venerdì 20 giugno 2014

IL MIO ANNO PREFERITO*



Quando ero adolescente l'attenzione di tutta la mia settimana era focalizzata sulla domenica. Gli ormoni sonnecchiavano ancora e - in quella pigrizia adolescenziale - spiccava la passione irrefrenabile per il pallone.

La stagione 1984-85 trova un posto speciale nei miei ricordi: non perché sia stato carico di vittorie, ma perché é il primo campionato vissuto da abbonato; un giorno ero andato al botteghino dello stadio, avevo tirato fuori cinquantamila lire e mi ero garantito l'accesso al paradiso per i mesi autunnali, invernali e primaverili. 


Per la prima volta il Presidente Giussy Farina, un veneto dallo sguardo vispo, con il sorriso sornione nascosto da due baffetti sale e pepe (ed una fedina penale destinata nel corso degli anni a macchiarsi di reati contro il patrimonio e l'Erario, prima di passare la mano a Silvio Berlusconi, un altro esperto di fedine penali), aveva per quell'anno deciso di fare le cose in grande, portando a Milano giocatori di rilievo come Terraneo - un portiere che aveva fatto buone cose al Torino; Agostino Di Bartolomei - già capitano della Roma campione d'Italia; Ray Wilkins e Mark Hateley - inglesi (Raymond Colin Wilkins - fra l'altro - aveva un pedigree mica da ridere), e soprattutto Pietro Paolo Virdis, il tamburino sardo che aveva sì la pecca di essere stato juventino, ma che garantiva un capitale di gol non indifferente.
In più, ad allenare la squadra era stato chiamato Nils Liedholm, il barone svedese dai gloriosi trascorsi milanisti, uno dei tre componenti del Gre-No-Li il cui pensiero ancora commuove mio papà: una garanzia, insomma.


Quando il Milan giocava un turno casalingo, dal venerdì incominciavamo a darci le coordinate con gli amici, compagni con cui condividevo il tempo in classe e quello sulle gradinate di San Siro. Si concordava l'appuntamento, sebbene fosse superfluo tutto quel lavoro di affinamento: abitualmente ci si trovava a Desio davanti all'edicola lungo Corso Garibaldi, poco oltre l'incrocio con via Carcano (dove abitava il mio amico Alberto), per comprare due copie de La Gazzetta dello Sport, e i biglietti andata/ritorno per il tram a gasolio che, provenendo da Seregno, ci avrebbe portati a Milano.


La mattina della domenica mettevo in scena un piccolo rito, solitario: senza particolari ragioni, non ero scaramantico, ma mi rafforzavo nella ripetizione di gesti abitudinari. Mi svegliavo lentamente dal torpore della notte e - rigorosamente al buio, muovendomi a tentoni, incespicando, smadonnando ogni volta che a piedi nudi inciampavo in uno spigolo - arrivavo fino allo stereo, dal quale facevo suonare Sono ancora in coma, un vecchio brano di Vasco Rossi, con quell'interminabile sequenza inziale di riff e colpi di batteria. La ascoltavo un paio di volte dopo essermi rimesso a letto, poi alzavo le tapparelle, preparavo cuscinetto e sciarpa rossoneri, mi lavavo, vestivo, facevo colazione.


Finalmente ero pronto.


Sebbene la partita iniziasse alle tre del pomeriggio, la nostra domenica calcistica iniziava alle dieci, appunto, davanti alla cartoleria.  Da lì, arrivati Fabio, Alberto e Andrea, si proseguiva fino alla Casa di Riposo Pio e Ninetta Gavazzi, dove era la fermata del tram più lento del mondo. Noi arrivavamo regolarmente con dieci minuti di anticipo, rispetto al trenino. Non perché ci fosse rischio di perderlo, ma perché era bello aspettare insieme: sporgendoci dal marciapiede per cercare di scorgerlo all'orizzonte, parlando di calcio, prendendoci a pacche sulle spalle, rivisitando in chiave grottesca le piccole vicende scolastiche della settimana, parlando di femmine in modo timido ed evasivo, si bruciavano quei dieci minuti di attesa. Ed eravamo insieme.


