domenica 12 gennaio 2014

LOBOTOMIA DI UN POPOLO

In un libro di José Saramago intitolato Cecità, la popolazione di una città immaginaria - in un tempo immaginario - perde progressivamente la vista. I cittadini divenuti ciechi vengono quindi ricoverati in una specie di ospedale dai tratti molto simili ad un carcere, dove vengono accuditi da quelli che ancora non sono stati aggrediti dalla malattia. In tale carcere si viene a sviluppare una nuova organizzazione che prescinde dalle convenzioni, dalle abitudini e dalle leggi che avevano regolato la società fino a quel momento: in virtù di tale nuovo sistema - in cui evidentemente è il più forte a dominare - si scatena una lotta in cui ciascuno è contro tutti gli altri; la conseguenza è la nascita di una dittatura dei pochi che, avendo ancora la vista, possono inevitabilmente dominare i malati.
E' evidente la metafora che l'autore portoghese ha voluto sviluppare in relazione al buio delle coscienze nella società attuale e al ruolo determinante che la (dis)informazione ha giocato nel  realizzare il sistema politico nel quale ci troviamo.
Cecità potrebbe essere ambientato in Italia.
La progressiva perdita della vista ha origini lontane: possiamo individuare i primi anni ottanta come il momento in cui tale malattia ha avuto il suo sviluppo decisivo; la nascita delle televisioni commerciali e l'ascesa di Silvio Berlusconi sono elementi di un disegno preciso, anche se non immediatamente evidente. Le TV private di Cologno Monzese hanno iniziato a proporre una sottocultura e una modalità di informazione mai viste in precedenza. Eccezion fatta, forse, per il TG5 di Enrico Mentana (discutibile fin che si vuole ma improntato ad un tipo di giornalismo di stampo classico).
Per instaurare una dittatura c'è bisogno di due elementi cardine: il controllo delle informazioni e la trasformazione di un popolo pensante in un popolo senza aspirazioni e spinte, quindi manovrabile. Per raggiungere questo scopo è stato messo in atto un progetto su vasta scala, nel quale la televisione ha giocato il suo ruolo decisivo.
La potenza dello strumento televisivo si può percepire analizzando il linguaggio dei bambini di quattro anni, comparandolo con quello dei bambini di alcuni decenni orsono: i piccoli del giorno d'oggi hanno un lessico, una proprietà di linguaggio di ben lunga maggiori rispetto ai piccoli che eravamo noi. Lo sapeva benissimo Alberto Manzi che per primo sfruttò le potenzialità del tubo catodico per diffondere cultura fra le masse analfabete di un'Italia che stava affrontando la transizione da Paese agricolo a Paese industrializzato.
La televisione, entrando in ogni casa, consegna un prodotto che - una volta assimilato - determina incisivamente le nostre opinioni, il nostro linguaggio, l'oggetto dei nostri pensieri. Per le nuove generazioni la tv sta diventando una specie di droga, sulla quale si discute poco.
E qui si viene ad innestare il disegno di chi aspira ad instaurare un sistema dittatoriale: proponendo programmi ad hoc, negli ultimi trenta anni, chi controllava le principali emittenti nazionali ha praticato una precisa lobotomia sui cervelli di un'ampissima fascia della popolazione, modificandone aspirazioni, valori, obiettivi. Lenendo preoccupazioni legittime, soffocando slanci, indirizzando intenzioni.
Dall'altra ha regolato e distorto il flusso delle informazioni distorcendo la percezione della realtà politica, economica e finanziaria, fornendo punti di vista preconfezionati e surrettizi, creando mostri e nemici ad hoc, occultando eventi rilevanti, rendendo lo spettatore (termine che al giorno d'oggi è equiparabile al termine elettore) di fatto incapace di formarsi un'opinione propria ed indipendente, quindi libera.
E' riduttivo pensare che solo Berlusconi abbia operato per rendere cieca la popolazione italiana: una volta capito il metodo, molti ne hanno seguito l'esempio, per esercitare quella forma intermedia di potere finalizzata al perseguimento di quello superiore e finale.

