sabato 18 febbraio 2017

17 FEBBRAIO 1984




(Una sorta di regalo di Buon compleanno)



Un ragazzino timido che si percepiva inadeguato a rapportarsi con gli altri. 
Questo ero io, in definitiva: un ragazzo di periferia, proveniente da una famiglia piccolo borghese, iscritto a una scuola dove andavano i figli dell’élite della ricca città.
Mi sentivo terribilmente diverso nel modo di vestire, nel taglio di capelli, nell'atteggiamento. Stavo in disparte, in un angolo; osservavo e ascoltavo. Non che fosse un atteggiamento del tutto passivo, il mio: assorbivo tutto ciò che captavo della vita di questi ragazzi cresciuti nei bei quartieri vicino al parco; assorbivo tutto ed elaboravo.  
Creavo, insomma, un substrato interessante per far germogliare i miei pensieri.
Mai, però, che riuscissi a creare un’interazione con qualcuno di quelli più brillanti, che avevano una moto e sapevano relazionarsi con le ragazze.
Ero invisibile, ero un'ombra. 
Mi sentivo un alieno circondato da individui completamente estranei. Non ne capivo la ragione; si trattava semplicemente di una sensazione che si scavava una galleria nella mia autostima, sgretolandola progressivamente.
In questa solitudine andavo sviluppando in me tutto un mondo immaginario, nel quale mi muovevo con disinvoltura. Un mondo ricco, denso, saturo di emozioni, che mi rendeva autosufficiente e contribuiva al distacco di me dalla grigia realtà in cui ero inspiegabilmente sprofondato. Fu lì che cominciai a concepire l'idea di scrivere: scrivere significava rendere palpabile la mia immaginazione. Vederla sulla carta era come se fosse sancita da un'autorità che ne certificava la natura reale.
Andavo mal volentieri alle feste a casa dei compagni di scuola, dove mi appoggiavo contro il muro, a fissare ipnotizzato le luci da discoteca che illuminavano la penombra, rosso blu rosso blu, sperando di mimetizzarmi.
Guardavo gli altri che ballavano e resistevo ottusamente alla tentazione di buttarmi in mezzo a loro, di provare a essere come loro. Mi sentivo goffo, mentre avrei voluto essere sguaiato e dimentico della mia goffaggine; muovermi come un cavallo, piuttosto, se proprio non potevo essere aggraziato nei movimenti.
Curiosavo fra i dischi, cercando di scambiare due parole con il ragazzo che si faceva carico di mettere la musica. Spesso la misera conversazione veniva interrotta dall’arrivo di una ragazza che prendeva per una mano l'improvvisato disc jockey per portarlo in un angolino a ballare un lento o pomiciare nella semioscurità.
Finiva così che toccava a me cambiare i dischi e osservare gli altri ballare i lenti. In quelle occasioni iniziai a odiare certe canzoni, come Hard to say I’m sorry, dei Chicago o Reality di Richard Sanderson e il film da cui era tratto, Il tempo delle mele
Odiavo quel film. 
Lo odiavo a priori, senza averlo visto. Lo odiavo perché parlava di un amore fra adolescenti, cosa che mi sembrava preclusa; lo odiavo perché tutti i ragazzini che avevo in classe erano andati a vederlo al cinema e ne parlavano insistentemente, mentre io non avrei saputo con chi andare. Mi accompagnavo tutto il giorno con un tizio piccolino e ossuto, il volto coperto dai brufoli: a dispetto della figura minima che rappresentava, si chiamava Massimo e parlava sempre di fantascienza; era come avere intorno un cagnolino fedele; Massimo era forse più solo di me, ma la sua mi sembrava una solitudine risolta: non cercava altri, non sembrava afflitto da malinconie, e sembrava sapere ciò che voleva.
Io, al contrario, passavo i pomeriggi seduto alla scrivania della mia cameretta azzurra, con il libro di algebra aperto e lo sguardo perso oltre i vetri della finestra.
Sognavo, immaginavo.
Sognavo di riuscire a fermare Paola, la ragazzina di prima B e di riuscire a invitarla a vedere ET – L’extraterrestre. Immaginavo di passare sotto casa sua, con addosso un Moncler, rosso, e un motorino: una ragazza, un Moncler e un motorino, tutte cose che non avevo mai avuto. Sognavo di sentire il corpo di Paola stretto a me, mentre guizzavo per le vie di Monza. Sognavo di riuscire a darle un bacio, a tradimento, durante il film; e immaginavo il suo sorriso e le sue carezze mentre ricambiava il mio bacio.
Immaginavo Luther Blisset che segnava tre gol in un derby e il Milan vinceva il campionato.
L’immaginazione era la mia vita parallela; ascoltavo i dischi dei Beatles e mi perdevo nei sobborghi di Liverpool, grigi come era il cielo in quell’inverno.
Avevo un colorito pallido e faticavo a parlare; avevo le mani sempre sudate; avevo voglia di essere un ragazzino normale; avevo dentro numerosi pensieri, anche ben articolati. 
