mercoledì 26 aprile 2017

NESSUN AUTODAFE' *



Il vento che risale il Tamigi è freddo e tagliente, ma il sole intenso di aprile scalda oltre le aspettative. Le nuvole si susseguono rapide mentre sciami di persone, come colonne coordinate di formiche, si muovono sui ponti e lungo l’argine del South Bank.
Su una panchina nei pressi del Globe Theatre, due individui conversano fittamente, con gli occhi strizzati per la luce inconsueta di quel cielo improvvisamente fattosi azzurro azzurro. Dall’atteggiamento, dai sorrisi e dagli sguardi che si rivolgono, sembrano fratello e sorella, più che semplici amici.
Rosaria, occhi scuri e capelli ricci, fuma e scuote il capo, mentre il suo sguardo indugia sul tetto di paglia del teatro di Shakespeare.
- Dobbiamo smetterla con questo cazzo di romanticismo. Maledetto. Maledetto Shakespeare. Avrebbe potuto fare altro nella vita.
- Hm – Stefano si sistema il cappuccio della felpa e spegne il mozzicone con la punta dello scarponcino - Ma tu non eri quella che “alla nostra età l’amore non è più sussulto”?
- Macché: l’amore è sussulto, deve esserlo; sussulto, stordimento, passione. Cuore che batte a tremila.
- Ma se mi incoraggiavi a stare con Alessia, ben sapendo che non mi sconquassava!
- E certo, perché tu vieni da un groviglio di storie, di donne, di situazioni in cui, amando, hai dovuto adattarti all’autodistruzione: ora hai bisogno di casa; di serenità. Di una storia edificante.
- Sì, ma Alessia… - strizza gli occhi, osserva le nuvole.
- ...ciò non significa che tu debba vivere una storia senza passione, senza follia: non ti ho mai detto una cosa del genere. Mi hai detto che Alessia ti prendeva, mentalmente e fisicamente. D'altronde, mi hai anche detto che con Eva era chimica pura...
- Eh no: Alessia proprio non mi ha mai preso. Mai. Ecco perché ero sereno: non ero coinvolto. Valeria, lei sì, mi faceva passare la fame e battere il cuore. Passavo le notti sul divano a suonare lo stesso accordo con la chitarra: la minore, la minore, la minore; e ogni accordo mi sembrava più struggente e mi avvicinava a lei. Eva, anche lei, mi teneva in un perenne stato di eccitazione che mi stordiva. Ma con Alessia, proprio no: zero.
- E allora no. No, eccheccazzo!
- Vedi, la sceneggiata di gelosia che mi ha fatto Alessia quella sera: mi ha irritato pesantemente. Ma se me l’avesse fatta Valeria, avremmo risolto con una risata. Se me l’avesse fatta Eva, ci saremmo accapigliati, e poi avremmo scopato tutta notte. Invece, quando me l’ha fatta Alessia, mi è sembrata una via di uscita per uscire da quel rapporto.
- Ecco: Valeria allora ti ha preso davvero.
- Valeria mi ha ucciso, è diverso. Nel suo essere pavida e piccina, quasi una nullità agli occhi degli altri, mi ha spento – sì: come un elefante abbattuto da un moscerino. Credevo che potesse funzionare.
- Sì, Stefano: però ti ha preso.
- Sì. Era bellissimo stare con lei. Bellissimo.
- Cos’é, di Valeria, che ti ha preso tanto?
- Non lo so. Non c’è una ragione precisa. Ma ero totalizzato da lei.
- Sei un maledetto romantico: devi soffrire, per stare bene in amore. Ti devi distruggere – scuote il capo; si passa una mano nei ricci - Il tuo più grande desiderio e, al contempo, la tua più grande paura: una donna tutta tua. Quelli come noi andrebbero abbattuti.
Stefano annuisce, silenzioso. Cerca nelle tasche della felpa il pacchetto di Lucky Strike, ne prende una, se la rigira fra le dita prima di portarla alle labbra. La accende con difficoltà. Ripensa a quell’euforia che non ha più riprovato.
- Era bellina. Era gentile e mi adorava. Stavamo al telefono un’ora, al mattino, mentre andavamo al lavoro; e un’ora alla sera, rientrando a casa, dopo esserci visti. Veniva da me una sera alla settimana e la mia orrenda casa sembrava il nucleo primordiale, non avevo bisogno di altro. Poi, c’era l’aspetto della sfida: riuscire a strapparla al marito. Una sera, poi, ho perso la pazienza, esasperato dalla continua attesa di una svolta; lei non ha capito che era un altro lato del mio amore, si è spaventata e se ne è andata. E ora mi devasta pensare che ciò che le resta di me sia solo il ricordo di quella sfuriata.
- Siamo coglioni, tutto qui.
- Mi faceva sentire speciale. E mi batteva il cuore. La desideravo e si eccitava se la toccavo.
- Ecco.
- Poi – sbuffa - forse, a volte era vacua e superficiale. I miei amici dicevano che non era al mio livello: ma a me non interessava niente. Per me lei era al mio livello: a me andava bene come era. Aveva tutto ciò che io cerco in una donna.
- Potremmo essere felici, accanto a persone sane. Invece no: cerchiamo lo struggimento.
- Può darsi che tu abbia ragione.
- La sofferenza, che idiozia – Rosaria scuote il capo, contrariata da quei pensieri – ti detesto. Non vedo perché io debba soffrire con te; soffri da solo.
- Lo hai detto anche tu, Rosaria: l’amore è struggimento.
- Vai al diavolo.
- Shakespeare, Battisti, Catullo, Foscolo. Goethe!
- Maledetti. Tutti noi.
- Ma no, maledetti gli altri cretini…
- No, Stefano, sbagli – e gli mette un dito indice quasi sotto al naso – Gli altri vivono bene, nel proprio nulla privo di domande…
- …che si scelgono come si sceglie il prosciutto cotto al supermercato.
- …nel proprio utilitaristico accontentarsi. Fanculo a tutti: fanculo a tutto ciò che per gli altri è reale.
- Idioti, tutti loro.
- Idioti noi, gli eletti – la ragazza si rannicchia sulla panchina. Ha un brivido di freddo. Si infila le mani nelle tasche della giacca di pelle. Il South Bank è animato da mille esistenze differenti. Stefano osserva il passaggio, provando a indovinare le emozioni di ciascuno.
- Dante, Petrarca.
- Yeats, Thoreau, Whitman.
- Buckley. Cohen.
- Maledetti: propongo una bella pira di tutti i testi struggenti scritti da questi sciagurati.
- Sei pazza: dimmi una bella canzone d’amore risolto, realizzato. Coraggio, trovamene una.
- Nessuna: non ce ne sono.
- Nessuna pira: nessun autodafé.
- Ma ci deve essere una via d’uscita: un modo. Un trucco.
- C’è.
- Davvero?
- Si chiama Martini Cocktail.






* Un grazie affettuoso a Maria Rosaria Molliconi che ha contribuito con il proprio ruolo di interlocutrice ideale.



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