martedì 25 febbraio 2014

MOROZOV VS. RIFKIN SULLA SCACCHIERA DEL VILLAGGIO GLOBALE



Quando nel 2011 il popolo egiziano scese in piazza per cacciare Hosni Mubarak, gli opinionisti delle principali testate giornalistiche italiane, usualmente simili a molti pecoroni alla ricerca di facili parole con cui riempire i propri articoli, sentenziarono che questa rivoluzione era figlia dei social network. A seguito di questo tam tam mediatico, tipico purtroppo della classe di chi dovrebbe informarci e che invece ci rifila slogan e mediocri idee in saldo, si affermò l'opinione che internet, la "Rete", fosse insindacabilmente lo strumento per diffondere la democrazia in tutto il pianeta. 

Pochi mesi dopo, deposto il dittatore amico degli Stati Uniti, dalle urne del Cairo uscirono vincenti i Fratelli Musulmani, che non incarnavano esattamente i principi democratici e moderati: pertanto i militari, con un'operazione non meno illiberale, decretarono l'incostituzionalità del partito più votato, e misero a capo dell'antica Nazione africana un leader a loro gradito.

Dopodiché, della democrazia sgorgata da Internet non se ne parlò più. Ed è un peccato, perché questo tema viene spesso sfiorato, senza per questo venire approfondito in modo costruttivo.

Credo che ci siano troppe aspettative e responsabilità riposte nell'efficacia di Internet; credo ancora che, così come stanno le cose, i rischi siano maggiori delle opportunità. 

Jeremy Rifkin, un economista americano, sostiene che l'avvento di Internet abbia costituito la terza rivoluzione industriale, avendo trasferito il potere alle persone. Secondo Rifkin, tramite la rete la comunicazione è diventata democratica con un costo marginale vicino allo zero, acquisendo un potere "tanto impressionante da ispirare le nuove generazioni di tutto il mondo a cominciare a reclamare un futuro diverso".

Bello, come pensiero, ma - secondo me - un po' ingenuo e colmo di retorica. Intanto le nuove generazioni di tutto il mondo, così come quelle che le hanno precedute reclamano un futuro diverso a prescindere dalle modalità con cui esprimono questa aspirazione. I neri della Louisiana utilizzavano il blues per esprimere la propria sofferenza; il blues non era la causa, bensì l'effetto. E così Facebook e Twitter sono un semplice mezzo di espressione, non certo l'origine delle istanze libertarie.

Inoltre la rete non ha reso democratica l'informazione: piuttosto l'ha resa anarchica e ingovernabile. In rete si trova di tutto: dagli articoli del Wall Street Journal, alle invettive di Beppe Grillo (che ne ha intuito il potere, questo sì, dirompente), per finire persino ai blog indipendenti come il mio. 

Julian Assange ne ha tratto beneficio, divulgando al mondo le informazioni degli archivi di molte organizzazioni che del segreto facevano la chiave del proprio potere. Così molti di noi hanno potuto scoprire manovre e operazioni clandestine che minavano la democrazia di molti Stati Europei. Tutto ciò ha generato scalpore e sconcerto, senza che queste due emozioni influissero sul corso degli eventi: il mondo ha ripreso a girare indifferente allo scandalo e le attività segrete degli Stati Uniti hanno ripreso indisturbate.

Più che uno strumento di divulgazione dei principi democratici, Internet mi ricorda lo Speaker's Corner di Hyde Park, Londra. Un enorme predellino dal quale chiunque può diffondere la propria opinione, rivolgendola agli astanti: certo, il numero potenziale degli ascoltatori é infinitamente superiore rispetto a quello dei divertiti spettatori che si radunano intorno al predicatore di turno, nel famoso parco inglese. Ma la sostanza non cambia.

Quello che mi fa riflettere é l'inflazione di informazione da quando i media hanno messo piede nella rete. Ormai le notizie abbondano, senza che venga assicurata la garanzia delle fonti (elemento, invece che renderebbe rilevante ed affidabile l'informazione): in questo modo le informazioni si tramutano in opinioni, che lasciano il tempo che trovano, proprio perché espresse spesso da chi non ha titolo per esprimerle, ma solo un mero diritto a farlo.

