venerdì 27 dicembre 2013

FUMO SULL'ACQUA (E FIAMME NEL CIELO)


La mattina del 4 dicembre 1971 il cielo di Montreux era nitido e l'aria frizzante e tersa. I villeggianti - fossero essi ricchi banchieri ginevrini, imprenditori parigini in cerca di pace, semplici turisti o hippies alla ricerca del contatto con la natura -  passeggiavano a coppie sul lungolago, parlando a voce bassa, stringendosi al petto raffinati abiti dal gusto vagamente inglese o giacche di lana alpaca tessute artigianalmente in qualche comune. Gli eleganti palazzi si specchiavano nella gelida acqua blu, riflettendo le linee art déco e liberty che rendevano la cittadina un gioiello fra le montagne. I dehors degli alberghi e dei caffè erano pieni nonostante il freddo dell'inverno che avanzava. Nell'aria si percepiva Chanel N°5 o acre tabacco da pipa.

In ogni caso nessuno voleva perdersi il tepore di quel sole deciso e brillante.

Splendide Jaguar e Aston Martin scivolavano tronfie per le strade fiorite, saturando l'aria con il rombo brillante dei propri motori, per poi scomparire lungo i tornanti che portavano verso la grande città.

Capita, a volte, che impercettibili coincidenze si verifichino per cambiare involontariamente il corso della storia. Capita, per esempio che quel giorno a Montreux soggiornassero contemporaneamente Frank Zappa e i Deep Purle, miti in ascesa del panorama rock mondiale.

Frank quella sera era in cartellone al Casinò insieme ai The Mothers, mentre i Deep Purple avevano deciso di trasferire lo studio di incisione (noleggiato dai Rolling Stones) all'interno di alcuni locali del Casinò: la loro vena esplodeva di creatività e il loro entusiasmo era chiaro a tutti i menbri della crew. Machine Head il prossimo disco, era sulla rampa di lancio: gran parte dei pezzi erano pronti per essere incisi e altra roba frullava nelle teste dei musicisti.

I ragazzi decisero di prendere alloggio poco distante dal luogo dove avrebbero lavorato per i giorni successivi. Nel pomeriggio il fermento per il concerto di Zappa era già palpabile e una folla eterogenea e variopinta cominciava a muovere verso il Teatro.

I Deep Purple per quel giorno si erano regalati una giornata di pausa e riflessione. Campeggiavano nell'enorme suite dove avevano fissato la propria base, cercando di evitarsi a vicenda, non per antipatia reciproca, ma solo per concentrarsi sul lavoro che li attendeva, in attesa che il buio calasse dalle montagne e li traghettasse all'indomani quando avrebbero imbracciato gli strumenti e prodotto quella musica che ormai veniva definita hard rock e che stava spazzando ogni altro genere moderno.

Jon Lord, il celebre tastierista del gruppo era sulla terrazza, impegnato in una lunga intervista con un giornalista francese, giunto fin lì proprio per intervistarlo e chiedergli della genesi di Child in time, il brano pacifista che egli aveva saputo rendere immortale con le note del suo Hammond. Di Ian Paice si erano perse le tracce: uscito con il cappellino da baseball ben calato sulla fronte, gli occhiali scuri e le mani sprofondate nelle tasche di un pesante giaccone col bavero alzato, aveva preso una via interna, tenendo un buon passo ed era scomparso. Il suo viso era cristallizzato in un'espressione impenetrabile.

Ritchie Blackmore, stranamente taciturno, era sprofondato in una poltrona e pizzicava con due sole dita le corde della sua Fender ripetendo ossessivamente - lo sguardo perso nel vuoto - un riff a cui non riusciva a dare un seguito. Il suono non era male, ma la smorfia sul suo volto lasciava intendere che il processo creativo non fluiva come avrebbe voluto.

