martedì 14 febbraio 2017

AMORE/NON AMORE





(Ovvero “Dittico di San Valentino”)

1.WHATSAPP

L’uomo solo si guardò allo specchio prima di uscire; si accomodò la sciarpa di cachemire sul cappotto, calò in testa il borsalino, si chiuse la porta alle spalle e scese in garage.
Mise in moto la poderosa Mercedes, ovviamente aziendale; subito dal meraviglioso impianto stereo in dotazione uscì della musica jazz molto avvolgente che alleggerì il suo malessere.
Stang Getz gli faceva sempre quell’effetto lieve: lo trasportava senza preavviso in una dimensione rarefatta, fatta di luce e tepore. Se si concentrava bene, riusciva a vedere anche il mare all’orizzonte, ne sentiva il profumo salmastro.
Si immise nel traffico, scansando un pedone e superando un ciclista che procedeva con un’andatura incerta.
Al primo semaforo prese il cellulare dalla valigetta in pelle e se lo tenne in grembo. Controllò Whatsapp: nessun nuovo messaggio.
Da dietro due colpi di clacson, nervosi, intolleranti. Mise la prima e partì, staccando la vettura retrostante; l’uomo solo alzò la mano in un gesto strafottente e svoltò a destra.
Al successivo semaforo rosso, aprì di nuovo Whatsapp e preparò un messaggio; destinatario, Valeria:
“Buon San Valentino, amore mio”
Aggiunse un cuoricino e inviò.
Ingranò la prima, fece poche centinaia di metri e dovette di nuovo fermarsi.
Ne approfittò per leggere la risposta di Valeria (tre cuori e una faccina che manda un bacio) e per inviare un messaggio a Stefania:
“Buongiorno, amore! Buon San Valentino: ti penserò tutto il giorno”.
Dopo una decina di minuti di traffico scorrevole nel centro della città, accostò davanti a un bar. Prima di scendere mandò altri tre messaggi analoghi a tre diverse ragazze, lesse le stucchevoli risposte e scese a far colazione. Mentre aspettava il cappuccino fece in tempo a inviare un augurio zuccheroso a Sara e a Veronica. Lesse le chat con le altre ragazze; stando attento a non confondersi rispose con frasi spiritose e accorate a ciascuna di esse.
Finì la colazione, saltò in macchina e arrivò in ufficio.
Controllò un’ultima volta i messaggi in entrata. Le sette ragazze si stavano esibendo in una pioggia di messaggi melensi, pieni di emoticons e punti esclamativi.
Entrò in ufficio e si accomodò subito in sala riunioni.
Ne uscì verso la una. Un collega lo invitò a pranzo.
L’uomo solo infilò il cappotto e diede un’occhiata all’i.Phone. Dodici messaggi. Scorse i nomi dei mittenti, arricciò le labbra, compiaciuto: sapeva come lusingare le femmine. Mise in tasca il telefono e uscì a pranzo.
La giornata era tiepida e mangiarono un panino seduti ai tavolini sotto i portici, guardando giovani studentesse con stivaletti borchiati e gonnelline corte, commentando quel passaggio e parlando di lavoro.
Fumarono una sigaretta.
Il pomeriggio passò rapido, fra mille telefonate e altre incombenze.
Quando guardò oltre i vetri, si accorse che era già diventato buio.
Whatsapp era pieno di messaggi: li scorse tutti, insoddisfatto.
Salì in macchina e guidò nervosamente fino a casa. Sfiorò una collisone, scambiò male parole con un taxista, salì sopra un marciapiedi per scansare una macchina che non voleva saperne di svoltare a sinistra.
Quasi travolse una coppia di innamorati che, ridendo, attraversarono la strada tenendosi per mano.
Si chiuse la porta alle spalle, accese la luce e restò a ascoltare l’insostenibile silenzio che gravava in quell’appartamento. Buttò la giacca e la cravatta sul divano, si tolse le scarpe e camminò così, scalzo, sul tappeto.
Finì di spogliarsi, si infilò in doccia; poi rimase, nudo sul letto, a guardare il soffitto.
Il silenzio gli gravava addosso come una di quelle vecchie coperte di lana pesante. Si sentiva opprimere, quasi soffocare.
Valeria, Stefania, Alessandra, Erica, Elisabetta. E di altre due, in quel momento, non ricordava nemmeno il nome. Ciascuna a casa propria, collocata opportunamente nella propria vita.
Almeno per quella sera. Almeno per la sera di San Valentino, nessuna di esse sarebbe andata a casa sua, si sarebbe tolta le scarpe e accovacciata sul divano, in attesa del suo cocktail e delle sue carezze.
Almeno per quella sera né Stefania, né Valeria, tantomeno Alessandra, avrebbero cenato con lui nel ristorantino vista lago, per una cena a lume di candela.
Maneggiò un po’ lo smartphone, più per noia che con una precisa intenzione.
Mancava un messaggio, uno solo: quello che avrebbe fatto dimenticare tutti gli altri.
Quello che non sarebbe mai arrivato.


