giovedì 23 ottobre 2014

A CASA NOSTRA





Mi é capitato di recente di rivedere, nel giro di pochi giorni, due film che ho trovato molto belli e molto rappresentativi di ciò che é la società italiana nel secondo decennio del ventunesimo secolo. I film si intitolano A casa nostra, di Cristina Comencini e Il capitale umano di Paolo Virzì. le due pellicole sono uscite nelle sale con un intervallo di dieci anni l'uno dall'altro, ma sembrano girati contemporaneamente. 

Nel girare Il capitale umano, Virzì abbandona i luoghi familiari e il contesto pittoresco e popolano di Livorno, per ambientare la sua storia densa di cinismo e di amara rassegnazione, in una buia, fredda, nevosa e nebbiosa (o nervosa e rabbiosa) Lombardia: un'ambientazione a cavallo fra Varese, Milano e la Brianza per costituire un tutt'uno immaginario e simbolico di quella residua parte d'italia dove il benessere non é ancora - almeno all'apparenza - scalfito dalla crisi economica. Niente più case popolari, niente più cortili sgarruppati e pieni di calore umano anche se un po' rozzo, ma ville e palazzi settecenteschi, auto di lusso, cene rotariane e contesti raffinati.

Qualcuno, cercando una scorciatoia superficiale, ha letto il film come una satira amara sul lombardo ricco.

Troppo facile.

In questo film c'é tutta la miseria italiana dei nostri tempi. C'é la cinica ricerca dell'arricchimento rapido e senza rischi, c'é lo smarrimento dell'individuo - uno smarrimento emotivo e morale -, c'é il baratro che separa alcuni settori della società (settori esigui con patrimoni maggioritari) da altri completamente privi di privilegi; c'é il disprezzo per la vita umana. I personaggi - tratteggiati alla perfezione da attori in stato di grazia - sembrano stereotipi. Ma é la cultura contemporanea che sta spersonalizzando gli individui, incasellandoli in ruoli, stereotipandoli secondo una crudele selezione naturale. 

Il successo é il fattore evolutivo. Quello venalmente economico, ça va sans dire!

La lotta di classe, nel DNA di Virzì, é solo accennata qui, ed annacquata da un finale meno amaro di come avrebbe potuto essere. Resta il disgusto, secondo il regista, di vedere che il valore dell'individuo sia legato alla propria capacità di produrre ricchezza. Concetto fondamentalmente in vigore presso le istituzioni dei giorni nostri, dove far politica significa esclusivamente muovere denaro, sottrarlo, gestirlo. Mai creare benessere o redistribuire equamente quella ricchezza.

Un lento oblio etico che ha provocato una deriva i cui frutti si vedono quotidianamente.

Un oblio morale che Il film della Comencini, A casa nostra, analizza in modo asettico, come fosse un documentario. Ambientato nella Milano della Finanza aggressiva del 2000, una Milano smunta e anemica, espressa dalla quasi assenza di colori (il grigio é il colore dominante, come una cortina opaca che copre tutte le coscienze), racconta degli intrecci morbosi fra banchieri, finanzieri e politici. E fin qui niente di nuovo. 

Ma il denaro, ammonisce la Comencini, affascina chiunque e non solo gli spietati uomini di affari che lo maneggiano abitualmente e abilmente.

Il palazzinaro Gino (Fabrizio Bentivoglio) e lo chaffeur Gerry (Luca Argentero) dilettanti dell'arricchimento che sono disposti a gesti abietti pur di avere la loro fetta di torta, non sono migliori di Ugo (Luca Zingaretti) o Giovanni (il monumentale Fabrizio Gifuni) che di questo meccanismo malato sono i perni centrali e i protagonisti. Tutti, ciascuno a proprio modo, recitano una parte grottesca e meschina su questo palcoscenico. 

E i puri, se ci sono (nei due film sono forse rappresentati dalla figlia del palazzinaro e da Otello, il mentecatto che si innamora della prostituta), finiscono col soffrire ed essere emarginati.

Lungi dal tenere atteggiamenti moralisti, Comencini e Virzì sembrano chiedersi quando e che cosa e ha causato questa polarizzazione dell'individuo contemporaneo verso l'ossessione per la ricchezza facile. Differentemente dai film americani degli anni 50, buoni e cattivi non sono separati da una linea invisibile e manichea, ma si frammentano in mille pezzi incoerenti fra loro. Anche la regia é volutamente frammentaria: Virzì racconta la stessa storia da differenti punti di vista, la Comencini segue l'intreccio convulso di vite alla maniera di un Altman di America Today. Frammenti e schegge: macerie della disgregazione di uomini e donne, letteralmente tritati da un cambio di visione sulla vita, incapaci di trovare una strada alternativa e - quindi - destinati alla spersonalizzazione.

E il risultato di questa analisi é controqualunquista: la società malata produce una classe politica corrotta, e non viceversa, come spesso fa comodo credere.

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