domenica 24 maggio 2015

I GIORNI GLORIOSI DI MAGGIO




Cento anni fa, oggi, l'Italia di Vittorio Emanuele III Savoia, decideva di entrare in guerra al fianco degli antichi nemici, Francia ed Inghilterra, per prendere parte alle ostilità che sarebbero state definite come Grande Guerra. Tale definizione derivava dal fatto che mai nella storia tanti Paesi, e di tale importanza sullo scacchiere della diplomazia mondiale, si erano trovati a combattere contemporaneamente l'uno contro l'altro.
L'Austria contro la Serbia per la supremazia su un piccolo stato come la Bosnia. La Russia zarista al fianco della Serbia per estendere la propria egemonia sull'Europa Occidentale. L'impero Ottomano per ritardare di qualche decennio il proprio declino e per esercitare una qualche influenza nel Vecchio Continente. Stati Uniti, Francia ed Inghilterra per la vittoria dei valori liberali (e, già che ci siamo, per quelli liberisti che volevano un Continente uniformemente convertito ai principi del libero mercato dove vendere senza troppe difficoltà i prodotti della propria industria produttiva in espansione). La Germania di Willelm per una naturale inclinazione all'espansione dei propri confini che, venti anni più tardi sarebbero stati definiti lebensraum da Hitler.
L'Italia, invece, entrò per cercare di raggranellare qualche vantaggio di carattere territoriale e per completare quel camino, precedentemente intrapreso da Cavour con la guerra di Crimea, di acquisizione di peso politico nei salotti diplomatici che contavano.

Per tutti, la Prima Guerra Mondiale si rivelò quel macello che Benedetto XV aveva previsto definendola una inutile strage.

Questa guerra segnò, a livello politico, un evidente spartiacque fra ciò che era prima e ciò che sarebbe stato dopo: la rivoluzione sovietica, il crollo dell'Impero Asburgico, di quello Zarista e di quello Ottomano ridisegnarono la struttura di numerose Nazioni.

La guerra si portò via un'intera generazione di maschi, ridotta ad esercito di militi ignoti che scomparvero sui campi di battaglia. Ridefinì le modalità di ingaggio e di strategie belliche: mentre prima le guerre si combattevano a colpi di cannone e con scontri di battaglioni in campo aperto, ora venivano introdotte artiglierie pesanti, gas, bombardamenti aerei e una serie di brutture che sarebbe bello non conoscere. Aprì l'era moderna dei combattimenti, che avrebbe conosciuto un macabro splendore nella successiva Seconda Guerra Mondiale.

Ciò che successe dopo la firma dell'armistizio, in quel periodo che convenzionalmente si definisce pace, é anche peggiore di ciò che successe fra il 1914 e il 1919.

Se durante la guerra si era dovuto inevitabilmente compiere il primo passo verso un'ipotesi di emancipazione femminile (le fabbriche non potevano chiudere  e le donne presero il posto dei combattenti negli opifici, comportando ciò un reddito a loro favore e la possibilità di lavorare come i maschi), il ritorno dei reduci comportò un esubero di forza lavoro.
Le gravi sanzioni poste a carico della Germania, vendetta ottusa e capricciosa di una Francia miope, misero in ginocchio la già provata economia tedesca, che non riuscì a far fronte ai propri debiti e trascinò nel baratro tutte le Nazioni occidentali, fino al crollo di Wall Street.
più o meno quello che succederebbe oggi se Grecia, Spagna, Italia, Portogallo ed Irlanda decretassero il default...]
La delusione dei reduci per la propria situazione, talmente diversa da quanto prospettato dagli Stati Maggiori al momento del reclutamento, al rientro dal fronte, creò una base di scontento che fu l'humus nel quale Mussolini prima ed Hitler poi, seminarono la propria demagogia che li portò al potere.
Tutto ciò che successe fino al 1945, ebbe origine da quei gloriosi giorni di maggio o nei mesi precedenti.

A livello umano, oltre al terrore di milioni di contadini semianalfabeti e di giovani studenti e impiegati, scagliati come numeriche pedine senza volto, a scannassi vicendevolmente senza capirne appieno la ragione, vanno ricordate le barbarie di ufficiali militari che mantenevano la disciplina cono metodi più che discutibili ed arbitrari. Va ricordato il dolore di mogli, madri, fratelli, sorelle, amici e chi si vuole, che aspettarono inutilmente il ritorno dei propri cari. Va ricordata la confusione mentale di chi tornò portandosi dietro traumi che non erano solo di carattere fisico, ma soprattutto mentale. Va ricordata la difficoltà di reinserirsi in una società, in una vita che per anni era stata lontana e che nel frattempo era cambiata radicalmente.

Oggi, in Italia, e nei mesi precedenti in altri Paesi Europei, ci sono state celebrazioni e commemorazioni che hanno sovrapposto l'entrata nella Grande Guerra, con la liberazione di Berlino dal nazismo (che rappresenta di fatto la fine del secondo conflitto mondiale). In ognuna di queste celebrazioni venivano evocati l'eroismo, il coraggio, la fedeltà e altri simboli retorici di un machismo mai sopito.

Molti si sono riempiti la bocca con la parola pace, senza accorgersi che nel 2015, cento anni dopo, la guerra resta il più grande business mai gestito da Stati Sovrani, e il principale strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Quei Paesi che dovrebbero portare avanti il ricordo degli orrori della guerra sono  gli stessi che non hanno esitato, nei decenni, ad armare piccole Nazioni l'una contro l'altra, a puro scopo di trarne un vantaggio economico e commerciale, o che hanno bombardato senza costrutto piccoli Stati, con la finalità di instaurare adeguati regimi favorevoli allo sviluppo di una sfruttante economia di (libero?) mercato.

La guerra resta un problema attuale: e non vi é nulla di glorioso.

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