mercoledì 7 dicembre 2016

CAN'T LOSE WHAT YOU NEVER HAD


Le cose stavano così: avevo perso il lavoro e la relazione dolorosa che conducevo con la donna sbagliata era arrivata alla fine; ero solo, con qualche soldo messo da parte e la mia moto; soprattutto, con tantissimo tempo libero; anche troppo per chi non aveva più una vita.
Una mattina di giugno, guardai il cielo dalla mansarda nella quale vivevo e decisi che quello era il giorno giusto per lasciarmi alle spalle la città con tutti i suoi condizionamenti statici e convenzionali: il traffico e l’aria puzzolente, la pretesa di omologazione, i ritmi insostenibili, uno stile di vita dispendioso e vacuo.
Non avevo un posto definito verso il quale dirigermi, qualcuno che mi aspettasse o che potesse almeno ospitarmi per un po’, in attesa di chiarirmi le idee.
Accesi l’iPod e feci partire la musica: Can't lose what you never had di Allman Brothers Band. Non puoi perdere ciò che non hai mai avuto: un titolo molto appropriato per la mia situazione; in fondo non amavo quel lavoro, quella donna, quella vita, quella città. Non amando niente di tutto ciò, non li avevo mai sentiti realmente miei, e quindi non li avevo persi: girai con decisione l’acceleratore e mi lasciai portare via.
Dopo un’ora abbondante in cui avevo guidato come un automa, concentrato esclusivamente sulle marce da cambiare, le frenate e le automobili da superare, mi ritrovai nei dintorni di Piacenza, dove la strada comincia a piegarsi in curve morbide e a salire dolcemente. Rallentai per guardare i cipressi e le colline circostanti, compiacendomi per la scelta inconscia di aver guidato fino in quel luogo. Il sole alto del mezzogiorno schiacciava le ombre e scaldava il mio casco nero.
Era il momento per una sosta.
Trovare una trattoria dove mangiare bene non fu difficile: lasciai la moto in un piazzale polveroso e mi infilai sotto il portico, dove l’ombra dava un minimo ristoro.
Il cameriere aveva folti baffi bianchi come il grembiule; teneva sull’avambraccio un tovagliolo anch’esso bianco e mi guardava con occhi furbi e appuntiti. 
Sciorinò con orgoglio i piatti del giorno e prese la mia ordinazione. 
Mi guardai attorno, la sala era fresca e pulita, senza fronzoli e con pochissimi clienti seduti a un tavolo dall’altro lato rispetto a dove ero io: camionisti, agenti di commercio, anziani. Un vecchio giradischi proponeva vecchie canzoni di Billie Holiday. Mangiai di gusto, ricordando episodi di molti anni prima: domeniche passate con la mia famiglia e quella dei miei zii. Mio zio Gustavo aveva una casa nel piacentino; non ricordavo con esattezza come si chiamasse il paese, ma ricordavo benissimo la casa: un rustico agricolo completamente in pietra, che risaliva addirittura al millequattrocento. Aveva le tegole in ardesia, i pavimenti in cotto e un grande camino nella sala da pranzo, dove con mio fratello e i miei due cugini, ci divertivamo un sacco, mentre Gustavo faceva sbellicare dalle risate i miei genitori e la propria moglie, raccontando barzellette oscene.  Mi sentii colto da un’onda di rassicurante malinconia, man mano che i ricordi riaffioravano; quella era una vita senza pensieri, fatta di castagne raccolte, odore di legna bruciata e radioline sintonizzate sulle partite del Milan mentre rientravamo verso la città; alle porte di Milano era un’abitudine implorare nostro padre per fermarci a mangiare la pizza tutti insieme, prima di salutarci.
Intanto il sole tramontava e la bruma dell’autunno lombardo saliva come un sipario a chiudere il fine-settimana, erodendo furtivamente la nostra infanzia per portarci nella vita adulta. E in quel momento mi venne alla mente il nome del paesino: Bobbio.
