mercoledì 8 gennaio 2014

L'EPOCA DEI VAMPIRI







Ora che anche Moody's ha sollevato dei dubbi sulla solidità della struttura finanziaria di Fiat dopo l'acquisizione di Chrysler, i cori e le genuflessioni della stampa di potere che hanno osannato Marchionne sembrano ciò che in realtà sono sempre stati: uno strampalato balletto di servi di scena, un cacofonico concerto di pappagalli addomesticati.


Chi, dotato di un'intelligenza degna di questo nome, ha letto i titoli trionfalistici che - solo pochi giorni fa - annunciavano l'incorporazione del marchio di Detroit nell'impero di Casa Agnelli - non può che avere storto il naso: l'esultanza di Marchionne era lecita dal personalissimo punto di vista del CEO di Fiat e della famiglia che storicamente ne detiene il pacchetto di maggioranza; tuttavia non poteva essere condivisa e corrisposta dall'Italia intesa come Stato, Popolo, Sistema Economico. Quei giornali che definivano l'operazione come una vittoria per l'Italia trascuravano infatti alcuni punti fondamentali che rappresentano lo sviluppo passato e futuro della storia di Fiat in Italia, almeno per quanto riguarda gli ultimi settanta anni di storia economica e politica del nostro paese.


Innanzitutto, la Fiat che si é permessa di impiegare un volume ingente di risorse finanziarie per regalarsi il giocattolo americano é la stessa azienda che - dagli anni settanta in avanti - ha ricevuto un continuo sostegno dallo Stato Italiano, sotto forma di finanziamenti a fondo perduto per investire in zone depresse; é la stessa azienda che ha scaricato sullo Stato italiano il peso dei fallimenti del proprio management, mediante lunghissimi e onerosi cicli di cassa integrazione; é la medesima azienda che - dopo aver ricevuto i suddetti finanziamenti a scopo di incentivo ad investire al Sud - ha scelto di chiudere o ridimensionare quegli stessi stabilimenti che avrebbero dovuto essere il frutto dell'incentivo all'investimento; infine, é la stessa azienda che ha optato per l'apertura di siti produttivi in Paesi del Terzo Mondo, dove sfruttare la manodopera a basso costo per costruire baracche da vendere in italia a prezzi elevati, creando disoccupazione in Italia e una classe di operai sottopagati in Brasile e Polonia.


E' la Fiat cannibale che ha acquistato a prezzi stracciati, nel corso degli anni, la Innocenti, l'Autobianchi, la Lancia, l'Alfa Romeo; con l'intento apparente di risanarle e rilanciarle; di fatto, poi, le fabbriche di tali ditte sono state smantellate, il personale licenziato e solo il marchio mantenuto in un disegno che prevedeva l'imposizione di un monopolio in uno specifico settore dell'auto sul territorio italiano, almeno fino all'arrivo delle case giapponesi.


Nel giorno del supposto trionfo, Marchionne sembra aver dimenticato la disponibilità  che i Governi della Repubblica hanno mostrato per almeno quattro decenni; nemmeno a parlarne di restituire quanto ricevuto: i fondi risultanti da lustri e lustri di vampirismo finanziario e imprenditoriale a danno delle aziende italiane facenti parte del cosiddetto indotto Fiat, ai danni delle casse dello Stato, ai danni della gran parte dei lavoratori italiani, sono stati investiti in una impresa finanziaria vanagloriosa e priva di alcun orizzonte interessante per chi vive e lavora all'interno dei confini italiani.


"Ora siamo costruttori globali" ha affermato Sergio Marchionne. Avremmo preferito che Fiat fosse un costruttore italiano, sensibile alla responsabilità che un imprenditore deve avere nei confronti del proprio ruolo di manutentore del tessuto sociale del luogo di appartenenza, che  - in questo caso - dovrebbe essere l'Italia.

Senso di responsabilità che avrebbe dovuto fargli porre domande del tipo: l'acquisizione di Chrysler porterà benefici agli operai e agli impiegati del Lingotto, di Termini Imerese, di Pomigliano d'Arco? Porterà benefici all'economia italiana? Creerà nuovi posti di lavoro o rimetterà in movimento l'economia di molte piccole imprese che per moltissimi anni sono state strangolate da Fiat? Domande che - naturalmente - nessuno della proprietà, nè del top management si é posto.



L'Headquarter di Fiat é di fatto a Detroit dove il vampiro ha già il proprio castello e le risorse stanno già fluendo in direzione del Michigan. E se ad un certo punto Fiat dovesse manifestare una eccessiva fragilità finanziaria derivante dal dover sostenere un impegno tanto gravoso, non c'é problema: ci sarà sempre un Governo Italiano pronto a gettare una ciambella di salvataggio, sotto forma di aiuti, incentivi alla rottamazione, cassa integrazione, negoziazioni per la chiusura temporanea o definitiva di siti produttivi nel Sud.

Soprattutto se - come é ormai evidente - i paladini del più grande partito della sinistra, ispirati ad un new-new labour e capitanati dal rottamatore Renzi che ritiene secondaria la battaglia sull'Art.18, conquisteranno Palazzo Chigi nelle prossime elezioni politiche.


E allora, qualcuno sa spiegarmi la ragione per tanto entusiasmo?

2 commenti:

  1. Egregio dott. Ripamonti,
    mi permetta in primis di complimentarmi per la solita, lucida e impeccabile analisi. Ineccepibile, chiara anche ai non addetti ai lavori come me.
    Le vorrei suggerire la lettura di un bellissimo libro che mi è capitato tra le mani durante le vacanze natalizie (anche se credo che un uomo illuminato ed attento come lei lo abbia già letto) "Le Colpe dei padri" di Alessandro Perissinotto.

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  2. Concordo. L'ho letto anche io. Carino.
    Complimenti per il post
    T

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