martedì 20 dicembre 2016

LA RAGAZZA DEL BAR



Anni fa lavoravo nella periferia meridionale della città. Era un lavoro come tanti, in una palazzina anonima e grigia. Passavo le giornate a incolonnare numeri e a produrre resoconti teoricamente destinati ai vertici aziendali. Spesso, tuttavia, mi chiedevo se qualcuno si prendesse davvero la briga di esaminare il mio lavoro: la rassegnata risposta, che mi davo regolarmente, era che tutti quei numeri annoiavano anche chi avrebbe avuto un legittimo interesse a leggerli.
Immaginavo i consigli di amministrazione come asettici incontri in una sala illuminata artificialmente, con un grande tavolo oblungo di legno chiarissimo e levigato, attorno al quale sedevano dodici uomini pallidi e stempiati, vestiti di grigio, dalle voci atone e impersonali: non una penna, non un foglio, davanti a loro. Parlavano di massimi sistemi e decidevano per alzata di mano della sopravvivenza in azienda di dipendenti estratti a sorte e di come destinare le ricchezze prodotte. Il mio lavoro, secondo la mia immaginazione, giaceva trascurato sulla scrivania di un’impiegata occhialuta con i capelli prematuramente ingrigiti, raccolti a crocchia.
Recarmi in ufficio ogni mattina era un opaco esercizio di costanza fine a sé stesso. Indossavo un abito grigio e una camicia azzurra; la cravatta, che sceglievo in penombra e con gli occhi pieni di sonno, rappresentava l’unico tocco variabile del mio abbigliamento sempre uguale: ne avevo una rossa a pallini bianchi, una blu con dei quadretti azzurri, una verde erba, con righe diagonali più scure.
Salivo in macchina; accendevo la radio, sintonizzandola su un programma che nemmeno ascoltavo, e guidavo a passo d’uomo, incolonnato nel mesto formicaio di automobili dirette sempre in luoghi molto distanti da quelli di provenienza.
Un giorno di aprile, ero in anticipo, decisi di fermarmi a bere un caffè presso un bar a pochi isolati dal mio ufficio. Io odio il caffè, ma non avevo voglia di entrare prima: volevo fermarmi, sedermi a un tavolino davanti alla vetrata che dava sulla strada, e leggere i titoli di un giornale, mentre fuori la primavera cercava di ingentilire lo squallore dei caseggiati popolari.
Quel bar non era nulla di che: un banco in acciaio, le pareti rivestite di un legno scuro e invecchiato; i tavolini erano coperti da tovaglie di stoffa sintetica con buchi procurati da bruciature di sigarette; l’aria puzzava di fumo, ma dall’ampia vetrata entrava una bella luce.
Dietro al bancone lavorava una bella ragazza: era esile e mora e mi accolse sorridendo, mentre passava una spugna umida sull’acciaio del banco. Chiesi un caffè e mi sedetti al tavolo, sfogliando il quotidiano. Quando mi portò il caffè e si voltò per tornare al proprio posto mi venne istintivo osservarla: indossava un paio di blue jeans nemmeno troppo attillati, ma era evidente che, pur essendo molto magra, avesse un fondoschiena ben modellato; lei non si accorse del mio sguardo e si divise fra la macchina del caffè, il retrobottega e i tavolini occupati da altri avventori: muoveva il suo corpo in modo ritmico e aggraziato.
Pagai e uscii, destinato svogliatamente alla mia scrivania.
La finestra del mio ufficio, dalla quale entrava una luce resa biancastra dal solito cielo lattiginoso, dava sul piazzale dello stabilimento dove una decina di operai vestiti di blu movimentava merci e le collocava sugli scaffali: la loro operosità e la loro fatica mi sembravano infinitamente più appassionanti della mia occupazione; restavo a osservare rapito quei movimenti coordinati e svelti che mi ricordavano la ragazza del bar, in continuo spostamento fra il bancone, la macchina del caffè e i tavolini.
Indugiai col pensiero su quella figura sottile e bruna: decisi che, il mattino dopo mi sarei fermato di nuovo a prendere il caffè.
Il giorno successivo non mi sedetti al tavolino, ma stetti al bancone: in questo modo pensavo di poter instaurare con lei un rapporto più diretto e, anche, di poterla osservare meglio. Tuttavia non mi rivolse che poche parole, mi chiese se volessi latte nel caffè, e mi salutò cordialmente. Non riuscii a scambiare nemmeno due chiacchiere, ma mi gustai lo spettacolo del movimento fluido del suo corpo indaffarato.