Pensare adesso a quel tram ridefinisce su vari piani il concetto del passare del tempo. Viene da ridere, in quest'epoca in cui la velocità dei trasferimenti é diventata un'ossessione della vita quotidiana, concepire che meno di trent'anni fa ci fosse un mezzo talmente lento da coprire in ben due ore i venti chilometri che separano Desio da Milano. Eppure era divertente: nessuno di noi aveva la macchina, ma avevamo tempo illimitato, cosa che costituisce la bellezza di quell'epoca della vita che é l'adolescenza. Per cui, prendevamo posto nel vagone deserto, la cui aria era vagamente viziata dall'odore del cherosene. A volte un paio di anziani sedevano qualche sedile più in là del nostro, e guardavano fuori dal finestrino con occhi vuoti, tenendosi per mano. Intraprendevamo così quel trasferimento dal sapore vagamente andino, attraverso la banalità del paesaggio meta-periferico.


Facevamo una gran confusione. Ci spartivamo le pagine della Gazzetta, commentavamo, cantavamo in modo plateale i cori da stadio. Sciorinavamo tutto il campionario di cretinate proprio di un gruppo di adolescenti maschi in libera uscita. Verso mezzogiorno arrivavamo in via Farini, ancora lontani dalla meta. Giusto di fronte alla fermata del tram c'era un antenato dei moderni fast food, la cui insegna recitava Burger Frog, il cui aspetto era meno glamour di un moderno McDonald's, ma i cui panini erano saporiti e poco costosi. Dubito che - a dispetto del nome - le polpette fossero di carne di rana.


Altre volte, invece di sostare da Burger Frog ci portavamo il pranzo da casa, riempiendo gli zaini di panini sostanziosissimi (cotoletta, o frittata, o l'allappantissimo panino e formaggio, dopo il quale occorreva bere ettolitri di acqua prima di riuscire a deglutire nuovamente) che condividevamo con i nostri vicini di posto, più sprovveduti e impreparati.

In ogni caso, una volta rifocillati, riprendevamo l'avvicinamento a San Siro.



Da via Farini passava "la 90": a Milano non dici "la linea 90", "l'autobus numero 90"; devi dire "la 90" o ti guardano come se tu fossi un marziano o un giargianés. Insomma, questo autobus articolato e lungo - a differenza del tram della mattina - era stracarico e denso come un torpedone di New Dehli, in quanto raccoglieva tutti i milanesi e non che si recavano allo Stadio. Dopo una buona mezz'ora di apnea e schiacciamento, respirando aria malsana, venivamo vomitati in Piazzale Lotto, dove ci si aprivano due vie.


Farsi di nuovo stipare in un pullmino fino allo Stadio. O farsi a piedi tutto Viale Federico Caprilli. Mancando una vita all'inizio della partita, si optava per la seconda scelta, almeno nelle domeniche senza pioggia. Era bello camminare lungo l'Ippodromo del Galoppo, in mezzo a giganteschi platani con molti decenni sul tronco, confondendosi con uno sciame di altri ragazzi e uomini e bambini, tutti con un qualche segno identificativo rosso e nero, tutti intenti a parlare di zona, di 4-4-2, di fuorigioco, di difesa in linea.


Camminavamo di buon passo, tuttavia: infatti, negli anni 80 non esistevano ancora i posti numerati e vigeva la regola del "chi prima arriva, meglio alloggia". Per cui la passeggiata lungo Viale Caprilli assumeva le caratteristiche di una marcia podistica, dall'effetto un po' comico. Tutti, chi con la sigaretta in bocca e il cappello calcato sulla fronte, chi con le mani in tasca e il giornale sotto il braccio, chi con il figlio ragazzino per mano e il colletto del giubbetto di jeans alzato sul collo, o la fidanzata stranita ed annoiata sottobraccio, acceleravano il passo: nel vento carico di foglie rosse dell'autunno, con il cielo grigio ad incombere su Milano, pareva di assistere ad un film dell'epoca del muto, con i movimenti dei protagonisti innaturalmente svelti e goffi.