Intercettai il cameriere e gli chiesi se fosse distante da lì; l’uomo alzò le braccia, guardò oltre la finestra, indicò la mia moto e mi disse che con quella ogni posto era vicino. Spiegò la direzione da prendere, indicandomi numerosi punti di riferimento: una cappella votiva, un bivio con un cipresso secco, una torre diroccata, un ponticello sulla roggia.
Viaggiai per quelle colline senza musica nelle orecchie, come invece ero solito fare. Mi godevo i giri del motore che salivano e scendevano seguendo l’asfalto che si srotolava stretto fra i campi e il vento che scivolava sul casco. Mi persi un paio di volte: non sono mai stato bravo a ascoltare le indicazioni stradali; alla fine, tuttavia, arrivai a Bobbio.
Lasciai la moto accanto al muro in pietra di un’antica abitazione e mi misi a camminare senza una particolare meta. Mi guardavo in giro, sudando sotto il sole che continuava a scottare. Arrivai al ponte antico che, con una serie di arcate irregolari attraversava il fiume; lo percorsi fino a metà, mi appoggiai alla spalletta in pietra e guardai sotto: l’acqua scorreva gonfia e verdastra, rimbalzando sui grossi massi arrotondati. Alzai la testa, guardai l’abazia e i tetti in cotto, poi volsi lo sguardo sull’altra sponda: da quella parte si trovava un piccolo agglomerato di edifici agricoli, anch’essi antichi ma circondati dal bosco e dai campi. La luce saturava ogni colore. Raggiunsi la riva opposta e m’incamminai verso i margini del borgo: da lì Bobbio sembrava una visione incantata. Oltrepassato il piccolo bosco notai una casa bassa con il tetto inclinato e spiovente da un lato. Fui certo da subito che si trattasse della casa di zio Gustavo. Accelerai il passo e mi trovai dal lato della canna fumaria.
La casa era evidentemente disabitata, quasi in stato di abbandono. La finestra di una delle camere aveva un’imposta caduta e un vetro rotto, mettendomi sulla punta dei piedi potevo vedere dentro e scrutare nella penombra: in quella stanza Andrea, Alessandro, Valeria e io avevamo giocato più volte, in modo spensierato e quasi folle.
Una voce femminile mi fece sobbalzare.
-                Non c’è più nessuno, chi cerca?
-                Mi ha fatto spaventare – risposi bruscamente, prima di accorgermi che la donna aveva un aspetto gentile, tutt’altro che minaccioso. Era alta ed esile, con i capelli raccolti in un grosso fazzoletto e una gonna ampia e lunga fino alle caviglie.
Mi guardava tenendo una mano sopra gli occhi, per ripararsi dal sole. Il viso era rischiarato da un sorriso sereno o forse era una smorfia per la troppa luce.
Le spiegai che quella casa, un tempo, era appartenuta a mio zio e che ci avevo passato molti fine settimana. Iniziai a raccontare qualche aneddoto di quei tempi e poi mi fermai.
-                Mi rendo conto che questi racconti non la interessano. Mi scuso.
La donna sorrise e mi camminò incontro.
-                Un momento di nostalgia?
-                Non esattamente. Sono alla deriva, e mi sono trovato da queste parti.
-                E’ bel posto dove naufragare, questo: si guardi intorno.
Aveva ragione: le dolci curve dell’Appennino, il torrente, il cielo blu, il bosco il borgo; ebbi la sensazione di essere su un continente lontanissimo dal luogo da cui provenivo e dove arrancavo fino a poche ore prima.
La donna si chiamava Marianna e m’invitò a passeggiare. Aveva modi gentili e una voce sottile che rispecchiava il suo sorriso. Parlava guardando lontano, un punto imprecisato avanti a lei, e la fronte si corrugava e distendeva di continuo. Attraversammo il bosco e tornammo verso il borgo. Fece domande sulla mia vita, scusandosi della propria curiosità. Le raccontai brevemente le cause che mi avevano spinto fino a lì.
-                Mi rendo conto che, detta così, non spiega di me. Fatto sta che non ho nulla, se non ciò che vede.
