martedì 5 agosto 2014

HALLELUJAH (Un'amara visione dell'amore)




Tu sarai amato il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza senza che l'altro se ne serva per affermare la sua forza.(Cesare Pavese)

Lo guardo con tensione febbrile, mentre dall'altra parte del banco mi prepara la mia dose quotidiana: pone un numero imprecisato di cubetti di ghiaccio nello shaker; ci aggiunge due dita di Martini dry, chiude, agita e scola nel lavandino il Martini; riapre, versa-tre parti-tre di Gin Tanqueray, agita per un tempo che a me sembra un'eternità. Lascia riposare, toglie un calice conico dal ghiaccio, me lo rigira sul banco. Mi sorride, ed in quel preciso momento mi accorgo che Matteo é un sosia di Roger Federer. Rovescia il contenuto dello shaker nel calice, che subito diventa esternamente opaco per la condensa. Aggiunge una scorza di limone tagliata a ricciolo, mi strizza l'occhio. 

Il fendente é partito.

Non sono capace di ubriacarmi con il vino, no: il torpore arriva lentamente e nel frattempo io devo percorrere - come un'infinita via crucis - tutti gli stadi del mio dolore. Con il Martini Cocktail é diverso: é un colpo di grazia, secco e preciso, alla base della nuca, una vera a propria esecuzione. Non si scivola nell'oblio, ci si trova all'improvviso spiazzati come dopo un salto di dimensione.

Truman Capote usava chiamare il Martini Cocktail la pallottola d'argento: mai definizione può definirsi più azzeccata. Eppure, dopo essermela sparata fino all'ultima goccia dentro al cervello, non riesco a sentirmi meglio. La mia solitudine non si é dissipata. Forse dovrei spararmene un'altra e chiudere i giochi. Non sarei meno solo, né meno afflitto, ma almeno perderei definitivamente i sensi. Sprofonderei nel torpore definitivo, per qualche ora, almeno.

O forse dovrei smettere di amare. Sì, perché amare mi ha reso solo. Quando pensi di poter aspettare qualcosa e quel qualcosa non ti arriva, beh, sei nella solitudine più nera.

Leonard Cohen, guru della musica americana, ha composto un brano che Jeff Buckley ha reso poi immortale: si intitola Hallelujah, uno dei pezzi d'amore più amari e disillusi. Una definizione dell'amore tanto spietata quanto quella che Capote fece del Martini Cocktail.

L'amore, questo sì, é identico ad una pallottola d'argento. Ti si infila nel cervello come una lama nel burro, te lo spacca in due, ti toglie ogni pensiero razionale e ti ottunde. Affermo ciò seduto al tavolino di un salotto in penombra: non so come ci sia arrivato, fatico a connettere i passaggi che mi hanno portato fino a lì; ma sono in compagnia di Leonard Cohen, Jeff Buckley,   Re David e - logico - Truman Capote, che osserva la scena con il suo sorriso ironico appena accennato e quel modo inconfondibile di tenere la sigaretta fra le dita. Re David, sì, proprio lui, l'interlocutore di Cohen. L'uomo che per amore si inventò una guerra e vi inviò il suo fedele soldato per poterne amare la moglie Betsabea. E Betsabea con quell'amore a riprova del patto di un Re con un Dio, arrivò a tormentarne la vita, in un'altalena di delizia e di frustrazione.

Hallelujah é un inno amaro, che definisce l'amore come un travaglio dal quale si esce comunque trafitti, sconfitti. Non é una marcia vittoriosa, non c'é nessuno che ha visto la luce, si tratta solo di trovare il modo di riuscire a sparare a chi é riuscito a premere il grilletto prima di te.

Tutto qui.

Un'escalation di aspettative e richieste, controbilanciata da offerte sproporzionate. 

David si siede, ha finito di parlare, accarezza malinconicamente il bracciolo di pelle consunta della sua poltrona, afferra il bicchiere con bourbon e cubetti di ghiaccio, ne assorbe due sorsi, e sospira. Non vuole aggiungere altro, ma la sua espressione ne deforma il volto, stravolto dall'amarezza. Cerca le sigarette nella tasca della camicia, se ne accende una e fuma, guardando il fumo che sale e si perde nel buio.

Jeff e Leonard, annuiscono gravemente, in silenzio. Leonard tiene le mani congiunte per i polpastrelli, molleggiandole sulle dita. Jeff scribacchia accordi su un taccuino. Il suo bicchiere é già vuoto. Chi di noi non ha avuto una Betsabea, nella vita? Maschio o femmina che sia.