Ma, al momento di esternarli, la voce mi calava, gli occhi allargavano in uno sguardo interrogativo, e le parole mi ritornavano in bocca.
Fu così che, a uno dei soliti colloqui fra corpo docente e genitori, la professoressa di Italiano e Letteratura disse a mia mamma che era pensiero diffuso presso i miei insegnanti che io avessi una qualche forma di ritardo mentale.
Un difetto imperdonabile, la mia timidezza: in un mondo dove serviva essere omologati, io ero diverso. E questa era la mia tara.
Mia mamma, ovvero Il Colonnello, non si prese nemmeno la briga di replicare a una considerazione di quel genere. Uscì da quel liceo, prese la macchina e andò nella sede di un altro liceo scientifico, in un paese limitrofo, in una zona dal tessuto sociale fortemente operaio.
Avviò le pratiche di trasferimento e, tornata a casa, mi disse che io in quel posto non ci sarei più andato.
Il 17 febbraio 1984 arrivai a Desio in una mattina dal cielo plumbeo; mi accompagnava mio padre, che dovette arrestare l'auto, ai tempi avevamo una vecchia Ford Escort blu nel cui sedile posteriore io ero sprofondato e nascosto, per far passare un corteo di metalmeccanici manifestanti; ricordo uno striscione giallo con scritte rosse e un fumogeno rosa lanciato verso la polizia. E cori e grida. 
Gli sguardi spaventati dei poliziotti e quelli colmi d'ira dei manifestanti.
Il plesso scolastico era in una zona tranquilla, oltre le fabbriche e prima di un complesso di case basse e ordinate. Il parcheggio antistante era delimitato da piccoli alberi senza foglie. I rami  scuri sembravano accogliermi in un abbraccio scheletrico.
Era tutto sufficientemente gotico per ispirarmi serenità. Niente eccellenze con cui confrontarsi: un mondo ordinario, fatto di piccole formiche uscite da formicai di periferia.
Entrai in aula che era deserta. 
Tutta la classe era all’assemblea straordinaria, indetta per parlare dell’installazione degli Euromissili presso la base di Sigonella.
La professoressa di francese mi guardò da dietro gli occhiali bifocali e mi chiese se non volessi andare anche io: sembrava una pianta grassa prossima ad ammuffire. 
Scossi il capo e rimasi al mio banco, guardando fuori dalla finestra mentre lei finiva di scribacchiare sul registro di classe.
Poi successe una cosa strana.
L'assemblea finì e l'aula si riempì improvvisamente di ragazzi: era circolata la voce dell'arrivo di "uno nuovo", fatto che aveva scatenato la curiosità generale.
Per un momento, mi sentii di nuovo il diverso; se prima ero il fantasma, ora ero il fenomeno da baraccone da vivisezionare, da esplorare.
Ma la cosa non mi dispiaceva. I nuovi compagni erano interessati a me, mi avevano circondato, curiosi; si presentavano per nome e mi facevano un sacco di domande e mi parlavano e mi sorridevano. C'era chi mi tendeva la mano per presentarsi, chi mi faceva domande, chi semplicemente aveva fretta di raccontarmi come funzionavano le cose lì. Uno in particolare, mi squadrava con uno sguardo sospettoso e guardingo: in seguito divenne il mio miglior amico.
Così goffi e irrisolti, apparivano in tutto e per tutto  simili a me; percepivo le mie stesse preoccupazioni, le aspirazioni, la timidezza, gli slanci e le difficoltà.
Erano ragazzi più semplici, vestiti con abiti ordinari e provenivano da quartieri comuni, fatti di case dai muri scrostati, in vie senza giardini rigogliosi e venivano a scuola in autobus o su motorini scassati e biciclette.
Fuori splendeva il sole, e il grigio di febbraio sembrava essersi dissolto: un accenno di primavera rallegrava la giornata.
Fu come se l'ombra che ero fosse svanita.
Fu così che decisi di dare loro e di dare a me stesso una possibilità.
Per me, l'ex ragazzo fantasma, era un'esperienza nuova. Sorridevo e parlavo, con la sensazione che la mia timidezza se ne fosse andata improvvisamente.
Quel giorno, per me, fu una specie di rinascita.

3 commenti:

  1. Tutto è bene quel che finisce bene.
    Buon compleanno.
    sinforosa

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  2. Bellissimo Racconto!
    Si rinasce molte volte nella vita....è la sua bellezza.
    Roberta

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  3. E' una storia molto simile alla mia sai?
    Sono letteralmente fuggita dal più rinomato liceo classico di Monza (pubblico retto dalla preside di ferro e se sei della Brianza hai già capito), per arrivare in un piccolo istituto magistrale di Seregno. Anche io all'inizio mi sentivo una specie di fenomeno da baraccone, ma il sorriso e l'accoglienza di quelle ragazze che poi sono rimaste le mie amiche...bhè non li scorderò mai.

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