-                Cosa farà adesso?
-                Ho sempre pensato che in frangenti come questi sarei riuscito a dare la svolta verso ciò che desidero davvero. Finché avevo una vita, per quanto insoddisfacente o frustrante, non riuscivo a distaccarmene. Ora posso fare ciò che voglio.
-                Che sarebbe?
-                Non ne ho la minima idea – risi, divertendola.
La giovane donna si incamminò e io la seguii. Abitava in una via laterale rispetto all’arteria principale del borgo, un luogo protetto e silenzioso; antico. Due gradini conducevano, dalla strada, direttamente in un ampio salone, tagliato da luci violente e ombre nette. Sulle mattonelle di cotto due bambine stavano giocando e ignorarono la mia presenza. Marianna mi offrì un bicchiere di acqua fresca e mi disse che aveva un po’ di cose da fare. Le dissi che io avrei fatto un giro nei dintorni, cercando di chiarirmi le idee: forse avrei proseguito, forse sarei rimasto per la notte.
-                Se decide di restare, passi a cercarmi: le mostrerò dove cenare bene.
-                E le bambine?
-                Sono senza padre, ma hanno tante nonne, qui in paese.
Spostai la moto in modo che non sembrasse abbandonata. Poi m’incamminai lungo il Trebbia e mi sedetti sui sassi della riva. Il rumore dell’acqua m’induceva una sensazione di rilassatezza che non provavo da tempo. Pensai addirittura di addormentarmi. Le idee su come organizzare la mia vita tardavano a manifestarsi. Tuttavia sentivo di avere ancora voglia di vedere Marianna.
Verso il tramonto mi feci trovare davanti a casa sua. Vedendomi mi sorrise e mi chiese se avessi fame. Annuii e entrai nella sua casa deserta. Marianna si era appena fatta una doccia e stava finendo di vestirsi per uscire. Aveva un buon profumo, come il resto della casa. Il rosso del tramonto dominava sulle pareti e i mobili. Marianna si muoveva come un’ombra, rapida e armoniosa.
Uscimmo e camminammo per le stradine fino a una trattoria nascosta. Lì cenammo, parlando lentamente, senza che nessuno sentisse la necessità di impressionare l’altro, senza impiego di tecniche di seduzione. Ci raccontammo senza schermi, solo per mostrarsi e invogliare l’altra a fare lo stesso. Riuscimmo a ridere, a immalinconirci, e arrivò la notte.
Fummo invitati a uscire dalla trattoria, che stava chiudendo e scegliemmo un giro lungo per camminare ancora un po’, in silenzio, vicini, prima di arrivare al portone dove sarebbe diventata inevitabile una scelta, fra salutarsi o proseguire la notte insieme. Nessuno dei due aveva voglia di imprimere una svolta: avanzavamo lentamente, sorridendoci senza parlare.
Rispondendo a un istinto imprevisto, le cinsi un fianco e la tirai a me, tenendo il suo corpo stretto al mio e procedendo accostati. Svoltato un angolo la spinsi contro un muro antico e, facendo tacere le sue proteste la baciai, stringendola per i polsi, le braccia dietro la schiena. Poi la presi per mano e la condussi a casa. Entrai e la baciai di nuovo, portandola fino al letto.
Ricominciammo a parlare di noi, sottovoce questa volta, nella profonda penombra di una notte illuminata dalla sola luna, mentre io la accarezzavo: fu un'esperienza emozionante, non necessariamente fisica, non solo astratta, di esplorazione della parte più vera dell'altro. Amo l’intimità che solo la notte può offrire, quando ogni suono e ogni voce diventano densi e riempiono il silenzio. 
Marianna si addormentò così, con le mie carezze.
Restai a osservarla a lungo, sdraiato accanto a lei, annusando la sua pelle e le sue labbra, baciandola con delicatezza per non farla svegliare.
All'alba mi alzai e mi incamminai verso la moto, andandomene senza aver avuto quella donna; non volevo correre il rischio di perderla.

Difficilmente sarebbe stato più bello di così.

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