Un'errata percezione della solitudine, un paradigma ingannevole. Leonard posa il sigaro, si schiarisce la voce. Prima che l'amore sopraggiunga, la solitudine consiste nel non avere nessuno intorno. Nessun progetto comune, una vita nell'attesa di un incontro, fatta di pranzi e cene in silenzio, di serate passate davanti alla televisione, di notti in un letto vuoto. Di passeggiate con un cane al guinzaglio, osservando quasi di nascosto le coppie che gli passano innanzi come una pubblicità della felicità.

Poi arriva qualcuno, che si muove fin dentro al cuore, e giunge come fosse un dono sacro; qualcuno che travalichi le barriere logiche e si faccia beffe della razionalità. Non si ama per una ragione. Si ama. Sotto quell'amore si vogliono ammassare risposte e giustificazioni per quello struggimento, senza ammettere che si tratta di un'utopia che si sorregge da sé. 

Che follia. Affidare le proprie debolezze, certi che l'altro non approfitterà di questa vulnerabilità per prendere il sopravvento. 

E invece.

Invece é semplicemente un miraggio autoindotto, l'abbaglio prodotto da una necessità impossibile da soddisfare. Uno stillicidio di aspettative che non verranno mai corrisposte, un perverso meccanismo di equilibri successivi dove l'equilibrio finale é l'affermazione della propria forza sull'altro. Dominazione, sottomissione. Controllo, abbandono.

Amore, questa menzogna.

Forse.

Dalla penombra del salottino proviene una voce. Da quella direzione non mi aspettavo di sentire parola. Pensavo non ci fosse nessun altro. E' una voce femminile, dietro alla quale spunta un volto dai lineamenti duri, eppure bello; una massa di ricci rossastri si agita come onde. E' una bella donna, e si presenta come Zelda, anche se non sembra Zelda Sayre Fitzgerald: é molto più attraente, con quelle estremità sottili che danno grazia ed eleganza al suo fisico longilineo.

La sua voce sembra il suono di un flauto, e mentre parla sorride. Ha una teoria.

Tu esisti, se qualcuno posa gli occhi su di te. Prima sei semplicemente un essere umano qualunque. Sei degno, ma non esisti. Puoi avere mille doti, mille universi. Ma se chi ti osserva non vuole quello che tu hai e sei, é inutile: tu non esisti.

Ma nel momento in cui diventi oggetto del desiderio di qualcun altro, hai trovato il tuo luogo, il luogo giusto in cui poterti esprimere. Ecco perché ci innamoriamo: ci sentiamo finalmente a casa.

Io posso essere chiunque, ma non sono nessuno se nessuno posa gli occhi su di me.

Sorride, mentre parla, e muove quelle mani asciutte e sottili con armoniosa eleganza. Volge lentamente lo sguardo allusivo su ciascuno di noi, mentre si alza in piedi e -  camminando con cura per non urtare il tavolino - svanisce nell'ombra, dall'altra parte rispetto a dove sedeva.

Il suo profumo é ancora lì, e sovrasta l'odore di fumo che riempie la stanza. Ma lei non é più lì; né tutti gli altri, scomparsi come volatilizzati.

E mi ritrovo con i gomiti sul banco di acciaio, con la musica lounge a martellarmi i timpani. Matteo é di fronte a me, mi guarda e ridacchia. 

Ne vuoi un altro?

No, grazie, per stasera é fin troppo.




[Grazie a ZNM]

2 commenti:

  1. È un bellissimo testo. Mentre lo leggi ti sembra un pò di spiare l'amore in una notte troppo buia. L'amore pero' è anche luce, colore, leggerezza.

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  2. Gran bel racconto anche se non condivido la visione dell'amore come l'hai descritta.
    Avere aspettative equivale a ritenere che l'amore è il mezzo,non il fine. E' un mezzo per raggiungere obiettivi che da soli non si è' in grado di ottenere (compagnia, comodita', protezione, talvolta posizione sociale, ecc.). Ecco dunque che le aspettative disattese generano delusione,senso di abbandono e solitudine.
    Quando l'amore diventa un percorso a due dove le scelte si fanno in itinere e la vita diventa un continuo aggiustamento affinché la coppia sia tale allora l'amore è il fine è ragione di esistenza della coppia.Gli obiettivi si costruiscono insieme come i cambiamenti, per far posto all'altro nel nostro mondo.Guardarsi indietro poi e vedere cosa questa coppia è stata in grado di costruire e' uno splendido spettacolo di calore e colore.
    Roberta

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