Un affannarsi inutile in vero: una volta giunti nel piazzale dello Stadio, lo si scopriva affollato come un formicaio di gente già in coda, ottusamente accalcata ai cancelli ancora chiusi, come barriere che separavano la massa grigia dagli steward immobili in attesa dell'assalto di quell'orda.


Chi ha vissuto in quegli anni ricorderà che gli obliteratori degli steward potevano essere di tre tipi: quelli che facevano il buco a forma di pallino, a forma di mezzaluna o a forma di stellina. Farsi bucare la tessera con una stellina era causa di grande euforia: a tale evento si attribuivano importanti poteri beneauguranti, seppur smentiti ripetutamente dai fatti di sconfitte disastrose benché precedute da una stellina sulla tessera.


San Siro constava ancora di due soli anelli ed era senza copertura. Gli altoparlanti diffondevano prima della partita una pubblicità ripetitiva e locale, che ancora oggi nelle mie orecchie suona rassicurante e familiare. Gli sponsor erano appena tre: Il Marsala Pellegrino ("il Marsala é un grande vino e Pellegrino é un grande Marsala", slogan emozionante, non c'é che dire), Estintori Meteor, e Motel Siesta. Non ho mai avuto il piacere di infrattarmi nelle stanze di quel motel, che non so nemmeno dove si trovi (in un imprecisato punto lungo la Milano-Laghi) ma nel mio immaginario il Siesta ha a lungo assunto i contorni di un luogo mistico. La voce dello speaker era impersonale e composta, così lontana dalla platealità con cui ora viene annunciata la formazione di casa.


La partita diventava così solo il cuore nobile di una giornata piena di piccoli eventi, che aveva un valore in sé a prescindere dal risultato e dal gioco bello o brutto che si vedeva in campo. Certo quell'anno, pur in assenza di risultati gloriosi ci si divertì parecchio: battemmo due a uno l'Inter con un gol di Mark Hateley, nel finale, il giorno di San Simone; e la Juve, per tre a due, nonostante il solito generoso rigore concesso a Michel Platini. Pietro Paolo Virdis ci regalò grandi emozioni, e ci qualificammo solo per la Coppa Uefa. Però fu una stagione entusiasmante, perché vissuta con i miei amici, dal mattino alla sera, quando ci separavamo per correre a casa e vedere la sintesi della partita di cartello della domenica, e Domenica Sprint in cui riguardare le immagini della partita a cui avevamo assistito solo poco prima. Guardare quelle immagini e dirsi "io ero lì".


E anche adesso che le logiche del marketing hanno trasformato il pallone in un veicolo per vendere merchandising, anche adesso che Sky ha portato ogni partita nel salotto di casa - levando quella percezione di esclusività che pervadeva chi aveva il biglietto per la partita, anche adesso che si gioca dal venerdì al lunedì e non si ha più certezza di quando tocchi alla tua squadra, anche adesso che - dopo venticinque anni di onorata carriera da abbonato - una biondina dai capelli ricci e gli occhi verdi mi ha convinto che é più bello stare a casa a guardare Peppa Pig invece di prendere freddo sui gradini dello stadio, anche adesso che tutta la poesia povera di quegli anni di calcio rustico é scemata travolta da un fiume di denaro spersonalizzante, quando la sera mi ritrovo con Fabio e Alberto per seguire davanti ad una birra le meste attuali imprese di questo Milan scalcinato dell'ultima, sciagurata, gestione Berlusconi, ancora adesso - dicevo - ci ritroviamo a ricordare con nostalgia quel tram-lumaca e i panini di Bruger Frog. E ci brillano gli occhi.


Sciocchi, inguaribili nostalgici che non siamo altro.








* Il mio anno preferito é un libro voluto e realizzato da Nick Hornby (edito in Italia da Guanda) in cui sono raccolti brevi racconti dei principali scrittori contemporanei inglesi, in cui ciascuno di essi parla della stagione calcistica che in loro suscita i migliori ricordi. Dato che Nick si é scordato di chiedere il mio contributo, ho deciso di pubblicare questo articolo sul mio blog.

1 commento:

  1. Peccato che il signor Hornby non abbia chiesto il tuo contributo.
    Un vero peccato.
    Scherzi a parte davvero bellissimo.

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