Roger Glover, il bassista del gruppo, con un enorme bicchiere di whiskey miscelato con Coca Cola, lo guardava perplesso annuendo ritmicamente mentre cercava di assorbire quella combinazione di accordi. Forse semplicemente cercava di incoraggiare l'amico a proseguire l'esplorazione. Si raccolse i capelli in una coda rudimentale e si sedette sulla poltroncina accanto al chitarrista.
- Non é male - bofonchiò dopo aver ingollato l'ennesima sorsata di coca e whiskey - non é per niente male.  
Ritchie lo spiò da dietro la zazzera ricciuta, rivolgendogli uno sguardo sarcastico. Non amava i commenti di nessuno e Roger quel giorno sembrava preda delle tipiche smanie che precedevano ogni incisione. Sbuffò e si fregò il volto con l'avambraccio: poi riprese, toccando le corde libere del la e del re, poi le stesse corde al terzo tasto, poi al quinto, poi ancora libere, poi al terzo, al sesto, al quinto, poi daccapo e ancora al terzo e infine libere.
- Non é male, dici? L'ho in testa da settimane, ma non esce altro. Dov'é Ian?
Glover fece spallucce e con un movimento del capo indicò oltre la porta:
- L'ho visto che entrava con due groupies, credo che ci stia dando dentro - ridacchiò e camminò come un gorilla stanco, picchiando i piedi sul parquet, le braccia molli lungo i fianchi, fino agli ampi finestroni che offrivano un magnifico scorcio sul lago. Da lì si vedeva benissimo l'ingresso al Casinò.
- Ritchie, ascolta: Frank fa musica al Casinò, stasera, lo sai?
- Sì, ho saputo.
- Dovremmo andarci: credo che ci farebbe bene. Ci svagherebbe.
- Non credo, ci confonderebbe solo le idee. Domani si incide.
Roger saltò in ginocchio su un divano, palpando le tasche del giubbotto di pelle alla ricerca di qualcosa da fumare. Scosse la testa:
- Piano, ragazzo: si incide, sempre che ci venga l'ispirazione. Non credo che sia sufficiente aver noleggiato lo studio mobile di Mick per poter mettere insieme un disco decente. Ammettiamolo - sibilò mentre accendeva una canna di marjiuana - non é che al momento si produca qualcosa di buono. Questo luogo claustrofobico mi toglie definitivamente l'ispirazione - fissò Blackmore con pietà - guardati, Ritchie: ti accanisci su quei quattro accordi; la verità é che anche tu sei spompo; abbiamo fatto mesi di superproduzione, dovremmo distrarci un po'.

Dall'altra stanza arrivavano urletti e risatine: Ian se la stava spassando. Le due giovani groupie erano rimaste in biancheria e si strusciavano lascive sul frontman del gruppo, passandosi bottiglie di birra, rovesciandone maldestramente parte del contenuto su Gillan e baciandolo a turno. La porta della camera era socchiusa e Blackmore intravvedeva le cosce rosa di una delle ragazze.

- Lui sembra ispirato - ridacchiò accarezzando la Fender.
- Forse dovremmo darci da fare anche noi.
- Che palle, Roger. Non oggi: é così tutte le volte che ci muoviamo. Raccattiamo manciate di ragazzine, ce le passiamo, ci svuotiamo e poi cambiamo aria. Oggi non ne ho voglia. Oggi sto qui, con la Fender, e lavoro su questi accordi.
- Come vuoi, contento tu...
- Roger, ci sta andando tutto alla grande, alla grandissima, direi. Di cosa ti lamenti? Stiamo spaccando, letteralmente spaccando le classifiche, la gente ci vuole, vuole i nostri dischi: gli Stones ci hanno offerto il loro studio, ti rendi conto? Contento io, certo! Cosa potrei volere di più in questo momento?

