domenica 22 maggio 2016

UN GIORNO IMMAGINARIO



"Eravamo nel Bosco.  Nessuno ha visto Né sentito nulla. Quindi é successo davvero?"

La primavera aveva inondato Milano nel modo più inaspettato, dopo giorni di freddo e di pioggia fastidiosa. I rami dei gelsi erano appesantiti da grosse more, scure e succose; sugli altri alberi le gemme erano sbocciate e ora il verde delle foglie incorniciava ogni viale; per non parlare dei tigli.
L’aria aveva il profumo inconfondibile della stagione che si è buttata alle spalle il freddo e il buio, i rumori sordi delle mattine d’inverno e i colori lividi delle albe di gennaio.
Ogni palazzo, ogni piazza, ogni giardino era glorificato dal tepore e dalla luce. La gente camminava meno frettolosa, meno ostinata nel proprio passo accelerato, improvvisamente colta da una lentezza benefica che non era svogliatezza, ma solo vitalità placida; solo i bambini, nei parchi sembravano agitati da una frenesia incontenibile e rincorrevano un pallone fra i grossi tronchi scuri dei platani.
Edoardo accelerava con la moto sui lastroni di porfido del centro città, distratto dalla musica che l’iPod gli riversava nella mente e da tutto il sorprendente gravitare intorno di gente, luce e bellezza ritrovata. Il disco di Pat Metheny, Imaginary Day, si intonava perfettamente a quella giornata: per molti mesi aveva immaginato una giornata così, ed ora si sentiva il cuore sgombro da cupezza. Ascoltare musica andando in moto: ecco una cosa che gli piaceva tantissimo, sebbene chiunque lo biasimasse per questo. Ma il piacere che gli dava valeva quel minimo pericolo.
Prima di salire in casa, si voltò a guardare per un istante l’abside di Santa Maria delle Grazie; respirò piano il profumo dei tigli e si sentì un privilegiato.
Salì le scale senza togliersi gli auricolari e aprì la porta.
Dalla finestra poteva vedere ancora uno scorcio del cielo blu di maggio; un fascio di luce entrava distendendosi sul pavimento di legno scuro.
Rebecca era lì, seduta sul tappeto colorato. Si era tolta le scarpe, si era presa una birra dal frigorifero. Era lì, quattro giorni dopo avergli scritto che stava scappando da lui. Era lì, e lo guardava, silente, con profondi occhi scuri e il broncio ad arricciarle le labbra.
Si scrutarono a lungo, in silenzio, mentre l’orologio batteva i secondi: lui in piedi, con il casco in mano, lei seduta accanto alla bottiglia di birra. Infine lei sorrise, nel modo al quale Edoardo non sapeva fare fronte: gli bastava vedere quel sorriso e perdeva le forze, si sentiva privo di volontà se non quella di averla.
-                Dai, siediti qui vicino a me – disse Rebecca battendo il palmo sul tappeto – togliti le scarpe anche tu.
Edoardo fece come gli aveva detto. Si avvicinò a lei e rimase a guardare nella stessa direzione della ragazza, ascoltando il suo respiro, scrutando con la coda dell’occhio quelle labbra succulente arricciate in un acrobatico equilibrio fra sorriso e broncio. Le strinse la mano e decise che non aveva voglia di chiedersi perché adesso fosse lì.
Resistette pochi istanti, poi di scatto le si pose a cavalcioni, le prese il viso fra le mani e la baciò. Rebecca lo strinse a sé, costringendolo in una postura goffa e scomoda, ma lo teneva stretto con intensità, come se non volesse più perderlo; a Edoardo non sembrava vero. Gli sembrava di vedere la scena dall’esterno, gli sembrava che la realtà stesse replicando ciò che la sua immaginazione aveva prodotto per giorni interi, e per notti.
Si baciarono e si baciarono ancora; poi cominciarono a togliersi indumenti a vicenda, in modo convulso, senza interrompere la continuità dei baci, senza dirsi molte parole, ridacchiando e sorridendo della goffezza di certi gesti o della difficoltà di slacciare un bottone o un gancetto.
Quando Rebecca si alzò in piedi, la luce del pomeriggio la investì, imprimendo la figura del suo corpo negli occhi di Edoardo, come un’istantanea indelebile. L’uomo socchiuse gli occhi e pensò che non avrebbe mai dimenticato quell’istante nemmeno se fosse sprofondato nel più buio degli oblii.
La tirò a sé e ne sentì l’odore della pelle, e poi il calore delle sue curve sulle mani, poi la sua voce e tutto il resto. Quando scivolò in lei, Rebecca pensò che quell’uomo era tutto il mondo che non era riuscita a chiudere dentro le scatolette nelle quali aveva con meticolosa prudenza confinato la propria vita, e decise di non perdersi nessuno dei suoi sguardi: amava quando potevano fissarsi pupille nelle pupille, in quei momenti lei lo riconosceva, e dimenticava la sua vita reale, tanto quanto la dimenticava quando lui la inondava con il flusso dei suoi pensieri trasformato in parole senza possibilità di essere arginate. Leggendo gli occhi caldi della ragazza, confondendosi in lei in ogni modo possibile, sentì la mente attraversata da una cometa di pensieri, che spaziavano dalla paura di non piacerle abbastanza, alla paura che lei potesse pentirsi di quell’amore accelerato e inatteso, allo stupore che tutto ciò stesse succedendo, al desiderio che si perpetuasse per sempre.
Si rotolarono di continuo sul tappeto e il loro non era un baciarsi, quanto più un masticarsi, succhiarsi, assorbirsi interamente, così come l’amplesso era una lotta per prendersi completamente e non staccarsi più.
E più si muoveva in lei, più Edoardo aveva il timore di non essere reale, di non aver niente da offrire a quella piccola Dea che non le proprie cianfrusaglie: bigliettini, dediche, messaggi ad ogni ora, baci accorati e sigarette fumate prima di salutarsi, piccoli regali e canzoni dedicate, briciole di un amore ingenuo rubato alla realtà, bigiotteria sentimentale, senza che lui avesse la minima percezione di quanto invece contasse per Rebecca, di quanto amasse quel tipo di amore con cui lui l’amava.
E pensò, per una frazione di secondo, una piccola insignificante frazione di secondo, di sparire all’improvviso per non dover un giorno costringere quella ragazza a dirgli che lui non contava niente più che un vezzo per nutrire il proprio ego assetato di delicatezza.

