domenica 28 febbraio 2016

PENOMBRA





A Alberto, vissuto negli anni sbagliati, che non ha avuto la forza di uscire dall'ombra e la fortuna di avere intorno a sé persone comprensive. In questi giorni in cui infuria il feroce dibattito sulle unioni civili, in cui se da una parte la clandestinità di un amore omosessuale può dirsi scongiurata, dall'altra viene sancita per legge un'assurda discriminazione fra eterosessuali con diritti pieni e completi e omosessuali ai quali vengono riconosciuti diritti parziali, il mio pensiero corre al mio amato cugino, che visse da clandestino la propria natura.

Ogni volta che accennavo alla cosa con mia mamma, lei mi opponeva sempre una frase che suonava all’incirca “Chi, Alberto? Ma no!” e a quella o ne aggiungeva una fila lunghissima, come a rappresentare vocalmente l’assurdità della mia affermazione.
Non era un bel periodo, quello, per dirla tutta.
Mio cugino era morto, e io volevo comprarmi una moto.
Alberto si era spento, nella solitudine di un enorme camerone deserto presso il reparto malati terminali del Niguarda. La sera prima ero andato a dormire pensando a lui, di fatto abbandonato in quella penombra silenziosa e marginale, per di più in balia della menzogna clamorosa che i medici gli avevano propinato circa il suo stato di salute in miglioramento; il mattino dopo mi ero svegliato riposato, il sole primaverile illuminava e rallegrava la scena che si svolgeva oltre la finestra della cucina nella quale stavo bevendo svogliatamente un caffè. 
Odio il caffè. 
Accesi il cellulare e lessi un messaggio di mio padre: “Alberto stanotte ci ha lasciati”. Non c’è mai un modo ortodosso per comunicare la morte di una persona cara. Si può edulcorare, si può essere freddi, si può inondare la notizia con il tono della tragedia o della retorica. Ma il significato di quella comunicazione non cessa di infliggere dolore.
Mi limitai a riporre il cellulare e a bestemmiare fra i denti. Posai la tazzina, andai in bagno a sciacquarmi il viso. Quando mi guardai nello specchio, mi accorsi che stavo piangendo. 
Alberto era il mio punto di riferimento. Era bellissimo, e gentile. Con lui parlavo di musica e di libri; comprava sempre una quantità inaudita di riviste specialistiche che io non avrei potuto permettermi, e me le regalava; andavamo per negozi e a volte viaggiavamo insieme. Io ero un post adolescente alla scoperta della città, lui aveva soldi da spendere e un oceano di interessi. Assorbivo il suo modo di essere, i suoi gusti.
Un giorno mi fece ascoltare As Wichita Falls, So Falls Wichita Falls, di Pat Metheny: fu una folgorazione. Passai un lungo periodo esplorando tutti i dischi di questo fantastico chitarrista e, quando ci fu l’occasione di andare a vederlo dal vivo al vecchio Palatrussardi, Alberto mi comprò un biglietto di tribuna.
Ci ritrovammo davanti ad un ristorante Mc Donald’s, insieme a lui c’era un suo amico. A differenza di Alberto, Edoardo (così si chiamava) era ombroso e sembrava infastidito dalla mia presenza. Ciononostante si mostrò interessato alle mie opinioni musicali e discusse con me su alcuni album recenti di Pat Metheny.
Durante il concerto scoprii che nella penombra Alberto aveva allungato il braccio sullo schienale della poltroncina e sembrava cingere le spalle dell’amico. Lì per lì non ci feci proprio caso e mi dedicai alla musica.
Ripensai a quel concerto, molti anni dopo, poco prima che Alberto morisse. Era ridotto ad una larva senza capelli, con il volto incavato dalla perdita di peso. Era pallido e parlava a fatica. La chiemioterapia lo stava divorando, per farla breve. Accanto a lui c’era un amico, pingue, calvo, con un filo di barba a nascondere le guance tonde e un po’ cadenti. Indossava un cardigan color cammello, che lo invecchiava oltremodo. Gli rimboccava le coperte, controllava il livello della flebo, gli accarezzava la fronte.
“E’ un amico” diceva mia mamma sottovoce, stando fuori dalla camera “si chiama Santino”.
“Beh, mamma, per essere un amico è molto presente e premuroso, non trovi?”. Rimasi stupito da quella rassicurazione non richiesta, come se fosse a proprio uso e consumo, invece che per me.
Mio cugino stava morendo di un male a cui io ero sopravvissuto, e non mi interessava chi fosse quell'uomo.
Sentivo che lo sguardo preoccupato di Santino, il parlargli sommessamente tenendogli la mano, le carezze sulla fronte e tutto il resto comunicavano un sentimento più rilevante di una semplice amicizia.
Percepii il fetore sgradevole della clandestinità come unica alternativa per la sopravvivenza in una famiglia di convenzioni imposte. Una clandestinità subita, non certo scelta.
Rimasi imbambolato, davanti a quella scena e mi sentii un cretino per ogni volta in cui avevo cercato di organizzare occasioni per presentare amiche single a mio cugino.
“E’ solo un amico” ripeteva mia mamma, convinta di poter scacciare con una semplice affermazione una verità che, non ne ho mai capito la ragione, le risultava tanto scomoda da accettare.

Alberto aveva una moto. Beh, non era esattamente una moto: si trattava di un Honda Pantheon 150. Uno scooter, ecco.
Poche settimane dopo il funerale, mi telefonò il fratello di Alberto. Mi disse che stava svuotando il garage e mi offriva lo scooter di Alberto.
“Ti voleva bene, credo che gli farebbe piacere se lo usassi tu”. Accettai. In quel periodo una moto mi avrebbe davvero fatto comodo e non potevo permettermi grandi spese. Andai a ritirare il Pantheon pochi giorni dopo. Era una domenica luminosa, l’aria era frizzante. Ritornai a casa superando le macchine ai semafori, accelerando e rallentando per godermi l’aria fresca sul volto. Riposi lo scooter in garage e aprii il bauletto per collocarvi il caso. Trovai delle buste di carta, di quelle che usano i negozi di fotografi per mettere le fotografie appena stampate. Ne aprii una: c’erano delle fotografie, appunto.
Alberto e Santino, davanti a Buckingham Palace, mano nella mano, sorridenti, sereni. 
In un’altra erano uno di fronte all’altro, i volti a pochi centimetri. In un’altra ancora erano abbracciati. Alle loro spalle c'era un negozio Starbuck's, o qualcosa del genere. Santino rideva come se fosse privo di pensieri, il volto di Alberto era illuminato da un sorriso radioso, libero. Le convenzioni sessuali che li ingabbiavano sembravano lontane, in quella foto.
Ripensai con disagio al sorriso stiracchiato che tendeva il volto di Alberto quando, durante gli interminabili pranzi di Natale, suo padre raccontava goffamente irripetibili barzellette sui gay.

E pensai alla penombra ingannevole della stanza nella quale, una notte di marzo, in completa solitudine, la leucemia se lo era portato via: una penombra non troppo diversa da quella nella quale aveva scelto, per fragilità propria e ottusità altrui, di vivere la propria natura.

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