sabato 23 novembre 2013

NOMEN OMEN


Due toni e un semitono, tre toni e un semitono: è tutto qui. E' la scala musicale.

In un celebre film di Sidney Pollack intitolato La mia Africa, Dennis Finch Hatton (interpretato da un iconografico Robert Redford) invita Karen Blixen (Meryl Streep) ad un suggestivo pic nic in un luogo sperduto nel cuore del Masai Mara. Mentre consumano il pasto discorrendo, Finch Hatton accende un grammofono dal quale si diffondono le note del Concerto per clarinetto in La maggiore K622 di Wolfgang Amadeus Mozart. Questo induce alcuni babbuini ad uscire incuriositi dal bush nel quale vivono nascosti e a disporsi in semicerchio, affascinati da quel suono inaspettato. Osservando divertito il loro stupore, Redford-Finch Hatton commenta più o meno così: "Pensa cosa deve essere per queste scimmie: prima il nulla. Poi Mozart".

Non ricordo quando fu che ascoltai la musica per la prima volta; ma sono certo che a me abbia fatto lo stesso effetto di Mozart su quei babbuini. Un rapimento ininterrotto, che ancora oggi mi domina e controlla il mio umore. Una droga benefica che mi turba ed eleva, molto più della marijuana, molto più dell'alcool; il tutto senza lasciare alcuno strascico di malessere, né danno permanente al mio organismo. E che tuttavia dà dipendenza.

Da piccolo ascoltavo Chopin: mio padre era pieno di dischi e io passavo i pomeriggi ad alternarli sul vecchio giradischi di marca Geloso, cercando di interpretare quella strana sensazione di struggimento che mi coglieva ad ogni sonata.

Un giorno, avrò avuto sei anni, venni invitato alla festa di compleanno di Lulù, una bambina francese che abitava sul mio stesso pianerottolo. Era una festa semplice, con tanti bambini timidi che si accalcavano intorno ai biscotti e ai tranci di pizza; le femmine confrontavano le proprie bambole, i maschi si prendevano a spintoni. Io, timido e un po' introverso, avevo trovato nello scatolone dei giocattoli di Lulù una piccola chitarra ed uno xilofono, ed avevo passato alcune ore - avulso dalla confusione che mi girava intorno - a scoprire i suoni che questi due strumenti emettevano. Tornai a casa e dissi chiaramente ai miei genitori che io da grande avrei voluto essere un musicista e che mi sarebbe piaciuto suonare la chitarra.

Mio padre, impiegato modello figlio di un operaio, denso di pragmatismo lombardo e profondo cultore del posto fisso nella stessa azienda, mi guardò perplesso. Mia madre scosse il capo, mi sorrise e - accarezzandomi sulla guancia - mi disse: "Ma no, Sigma, tu devi studiare e laurearti". Lo disse in modo così dolce e definitivo, che mi sembrò di aver detto una grande sciocchezza. E abbandonai l'idea di suonare uno strumento: anzi, quell'idea mi sembrò a lungo un'idea cretina.

Tuttavia, se non potevo suonare uno strumento, niente mi vietava di esplorare la musica. Ed è quello che feci. Certo, lo feci - come sempre quando mi metto ad esplorare - in modo confuso e privo di metodo. Ero un ragazzino che viveva a cavallo fra gli anni '70 e gli '80 e mi lasciavo sorprendere e incuriosire da tutto quello che le radio indipendenti trasmettevano disordinatamente. Ricordo Let's 'o chant, di Michael Zagger Band, Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri, per arrivare (fortunatamente) a Another brick in the wall dei Pink Floyd. Senza trascurare Chopin, Beethoven e Domenico Modugno, del quale i miei genitori erano innamorati. Un melting pot totale, a pensarci bene.

Il rock si impadronì poi della mia adolescenza: passavo i pomeriggi con le cuffie in testa, ad ascoltare in loop Making Movies dei Dire Straits, piuttosto che Darkness on the Edge of town di Bruce Springsteen. O ancora l'intero concept album di The wall. E, mentre la musica mi fluiva dalle orecchie per animare tutto il mio corpo, mimavo i gesti di Mark Knopfler, di Steve Van Zandt o di David Guilmour, o di Eric Clapton fingendo di avere in mano una chitarra: mi dimenavo come se fossi su un palcoscenico, di fronte ad una folla che osannava il mio talento. Non mi sentivo per niente idiota, anche se alla fine di ogni brano scoprivo le mie mani vuote e una strana sensazione di incompletezza nelle vene. Capivo, che non sarei mai diventato una rockstar, e dovevo farmene una ragione.

Poi venne l'università, una malattia, il lavoro, la famiglia. E i miei sogni di ragazzino si sedimentarono nello strato di ciò che avrei voluto fare ma non ebbi il coraggio di intraprendere.

Finché non mi imbattei in Felice.

Felice ha l'aspetto di un vichingo incanutito: i capelli bianchi con il ciuffo sulla fronte, i folti baffi a manubrio color dell'argento. Gli occhi azzurri, quasi di ghiaccio, sempre socchiusi nell'espressione di chi scruta. Un vichingo in pensione. Sì, perché nella sua vita precedente è stato un manager apprezzato: e quando l'azienda svizzera per la quale coordinava le vendite gli ha proposto un contratto oltre il pensionamento, lui ha risposto: "No, grazie. Sono ancora giovane, voglio camminare in montagna e suonare la chitarra".

Nomen omen: ora Felice è felice; frequenta liutai, organizza jam session con jazzisti professionisti, accompagna maestri di canto, studia pianoforte, esplora la musica e gli strumenti musicali.

Il vichingo suona la chitarra da quando aveva sette anni: dall'età - cioè - in cui avrei voluto iniziare anche io. Ma non importa: adesso l'ho trovato, ed è diventato il mio maestro e adesso io ho di nuovo sette anni. Mi ha fatto comprare una chitarra da principiante e ogni settimana mi riceve nel suo bell'appartamento, nel quale mi insegna a leggere la musica, mi spiega la composizione di un accordo maggiore o minore. E - alla fine della lezione - parliamo di musica, spaziando dal jazz alla bossa nova, finendo al rock o alla lirica rivisitata con le sei corde.

Non sarò mai una rock star, questo è inevitabile. Ma ora suono, e questo mi basta, ed è una sensazione bellissima, anche se nessuno mi ascolterà mai. Tantomeno dei babbuini usciti dal bush.

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3 commenti:

  1. E' bellissimo trovare qualcuno che non abbandona i proprio sogni.

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  2. "
    "A parte che i sogni passano se uno li fa passare
    alcuni li hai sempre difesi altri hai dovuto vederli finire..."
    Tu non li hai fatti passare e li hai difesi.
    Grazie per il bellissimo racconto che mi ha commosso...uno dei più belli.
    S.



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  3. Ho scritto un post It, "ascoltarti mentre suoni".
    Che poi... L'ho già fatto.

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