mercoledì 12 aprile 2017

NON E' UNO SCHERZO*




Sigma è un ragazzino come tanti altri, perso nello sciame di scolari che entrano a scuola passando sotto il grosso portone in bronzo e cristallo della vecchia scuola media dall’aria austera. 
Sotto quell’androne, lungo quegli ampi corridoi e nelle austere aule, si respira aria di storia, di tante storie individuali avvicendatesi nel corso di molti decenni.
Sigma ha due enormi occhi di un azzurro che, nei giorni invernali, virano al grigio per ritrovarsi nel cielo. E’ un bambino gracile con spessi occhiali quadrati per curare la presbiopia; un apparecchio ortodontico gli ingabbia i denti con un reticolato di ferretti.
E’ un ragazzino timido come tanti, che si è appena affacciato al duro palcoscenico delle scuole medie. Lì, a differenza che alle elementari, si gioca duro: non c’è più la maestra a fare da mamma e i compagni sembrano crescere in modo differente e differenti sono le vie che scelgono per affermare sé stessi nella società. Alcuni giocano ancora, altri preferiscono menare. Sigma scruta tutto da dietro il ciuffo biondo: scruta in silenzio e immagazzina; osserva e annota.
A Sigma piace molto una ragazzina magra e lunga, con un caschetto di capelli scuri come i suoi occhi. Si chiama Monica: per tanti maschi della sua classe Monica è una racchia, ma a Sigma quell’aspetto fragile e schivo risulta attraente. 
Casa di Sigma dista quattrocento metri dalla scuola.
Quattrocento metri sono pochi, se li percorri accanto al tuo miglior amico, conversando di figurine e della partita del Milan.
Diventano un’eternità se quei quattrocento metri si trasformano in un calvario di umiliazioni e violenze fisiche.
Norberto e Roberto sono due scolari della terza media. Ripetenti. Hanno il viso coperto di brufoli e di peluria sottile; hanno i capelli acconciati da duri e indossano giubbini di jeans; hanno muscoli e sguardi che celano un malessere che non riescono a spiegare e che nessuno ha voglia di esplorare. 
Sono ragazzini, anch’essi spaventati dalle sfide della vita, ma ostentano una maschera aggressiva.
Aspettano il piccolo Sigma tutti i giorni, appoggiati al paletto di cemento che regge il cancello della scuola. Lo aspettano, per accompagnarlo a casa.
Non è esattamente la compagnia che il fragile Sigma desidererebbe.
Norberto e Roberto lo prendono in giro per la sua magrezza. Lo chiamano biafra. Ridono dei suoi occhiali, dell’apparecchio, delle sue grosse orecchie, del suo pallore, dei suoi vestiti da sfigato.
E lo prendono a calci, non uno, non due: tanti calci. Nel culo.
Picchiano il debole divertendosi nel vedere l’assenza di reazioni. Sigma subisce in silenzio: a casa gli hanno insegnato a non mostrare le proprie emozioni, a celare la propria sofferenza, a tenere bassa la testa e lasciar correre.
Pochi metri più avanti c’è Monica, come ogni giorno: Monica abita non lontano dalla casa di Sigma e percorre gran parte dello stesso tragitto.
Ridacchia, vedendo come i due bulletti umiliano il ragazzino, ridacchia e cammina avanti di una decina di passi. Ecco, quello è l’aspetto che più mortifica Sigma: non tanto il male per i calci e le sberle sul coppino, no. I risolini di Monica bruciano di più.
Sigma entra in casa, alla mamma che gli chiede come è andata risponde con una scrollata di spalle; poi si chiude in camera, si butta sul letto e piange a dirotto, come ogni giorno.

* * *

Adesso Sigma è un uomo, i suoi occhi non sono più spalancati dietro le spesse lenti, non trasmettono più stupore o spavento. Quegli occhi fissano una bambina di sette anni che gli corre incontro all’uscita di scuola. Quella ragazzina è sveglia, molto più sveglia di quanto fosse lui alla sua età e sembra circondata da affetto e da amici. Non è sola, non è spaventata. Racconta tutto ciò che percepisce del mondo che le gira intorno.
Eppure Sigma rabbrividisce al pensiero che un giorno, all’uscita da scuola, trovi un Norberto e un Roberto pronti ad accompagnarla a casa.


Non è uno scherzo è il titolo di un cortometraggio realizzato con la partecipazione di alcuni ragazzi della Comunità Kayros presieduta da Don Claudio Burgio, ha la sceneggiatura di Elisabetta Pirro, la regia di Davide Agosta e la produzione di Luciano Peritore. Fra gli attori segnalo la mia amica Dominique Evoli.
Le riprese sono state girate anche presso la Scuola Secondaria di I grado "Carmelita Manara" di Milano e nella zona circostante.Il bullismo è un problema che non riguarda i singoli individui, ma l’intera nostra comunità.

Crescere un ragazzino non significa solo garantirgli un tetto, del cibo e un’educazione scolastica obbligatoria. Significa proporre modelli validi e alternativi, che esulino da quelli convenzionalmente in auge al momento (il successo, la ricchezza, la violenza). Occorre essere adulti significativi, capaci di rappresentare un punto di riferimento per coloro che si rivolgono a noi, in modo da aiutarli a comprendersi e a spiegarsi e a esprimere sé stessi.
Significa alimentare i loro sogni.

4 commenti:

  1. Argomento tristemente attuale.
    Bel pezzo e video che consiglio.
    Un saluto
    Paola

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  2. Il ricordo del dolore provato dalle vittime del bullismo, o Cyberbullismo di oggi, si attacca all'anima e alla mente come un parassita, difficile da debellare.
    Grazie Sigma per questo racconto intimista e per aver sollevato il problema, antico e quantomai attuale.
    Roberta

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  3. Sono colpita dalla solitudine di Sigma che deve affrontare il suo problema da solo. Nessuno degli adulti si accorge di lui e può aiutarlo a superare la protervia di altri adolescenti? Siamo adulti distratti verso le nuove generazioni o sono gli adolescenti sfiduciati verso le precedenti ? Potrebbe essere invadente entrare in quella stanza del dolore e del pianto per scoprire la muta richiesta di solidarietà per abbattere muri e creare spazi di condivisione? Aiutare i Sigma dei nostri giorni e sulle nostre strade ad alimentare i sogni significa il coraggio di tirare fuori le proprie ombre del momento(gracilità,presbiopia, timidezza) per credere che il brutto anatroccolo diventi cigno. Ma per fare questo il Sigma adulto del racconto potrebbe custodire "stupore e spavento" offrendo alla ragazzina che gli corre incontro le proprie coordinate della vita. Oggi abbiamo come adulti rinnegato i riti di passaggio, vergognandocene. Siamo forse troppo realisti e un po'cinici,rassegnati e nostalgici verso ciò che abbiamo perduto. La nostra voglia di cambiamento non uccisa dal presente di impotenza ed inefficacia potrebbe rappresentare un punto di forza per tutte le "ragazzine di sette anni"bisognose di aprirsi alla vita con fiducia pur in un Mondo di NORBERTI E ROBERTI . Guardarli in faccia senza paura significa scoprire che sono"una maschera aggressiva" solo per nascondere la paura che condividono spesso con l'altro. Grazie Sigma per aver letto la doppia faccia del bullismo. Luciana

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  4. Se ne dovrebbe parlare di più....bravissimo.
    Andrea

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