L'orologio a muro segnava le otto, e il buio si era rovesciato dalle montagne per spegnere ogni bagliore sulla superficie del lago. Solo le luminarie dei grandi alberghi facevano ancora luccicare l'acqua. Il Casinò era illuminato a giorno. Il concerto di Frank Zappa aveva sicuramente avuto inizio. Glover guardò sconsolato l'ennesima bottiglia di Talisker vuota e inutile.
- Vorrei dell'altro whiskey e del ghiaccio! Ecco cosa vorrei adesso.
- Forse hai bevuto troppo, Roger. Di questo passo moriremo tutti. E rapidamente.
Roger scrollò le spalle; prese la giacca di pelle, se la chiuse fino alla gola ed uscì sul balcone.
- Magari da qui si sente qualcosa - gridò a Blackmore.
- Vado a mangiare un boccone - gli rispose l'altro - vedrai che mi torna l'ispirazione!

Il cielo si era rannuvolato e aveva assunto in aspetto incombente, quasi inquietante. Roger fumò di tutto, in solitudine, sfidando il freddo e la fame. Rimase con lo sguardo perso nel vuoto, captando le note di Zappa & The Mothers come un suono misterioso e magico. Rimpianse di non aver vicino Ian Paice: almeno avrebbero lavorato un po' alla sessione ritmica dei brani recenti, gli sarebbe passata quella smania che - in quelle occasioni - lo colmava di frustrazione. Iniziò a tamburellare sul parapetto, simulando di tanto in tanto con le dita il movimento sulle corde del basso. Poi udì con nettezza un botto. Come un'esplosione. E la musica cessò all'improvviso, per venire sostituita da un rombo sommesso, un vociare confuso e crescente. Pochi minuti dopo - non molti, per la verità - un fumo nero prese ad oscurare le luminarie all'altezza del casinò. Dalla finestra non era ben chiaro di cosa si trattasse, ma - poco dopo - il bagliore delle fiamme fu ben visibile.

- Por-ca put-ta-na - sillabò - che cazzo sta succedendo là in fondo?

Quello che stava succedendo dipendeva dal fatto che al concerto di Frank Zappa qualcuno - un grandissimo idiota irresponsabile - aveva sparato un razzo segnalatore contro il pavimento, appiccando colpevolmente un incendio: si era arrivati all'assolo di tastiera di un brano intitolato King Kong quando il fuoco era divampato inondando di fumo acre tutto l'ambiente. King Kong, lo scimmione, il palazzo in fiamme: sembrava una macabra metafora, invece era solo un incubo a mille gradi.

I musicisti erano stati abili a fuggire svelti dietro alle quinte e da lì a sottrarsi alle fiamme. Ma il pubblico in sala era stato colto da un panico scomposto e centinaia di persone di accalcavano all'uscita, mentre lingue di fuoco si allungavano nel cielo, rischiarando tragicamente la notte e arrossando le nuvole che - addensandosi lentamente - avevano formato un coperchio su Montreux.

L'adrenalina, unita all'aria fresca, avevano scosso dal torpore Roger Glover, che ora seguiva lucidamente tutta la vicenda. Le dita quasi impresse nel parapetto a cui si aggrappava pieno di orrore e senso di partecipazione. Vedeva grosse nuvole di fumo diradarsi sull'acqua nera, il fuoco divampare verso l'alto; udiva urla di spavento e richieste di soccorso. Dal suo balcone poteva vedere con chiarezza l'attività frenetica di Claude Nobs, il direttore del Casinò. L'uomo, abbandonata la giacca del suo smoking, entrava di continuo nel locale ridotto a fornace, per uscirne ogni volta sorreggendo persone scosse o disperate.
- Quell'uomo é tosto - ridacchiò ammirato Glover, mentre seguiva le operazioni. Perse il conto di quanti furono gli spettatori salvati dal Directeur, mai in preda al panico, eroicamente impegnato nelle attività di soccorso.