Salendo in macchina mi ripromisi di fare colazione in quel posto anche il giorno successivo.
Nei mesi successivi misi in atto un innocuo assedio a quella barista, senza un’intenzione precisa: entravo, ordinavo il caffè, le sorridevo, cercavo ogni giorno di fare un passo in più lungo il sentiero della confidenza con lei.
Ascoltavo le conversazioni che intratteneva con gli altri clienti del bar, sorridendo alle sue risposte pronte, cercando di intrufolarmi nelle schermaglie con gli avventori più spregiudicati, che non lesinavano apprezzamenti espliciti.
Scoprii, così, che si chiamava Paola.
Una sera, dopo il lavoro decisi di fermarmi a prendere un aperitivo prima di rientrare a casa. Speravo di vedere Paola e di riuscire a parlarle.
Contrariamente alle mie aspettative, c’era un’altra ragazza, bionda e rotondetta, per nulla simpatica. Bevvi velocemente il mio Martini e me ne andai, deluso.
La sera successiva entrai con la scusa di comprare un pacchetto di sigarette: ancora c’era la biondina della sera prima, che mi porse il pacchetto di Lucky Strike senza nemmeno guardarmi in volto e incassò il prezzo.
Dedussi che Paola faceva il turno al mattino e decisi che non sarei più entrato in quel posto dopo il lavoro: oltretutto, quel locale era veramente brutto, con un’aria trasandata e i frequentatori sguaiati, che parlavano a voce alta per sovrastare la musica che usciva da due sgangherati altoparlanti, le patatine troppo salate e i salatini rancidi.
Ritornai alla mia routine mattutina; scoprii di essere assillato da una strana ansia poco prima di arrivare al bar: come se una parte di me mi incitasse a fare un passo decisivo, a rendere manifeste le mie intenzioni e, contemporaneamente, un’altra parte di me mi dissuadesse dal continuare questo patetico approccio infruttuoso.
Ogni mattina aprivo la porta del bar certo che ne sarei uscito con il numero di telefono di Paola, e invece ne risalivo in macchina frustrato e deluso verso me stesso.
In realtà trovavo stupido tutto quello che stavo facendo. Mi sentivo completamente privo di quegli argomenti vaghi che riempiono la conversazione nei primi momenti di una frequentazione, quelle frasi strategiche che rompono il ghiaccio, risultano accattivanti e imprimono un’inerzia favorevole.
Al contrario io, inebetito, non mi perdevo un suo gesto, ma indugiavo.
Una mattina di primavera inoltrata entrai nel bar pieno di determinazione: il locale era vuoto e Paola era sorridente e loquace.
Era quasi estate e indossava un abito corto e sottile, che scopriva ampie porzioni del suo corpo.
Prima che io potessi dire qualunque cosa, mi servì il caffè e mi disse che quello lo avrebbe offerto lei. Alla mia richiesta di spiegazioni rispose che aveva trovato un nuovo lavoro, molto più interessante e non aveva più bisogno di servire caffè lì.
Quello era il suo ultimo giorno di lavoro in quel bar.
Rimasi talmente disorientato dalla notizia inattesa che non seppi replicare altro che parole di congratulazioni.
Uscii deluso e tornai in ufficio.
Ovviamente non avevo più ragioni per fermarmi in quello squallido caffè, per cui per un po’ di giorni tirai dritto, rinunciando alla mia colazione.
Poi, una mattina di luglio, mi venne sete: l’aria era insopportabilmente calda. Nei dintorni del parcheggio vicino al mio ufficio c’era una bar di recente apertura. Entrai e ordinai un bicchiere d’acqua.
Mi servì una ragazza: era piccola e minuta, con capelli lisci e biondi e occhi verdi. Mi sorrise, porgendomi il bicchiere. E io sorrisi a lei.


2 commenti:

  1. So che non ha nulla a che vedere, ma non so perchè questo racconto mi ricorda un sacco la canzone del Guccio "Autogrill"..."la ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven Up...".
    Se proprio bravo Simone, aveva ragione la mia amica: "Fai un giro nel blog e leggi"
    Un saluto Paola

    RispondiElimina
  2. Grazie, Paola: a te e alla tua amica.

    RispondiElimina