lunedì 5 maggio 2014

CODICE D'ONORE



Bella la mia infanzia, quando la realtà mi appariva dai contorni ben delineati, senza sfumature di grigio né zone d'ombra. Giusto e sbagliato, buoni e cattivi, tutto era contrapposto in modo netto, le contrapposizioni erano ineccepibili. I buoni erano anche belli, i cattivi brutti e vestivano quasi sempre di nero: una piega sul viso, una specie di smorfia simile a quella del ritratto di Dorian Gray, ne caratterizzava l'espressione, deformata dalla malvagità.

Rimpiango quella giovinezza serena e senza dubbi, con le certezze granitiche che provenivano dalle favole che mia mamma leggeva la sera e successivamente rafforzate da una serie infinita di telefilm polizieschi dove il cattivo veniva arrestato e i poliziotti rappresentavano non solo la legge, ma addirittura la Giustizia, quale valore assoluto. Il bene trionfa sempre, mi sentivo ripetere. Balle.

Quando, a bordo della macchina guidata da mio papà, si girava per la città e la campagna,  capitava di imbattersi in auto della polizia. Erano gli anni settanta, e la Polizia aveva in dotazione quelle meravigliose Giulia dell'Alfa Romeo, verde militare, con la scritta Polizia in bianco. Non mi facevano paura, anzi: erano una garanzia. E anche quando li vedevo in assetto da guerriglia, per le vie che costeggiavano il Duomo, pronti a fronteggiare i dimostranti in qualsiasi delle frequenti manifestazioni di quei tempi, beh, mi sembravano l'Esercito dei Giusti.

Capita poi che crescendo, quei contorni netti vengano un po' a confondersi, a sfocarsi. E capita di leggere di poliziotti che picchiano a morte un individuo in stato di fermo, di poliziotti che calpestano ragazzi ad una manifestazione seppur convulsa, di poliziotti che applaudono altri poliziotti condannati in seguito ad un regolare processo.

Si può dire che le mele marce si trovano in ogni organizzazione. Ed é vero. Non esiste l'armata dei giusti, la presenza di pochi disonesti non deve compromettere il giudizio su un'intera categoria.
Si può dire che nella concitazione di un corteo, la violenza genera tensione da entrambe le parti e qualcuno può perdere la bussola e rendersi autore di azioni violente inutili.

Ci può stare tutto.

Ma l'applauso, lucido, ragionato ed accorato che i commilitoni hanno riservato ai poliziotti  condannati per l'omicidio di Federico Aldrovrandi mi provoca una forma di disagio più profondo di vedere qualcuno che sbaglia o delinque pur stando dalla parte del giusto.

Dietro quell'applauso c'é la confusione di uno Stato che lotta contro sé stesso. Di uno Stato ormai svuotato di rotta e di bussola, che si sta introflettendo, fino a collassare definitivamente.

La Polizia di Stato fa parte delle forze dell'ordine, insieme ai Carabinieri fa confluire elementi nella Polizia Giudiziaria che é coordinata dalla Magistratura ed insieme ad essa agisce nella fase investigativa ed istruttoria, fase che poi porta ad un processo svolto nel rispetto delle garanzie democratiche, per le modalità con cui sono state raccolte le prove ed effettuati gli arresti.

Polizia e Carabinieri sono garanti delle regole. Garanti dello Stato democratico: qualsiasi spina che faccia la leva nei Carabinieri, qualsiasi giovane che entri in polizia, deve studiarsi i fondamenti di Diritto Penale e di Diritto Processuale Penale.

I poliziotti che, per un malinteso spirito corporativo, ne hanno applauditi altri condannati da quel sistema di cui essi stessi sono parte e pilastro fondamentale, significa che c'é in atto un conflitto schizofrenico dal quale non se ne esce.

Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto, i poliziotti condannati per omicidio colposo, hanno picchiato a morte un ragazzo di 18 anni, violando le basilari norme di rispetto per gli esseri umani espressi nella nostra costituzione. A prescindere dalle possibili imputazioni future a carico di Aldrovrandi, avevano il dovere di tenere comportamenti legali, di difendere i deboli dai soprusi e dalla violenza. Invece, in quattro, hanno preso un ragazzino e lo hanno massacrato. Prima di un processo, prima di averne accertato le responsabilità. Senza contare che l'uso della violenza, di questa violenza (non di maniere spicce, che si possono concedere a chi quotidianamente mette a repentaglio la propria vita per garantire il rispetto della legge) é inaccettabile in qualunque caso.

Ci si aspetta che chi entra in Polizia lo faccia per difendere i deboli dai soprusi, una specie di codice d'onore: vedere che chi indossa quella divisa é l'autore dei soprusi fa male; vedere questi violenti applauditi dai colleghi che dovrebbero invece escluderli per aver tolto valore a quella divisa, fa ancora più male.

In un film di Rob Reiner intitolato proprio Codice d'onore, Tom Cruise conclude dicendo "non servono mostrine per essere un uomo d'onore". 

Esattamente. A volte non servono mostrine. A volte non bastano. 

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