Alla fine di quella drammatica nottata il Casinò era un cumulo fumante di legno e cemento e vetro, ma avrebbe potuto andare peggio. Glover si sentiva stanco come se avesse lavorato fianco a fianco con Nobs. O forse erano stati la droga e l'alcool a bruciargli le energie. Fatto sta che strisciò fino alla sua camera, senza accorgersi di essere rimasto solo nella suite. Cadde sfinito sul letto e si calò in un sonno profondo, tracciato da un sogno lento e definito come una cicatrice.

Riprese i sensi dopo moltissime ore. Era quasi pomeriggio. Sentiva delle voci: erano Paice e Gillan che discutevano animatamente. Barcollò fino al salone, in mutande e giaccone di pelle, i calzini calati alle caviglie: era inguardabile; i due compagni gli rivolsero un'occhiata colma di disgusto.
- Il Casinò é stato distrutto da un incendio, ieri sera.
- Lo so bene, ho visto tutto. Quel tipo, Nobs, l'ho conosciuto due giorni fa, si é dato parecchio da fare per mettere in salvo gli spettatori.
Gillan alzò un sopracciglio.
- Per poco il fuoco non si fotteva il nostro studio mobile.
- Cazzo, non ci ho pensato. Jagger ci avrebbe aperto il culo...
- Vestiti dai, che dobbiamo spostare gli strumenti.
- Ok, ma dovete ascoltarmi, mentre andiamo: ho fatto un sogno, a proposito di questo incendio. Devo parlarne con Ritchie, stava infilando degli accordi ieri sera: ho in mente delle strofe, potrebbe venirne fuori qualcosa di buono.
- Va bene, Roger, ma andiamo: dobbiamo spostare tutto al Pavillon.
- Al Pavillon? Ma é un buco di teatrino!
Ian lo prese per le spalle, mentre Roger si abbottonava la patta dei pantaloni:
- Hai ragione Roger, ma vedrai: andrà benissimo per noi - sorrise, colmo di fiducia e di entusiasmo - oggi si incide!!!

Arrivarono al Pavillon che era pomeriggio inoltrato. Roger aveva rimediato una bottiglia di Jack Daniels. Una groupie aveva portato delle bottigliette di coca cola da un bar del quartiere; la brunetta era riuscita persino a rimediare del ghiaccio ed ora guardava Glover sbattendo le palpebre dalle lunghe ciglia in attesa di gratitudine.
Glover sembrava posseduto: le rivolse solo un movimento del capo e, mentre mescolava i due liquidi brunastri, raccontava a Blackmore il suo sogno.
- Che ne dici? Sei andato avanti con la base musciale?
Blackmore increspò le labbra in un sorriso e gli fece sentire la sequenza di accordi che si era decisamente allungata nella notte. Glover lo seguì, preda di un rapimento repentino, con gli occhi fissi sulle sei corde; muoveva la testa a ritmo, avanti e indietro, avanti e indietro. Fece un cenno con due dita, per richiamare l'attenzione di Gillan. Questi abbandonò i tecnici del suono e si inginocchiò vicino a loro. Il bassista gli allungò un pezzo di carta intestata dell'albergo dove soggiornavano. Era tutta accartocciata e l'inchiostro presentava alcune sbavature. In più era macchiato di scuro, presumibilimente del Talisker. Le strofe erano ben chiare, tuttavia e narravano di un incendio che aveva devastato il Casinò di Montreux durante il concerto di Frank Zappa & The Mothers. Gillan lo lesse, poi restò ad ascoltare. Inarcò le sopracciglia e fece spallucce.
- Non é male, se ci avanza spazio sul disco possiamo metterla. Portiamola avanti e vediamo se funziona. Adesso diamoci da fare, perché oggi si incide fino a notte fonda!
Strizzò l'occhio a Glover e gli diede una pacca sulle spalle:
- Come hai deciso di intitolarla, Roger?
Roger si lisciò il mento e disse:
- Pensavo di intitolarla Smoke on the water.

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