Se é vero che la possibilità di manifestare liberamente un punto di vista rappresenta comunque un elemento di progresso, per arrivare alla democrazia ci vuole ancora molto. Oltretutto Internet garantisce in un certo modo l'anonimato, consentendo anche comportamenti prevaricatori, insultanti ed aggressivi a chiunque voglia farlo. Sollevando da responsabilità chiunque salga sul pulpito telematico, internet di fatto sminuisce la portata di ciò che vi viene detto, lasciando solo un'eco fastidiosa come un rumore di fondo.

Senza contare che il bombardamento di informazioni ottunde il percettore di esse, privandolo della possibilità di discernere fra informazioni rilevanti e inutili. Un esempio é il sito della Gazzetta dello Sport, che - come tutti i siti di RCS - é estremamente articolato e ricco, al punto da essere pesante da aprire per alcuni pc; bene, lo straripare di informazioni é tale che spesso per trovare informazioni sui turni futuri di Champions League o la classifica aggiornata del Campionato di Calcio di Serie A (informazioni basiche per chi segue questo sport) si deve navigare a vuoto per diversi minuti.

Ma questo navigare a vuoto potrebbe non essere che un percorso obbligato per indirizzare il navigatore telematico in un labirinto opportunamente artefatto allo scopo di renderlo bersagliabile dai messaggi pubblicitari.

E' un altro aspetto che deve far pensare: la rete é libera perché dietro ci sono rilevanti interessi economici a che la gente vi acceda. 

Proviamo ad immaginare il villaggio globale come uno sconfinato territorio nel quale si muove il consumatore, sperduto e solo come una preda. Lì, i grandi predatori del marketing si muovono furtivi, utilizzando banner, pop up e altre sofisticate trappole telematiche, per bersagliare l'attenzione del surfer al fine di condizionarne le scelte, orientare i comportamenti e guidarlo nelle decisioni di acquisto. In senso lato. 

Casaleggio e Grillo stanno applicando questo modello all'elettore italiano, ma c'é chi si é spinto oltre.

In un interessante articolo apparso tempo fa anche sul Corriere della Sera, un giovane e dotato analista russo, Evgeny Morozov esaminava il rischio (altamente attuale) di appiattimento della libertà di scelta in seguito all'intenzione di Google di personalizzare le mappe di Google Maps sulla base delle interrogazioni di ciascuno: in questo modo - secondo l'opinione di uno degli sviluppatori del software - lo stesso percorso sarà visualizzato in modo diverso a seconda dei gusti di chi interroga il motore di ricerca più famoso del mondo. Questa sembra una sensazionale evoluzione, ma - vista con maggior attenzione - non é altro che uno steccato che limita il discernimento del fruitore: una specie di macchinoso paraocchi digitale che crea un paradigma soffocante, nel quale il consumatore diventa prigioniero delle proprie scelte e viene costretto a ripetersi, in modo da diventare affidabile per chi produce e commercia.

Qualcosa che sarebbe piaciuto molto ad Orwell, in quanto vicino all'idea di Grande Fratello espressa in 1984.
Senza contare che internet viaggia su una linea telefonica e quindi di fatto controllata dalle grandi compagnie, che possono essere facilmente influenzate dai governi; basti pensare a quello che tempo fa ha fatto la Cina per mettere la museruola a Google.

Resta una via di fuga fra le teorie di Rifkin e Morozov, ottimista la prima e pessimista ma forse più realista la seconda. Quella del punto di vista del fruitore della suddetta imponente mole di informazioni. La soggettività, come al solito, é la chiave per rompere il reticolato e raggiungere la libertà: ma la soggettività dovrà essere dotata di intelligenza; diversamente, un surfer pigro e ottuso diventerà bersaglio facilmente manovrabile e rimarrà irretito dalla trappola dell'abbondanza (di falsa informazione).

Come dice Rifkin, il potere adesso é nelle mani della popolazione: ma se la popolazione non ha l'acume sufficiente a gestire tale potere essa ne verrà fagocitata.

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