Ma, proprio in quell’istante, lei gli sussurrò “ti amo”, tenendolo stretto a sé, e lo fece in modo così furtivo e allo stesso tempo vero e credibile, che lui non poté fare a meno di pensare che tutto ciò che aveva immaginato per lungo tempo, si fosse improvvisamente riversato nella realtà con la stessa inaspettata gloria con cui la primavera aveva inondato la sua città.


6 commenti:

  1. "E più si muoveva in lei, più Edoardo aveva il timore di non essere reale, di non aver niente da offrire a quella piccola Dea che non le proprie cianfrusaglie: bigliettini, dediche, messaggi ad ogni ora, baci accorati e sigarette fumate prima di salutarsi, piccoli regali e canzoni dedicate, briciole di un amore ingenuo rubato alla realtà, bigiotteria sentimentale, senza che lui avesse la minima percezione di quanto invece contasse per Rebecca, di quanto amasse quel tipo di amore con cui lui l’amava."

    Va bhe chiunque sia Rebecca...tieniti stretto uno così...

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  2. Il tuo blog è un luogo dove prendono forma uomini, donne, cose e situazioni. Adoro il tuo stile! sono ufficialmente una tua fan!

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  3. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  5. Lei amava con tanta passione e con ignoranza.
    Non sapeva se fosse buono o cattivo,
    benefico o pericoloso, necessario o accidentale,
    eterno o transitorio, permesso o proibito: lei amava.
    Victor Hugo

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