2.L’APPARTAMENTO

Disordine.
E’ il primo pensiero che gli venne in mente quando aprì la porta di quella che era stata anche la sua casa. Sembrava un appartamento abbandonato; o, addirittura, visitato dai ladri.
Così diverso, come impatto, da quando era una dimora felice nella quale risuonavano le risate e il vociare degli amici.
La libreria di design in acciaio satinato sembrava adesso la scaffalatura di un magazzino trascurato: su di esso c’era appoggiato di tutto. Le pareti, spogliate da quadri e fotografie mostravano cornici di polvere e fori di chiodi rimossi o caduti.
Poco oltre l’ingresso un paio di scarpe gettate con sciatta noncuranza davanti alla porta dello sgabuzzino, una sciarpa e un cappello di lana abbandonate su una cassapanca.
In cucina, nel lavello, piatti sporchi; sul tavolo la tovaglia piegata in due a lasciare parte del piano libero, per far posto a un astuccio di pennarelli multicolor e un blocco di fogli a quadretti.
Sul pavimento del soggiorno, sopra un tappeto persiano arricciato e storto, una bambola con il suo passeggino, una scatola di Lego, degli altri pennarelli.
L’uomo si muoveva con discrezione in quelle stanze, giocherellando con il mazzo di chiavi nella mano.
La luce entrava dalla finestra del soggiorno, illuminando di traverso il divano rosso e il mobile di rovere scuro.
Inspirò l’odore che permeava ogni ambiente, ricordandolo come qualcosa di familiare.
Appoggiò sul tavolo il vaso con l’orchidea.
Sotto di esso, ma ben visibile, una busta bianca, quadrata, con dentro, evidentemente un biglietto.

Quando la giovane donna rientrò, la sera, quasi prese paura a trovare quel fiore sul tavolo. Non si aspettava che qualcuno potesse essere entrato in casa. Si guardò intorno, afferrando subito la mano della bambina che voleva correre a giocare dopo un pomeriggio trascorso al doposcuola.
Controllò le altre stanze: erano come le aveva lasciate. Niente era stato toccato.
Accarezzò la bimba sulla fronte e la lasciò ai suoi giochi.
Tornò in soggiorno, guardò l’orchidea, un’epifita. Si accorse della busta sotto al vaso. Si sedette, accese una sigaretta e aprì la busta.
Buon San Valentino. Oggi, più che in altri momenti dell’anno, mi rendo conto che, nonostante le innumerevoli incompatibilità e incomprensioni che ci dividono e rendono impossibile poter convivere sotto lo stesso tetto, tu sei l’unica persona alla quale voglio davvero bene (a eccezione di nostra figlia, ovviamente). So che troverai tutto ciò stupido, e che penserai solo alle liti finali e alle donne con le quali mi sono accompagnato dopo la separazione. Resta il fatto che, non appena si prospetti per me l’ipotesi di un progetto con un’altra che non sia tu che si protragga fino a un futuro anche prossimo, io mi blocco. Il progetto io l’ho fatto una volta; per me resta l’unico possibile e non ne avrò altri.
Non che mi aspetti di poter cambiare con un fiore cose che non siamo riusciti a cambiare in anni. Ma volevo che tu sapessi che se vedi uno spiraglio per noi, io sono pronto a infilarmi di nuovo”.

La giovane donna, spense la sigaretta sotto al rubinetto, gettando poi il mozzicone nella pattumiera. Spostò il vaso sul davanzale e mise l’acqua a bollire.

8 commenti:

  1. Certe scelte nella vita si pagano, a caro prezzo.
    Bel pezzo.
    Buon san Valentino
    sinforosa

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    1. A volte si pagano anche le scelte altrui.
      Grazie per i tuoi commenti.
      Buon San Valentino anche a te!

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  2. Vorrei essere il messaggio che cancella tutti gli altri

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  3. Non so come dirti quello che provo.
    Vivo in un’aspettativa perpetua.
    Tu arrivi e il tempo scivola via
    come in un sogno.
    E’ solo dopo che te ne sei andata
    che mi rendo conto completamente
    della tua presenza.
    Anaïs Nin, Henry e June

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  4. Sigma le scelte si pagano ma anche consentono l'accesso a terre inesplorate di sè e degli altri.
    Sembra vi sia una connessione tra i primi due racconti: il messaggio 'che non sarebbe mai arrivato' è quello della ex moglie? Comunque in bocca al lupo all'uomo solo. Roberta

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    1. Roberta, intanto grazie per il commento.
      Molti mi hanno chiesto se i primi due episodi siano collegati.
      in realtà no: il primo ha dei protagonisti differenti dal secondo.
      Ma va bene se qualcuno riesce a vederci una qualche connessione!

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  5. «Ci sono delle cose che non gli ho detto...»
    «Puoi provare a scrivergliele.»
    «Sapessi quante volte l’ho fatto. Non potergliele inviare però rende tutto vano.»
    «E se lo rivedessi? Avrebbe senso dopo tutto questo tempo?»
    «Io credo di sì.»
    «Gli chiederesti perché è sparito?»
    «Oh no, quello no. Non gli chiederei niente. Sarei io a parlargli, senza aspettarmi nulla da lui.» (A. Schiena)

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