lo guardo e mi viene in mente Shakespeare e il monologo di Amleto: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Io ho combattuto a lungo contro la sua meschinità. Sono stanco, e questa stanchezza da troppo tempo mi ha parlato di fuga. Ecco perché oggi non ho paura di andarmene. La fuga mi ha sempre affascinato: oggi si mollano gli ormeggi, e da domani si va a scoprire un nuovo mondo.

Mi alzo, non sono sicuro che abbia finito di parlare, ma non ha molta importanza. Gli tendo una mano - retaggio di un'educazione elegante che mi é stata impartita e che mi insegna a sorridere anche quando avrei voglia di chiudere con un vaffanculo.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.

Ora non ho più remore.

4 commenti:

  1. Tutti utiĺi e nessuno indispensabili.
    Attingere a piene mani,qualche complimento ogni tanto e poi sostituire il malcapitato quando non serve piů.
    Sei libero Sigma!

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  2. una fuga che, visti i tempi, immagino "protetta" da un nuovo lavoro che ti aspetta...sei stato bravo Sigma, ma anche fortunato...non tutti possono prendersi questo lusso...

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  3. Dunque come si dice "chiusa una porta si apre un portone".

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  4. io la tazza l'avrei comunque spaccata su quella boriosa testa di cazzo!!!!!

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