E' impressionante sedersi davanti alla tv ed assistere ad uno qualunque dei principali notiziari: la cronaca politica è superficiale, fumosa e si focalizza più sulle schermaglie fra esponenti di opposte parti politiche piuttosto che esaminare e chiarire al telespettatore la portata dei provvedimenti approvati in Parlamento e le conseguenze che leggi e decreti avranno sulla vita quotidiana di ciascuno. La cronaca Internazionale si limita a fatti di costume o comunque marginali, senza alcun risvolto importante sulla comprensione degli eventi, nemmeno quando si parla di guerre. La cronaca nera, al contrario è morbosa, dettagliata: serve ovviamente a catalizzare la curiosità malata che alberga in ciascuno di noi. Un delitto efferato, uno stupro, storie violente di trasgressione aiutano a non pensare a ciò che non si è capito della cronaca politica e internazionale. Per infiocchettare il pacchetto disinformativo quotidiano, poi, ecco la cronaca rosa: una spruzzata di calendari - culi e tette funzionano da sempre -, di personaggi del Grande Fratello colti a fare shopping a Milano, e l'immancabile Balottelli-story. La marchetta quotidiana a vantaggio del produttore discografico e cinematografico che ha pagato di più, e il telegiornale è fatto. In un'ora scarsa lo spettatore pensa di avere avuto l'opportunità di farsi un'idea sul mondo che gli gira intorno: nei fatti, ne sa meno di prima.
Risultato: cecità totale su ciò che ci succede intorno. Sfogliando i giornali e guardando la tv in questi giorni scopro la virulenza del dibattito sulle unioni gay e sulla liberalizzazione della cannabis. Temo sia fumo negli occhi per nascondere qualcosa di ulteriore che piomberà a babbo morto.

A questo punto dell'operazione di lobotomia del Popolo Italiano si innesta un sistema di riforme ad hoc dell'apparato scolastico, quello che costituiva, o ha costituito per secoli il fiore all'occhiello del nostro Paese.
Italo Calvino affermò: Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o perché  i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce la sua istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere

Dei politici che ci hanno governato possiamo dire che fossero dei delinquenti, dei farabutti, ma non possiamo dire che fossero stupidi: il pensiero - di stampo vagamente qualunquista - che al governo ci siano sempre incapaci, fannulloni e stupidi è un ulteriore slancio verso la dittatura. Chi ci governa e chi ci ha governato ha sempre saputo perfettamente ciò che faceva. I danni fatti alla scuola pubblica non sono frutto di incompetenza, ma rientrano in un disegno mirante a trasformare gli individui in una massa indistinta di ignoranti privi di discernimento, incapace di autodeterminarsi e quindi bisognosi di una guida. Quel popolo bue che Mussolini conosceva molto bene.
Un Paese privo di una scuola di livello e di una stampa matura e competente, non potrà mai essere libero. Se i programmi di approfondimento giornalistico, le produzioni di divulgazione culturale e l'entertainement di qualità, vengono confinati sui canali secondari della Rai (perché le produzioni migliori non vengono mandate sui primi tre canali e bisogna andare a spulciare i canali Rai del digitale terrestre?) e ad orari assurdi, se Felti, Minzolini e Sallusti vengono considerati giornalisti credibili, e Le Iene e Striscia la Notizia programmi di informazione, che speranza avremo di essere davvero un Paese libero?
Ma la domanda che mi pongo alla fine di questo post è quella che riguarda ciascuno di noi: saremo capaci, nonostante le condizioni disastrose dell'informazione italiana e anche della scuola, di riaprire gli occhi con il nostro solo sforzo e di riacquistare vista e conoscenza, o saremo destinati ad un futuro di totale cecità?

1 commento:

  1. Assolutamente d'accordo, i nostri politici non sono stupidi, tutt'altro! Ma io mi chiedo : è mai possibile che la gente abbia smesso di farsi domande? Di pensare con la propria testa? vanno di moda le fiction e vai con le fiction! e te le propinano all'infinito. va di moda il talk show? 30 anni di talk show. si potrebbe chiamare...coazione a ripetere?

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